Camilla Bisi.

Il romanzo del liceo.

1928. Ragazze Editrice, Genova.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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A MASSIMO NOTARI, che primo l'am,  dedicata questa storia di giovinezza.
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Mantengo una promessa fatta ai compagni della mia adolescenza.
Giungevano ancora, dalle citt universitarie, le loro lettere alla "bimba", lettere scherzose in cui chiedevano se il "nostro romanzo" si era arenato; poi le lettere si fecero sempre pi rade finch cessarono del tutto: la guerra aveva travolto ogni paese e pur lasciando intatto quello dei miei compagni di Liceo, lo aveva coinvolto in doveri del tutto nuovi.
Il "nostro romanzo" non usc in volume, come avevo promesso, ma apparve a puntate su LA FIAMMA VERDE, fondata e diretta da quel magnifico studente che fu Massimo Notari.
Raccogliendo in volume, a tanti anni di distanza, queste pagine che pur avevano avuto una loro vita effimera, oggi mi avvedo come esse siano in tanti punti sorpassate.
Pure avevo cercato di raccogliere quanto mi era parso pi vivo di quegli anni, e mi ero illusa di aver richiamato, cos come li avevamo vissuti, le simpatie e le antipatie, le amicizie e le piccole rivalit; quell'intenso germogliare di sentimenti ancor nuovi, quel fiorire di sensazioni quasi acerbe, e la preparazione spensierata e pur profonda alla grande, alla dolce, alla terribile vita che ci attendeva.
Perch non ce lo confessavamo, allora; forse non vi pensavamo nemmeno: malgrado le inevitabili noie della nostra vita di studenti, andare al Liceo era per tutti una gioia. Giungevamo al mattino con la neve o la pioggia, o nelle chiare mattinate primaverili, carichi di libri, tutti con un senso di sgomento o di noia, ma bastava lo squillo del campanello che indicava l'inizio delle lezioni, e l'affrettarsi dell'onda giovanile e rumorosa su per lo scalone, e il ritrovarsi e il cordiale saluto, per riprendere gioiosi il nostro compito di ogni giorno.
Pi tardi, usciti dal Liceo, abbiamo compreso tutta la bellezza di quella vita cos sincera, cos unita, cos sanamente buona, e l'abbiamo rimpianta.
Ma io, che pi degli altri forse ho sofferto di questa inconfessata nostalgia, sento una pena infinita di non aver saputo assolvere il mio compito, e di aver reso imperfettamente quello che nel ricordo vive di una sua vita calda e compiuta.
Forse se qualcuno degli antichi compagni legger queste pagine: se i ricordi e gli episodi rivivranno per lui, con un sapore nuovo: se lo riporteranno agli anni passati insieme: se dalle pagine, viva e bella, balzer la sua adolescenza serena, io potr perdonarmi l'opera imperfetta.

1.
Indugio ancora pigramente, un poco, mentre il segnale delle lezioni squilla con un tono irritato e impaziente.
Fuori c' un sole cos bello, un sole pallido di novembre che d agli alberi spogli ed al lago un aspetto di letizia quasi primaverile. Tutta la notte il vento ha soffiato impetuoso, a raffiche violente, e s' portato via fin le ultime foglie ingiallite dell'autunno, fin le buccie di castagne e di arance sul piazzale del Liceo.
Tutto  chiaro, netto, gelido e puro, anche le montagne che svolgono terse e brulle la loro divina teoria sul cielo immenso.
C' tanto sole! E bisogna salire in Liceo, rinchiudersi in classe, assistere alle lezioni, e poi un poco stanchi, coi libri che pesano, con gli occhi cerchiati, col pensiero dell'indomani, tornare a casa (non alla "mia" casa) per il lungo viale d'ippocastani, fino ai lumi di Castagnola, fino al cancello di "La Fiorita".
E Madame correr a passettini brevi, un poco affannata, un po' spettinata come sempre.
- Ah! c'est vous! - E poi il pranzo...
Mi sento molto infelice.
- Che cosa sta contemplando, "Milla cara"? -
Mi scuoto, mi volto e m'accorgo che so ridere ancora.
 Zambellini che mi  giunto alle spalle, in bicicletta, e che non vuol perdere la buona abitudine di canzonarmi un poco con quel "Milla cara" (siamo come cane e gatto) e di guardarmi dal disotto in su in maniera irritante, coi suoi occhi chiari che scrutano fino in fondo all'anima.
- Lo sa che siamo in ritardo? -
- Oh, Dio! -
Di corsa su per lo scalone, a chi fa prima, mentre il campanello continua l'impaziente squillo fra il lieto bruso ed il chiacchierio dei compagni che ingombrano il corridoio.
I professori sono ancora nella loro sala. Ancora cinque minuti, dunque, per studiare un brano, per correggere un compito, ripassare una lezione, copiare un nome o una data.
Teresa Cianella, appoggiata al muro, con un gran ciuffo spettinato dei magnifici capelli fin sugli occhi, sta facendo con la scritturetta fine e minuta una giustificazione per Carini che cinque giorni su sei manca alle lezioni di latino, chiamato proprio in quell'ora, dice lui, da sua madre o dal dentista o da uno zio di passaggio.
- Carini, le caramelle? - lo interpello subito, ancora prima di spogliarmi del paltoncino e del berretto.
- Uh! le ho dimenticate! - e Stellino (nomignolo di mia esclusiva propriet poich ho scoperto che dacch mi porta le caramelle, il mio compagno " proprio uno stellino") si fruga coscienziosamente e accuratamente nelle tasche, per vedere se per caso non ve ne sia rimasta una del giorno prima.
Stellino  figlio di un pasticciere. - Per questo - dicono i compagni maligni - la signorina  cos gentile con lui. - Non  vero; ma la conversazione con lui, naturalmente,  interessantissima: framezzata di parentesi inzuccherate: caramelle e cioccolatini.
-  proprio il giorno delle disgrazie - mormor un po' comicamente, pare, perch incontro lo sguardo ironico di Frank, chiamato Ranocchio, ed un sorriso canzonatorio della sua larga, brutta, simpatica bocca.
- Cos'ha da ridere? Si pu sapere?
- Bocca da caramelle! - mi grida lui e me ne getta una da lontano. L'afferro al volo:  di menta, non mi piace; penso di offrirla generosamente a Teresa, quando ad un tratto mi ricordo del mio compito di latino non corretto e chiss come pieno di errori!
- "Quoniam Caesar..." d, Teresina, sar giusto "Quoniam"? S? Grazie... Dio, il compito di matematica! Dorini, Dorini, Dorini!!!
Il nome di Dorini corre su tutte le bocche, lungo il corridoio gi rumoroso di voci. Non lo si trova. Sar probabilmente entrato in qualche aula con un mezzo di cui ha, insieme a Frank, il segreto; star curiosando tra fiale e provette, nel gabinetto di chimica, o correggendo sulla lavagna le note di astronomia, quasi sempre sbagliate, del vecchio direttore.
- Dorini, ti chiama la signorina! -
Dorini, dopo molto gridare,  finalmente trovato: e si avanza di corsa. Bello, diciassette anni, alto uno e ottanta, ma  troppo pallido e gli occhi meravigliosi, allungati come quelli delle "mummie egiziane" (dico io che non ne ha mai visto) sono assai miopi.
- Oh, Dorini, la prego... - che incantevole sorriso per la matematica! - avrei "tanto" bisogno del suo aiuto. Non ci capisco nulla in questo esercizio, e per domani deve essere fatto. -
- Cos'? -
- Mah! trigonometria! chi ci capisce qualche cosa? Vuol guardare lei, prego?
- S, s, guarder. -
La parole sono asciutte, ma conosco Dorini e so che questo grande ragazzo, un po' per vera bont d'animo ed un po' per un sentimento d'orgoglio e d'ambizione,  sempre lieto di poter aiutare gli altri.
Il corridoio si  sfollato. Uno ad uno i professori e gli alunni sono entrati nelle aule. Noi soli di terzo corso siamo ancora liberi e protestiamo pel ritardo del professore.
- Star leggendo il giornale, naturalmente! - brontola Carini. E propone: - Scappiamo?
- Scappiamo? - facciamo eco noi signorine che una volta tanto siamo d'accordo con Stellino.
- Bravi! poi se ritorniamo a greco, ci prendiamo una bella sgridata - protesta Botta con altri.
- Ma non veniamo nemmeno a greco!
- Stellino, lei  scandaloso! -
- Scandaloso mi par Colorno - inveisce il nostro ragazzino, gettando indietro con la mano sottile il ciuffetto di riccioli che gli vien sugli occhi.
Ma il professore appare, la non alta persona tutta nascosta dal grande giornale spiegato.
 una fuga di passi, di risate, un volar di cartelle lungo il corridoio, fino ai nostri banchi dell'aula di latino.
L'ellenista famoso, di ingegno magnifico, di eloquenza mirabile, sembra all'aspetto un rude bifolco. Piccolo e robusto, una fiera testa zazzeruta, un viso bruno, volgare, solidamente costrutto, una bocca dal labbro inferiore nerastro e proteso, una mascella energica e possente, una barbetta ispida, nerissima, caprina, che l'ha fatto appunto denominare "Barbetta". N gli occhi piccoli, n la fronte bassa indicano in lui un pensatore. Egli sembra - ed  infatti in origine - un uomo della terra; ma basta che agli entri nell'aula, deponga con gesto grave e distratto l'immancabile giornale sulla cattedra, si avanzi fra i banchi passandosi la mano pelosa, talvolta mal lavata, fra i capelli scompigliati, perch tutto in lui muti.
Egli ha una voce suadente e possente.
Dicono ch'egli sia stato, in giovent, un tribuno rosso: gli doveva essere facile trascinare le folle.
Dopo venti minuti di ritardo la lezione incomincia. Piccolo batticuore improvviso, una pedata di Carini alla seggiola di Teresa per chiederle se pu passare "un minutino" la brutta copia della traduzione, la voce del professore che brontola non si sa che, e la sua domanda abituale, che sembra meditata lungamente e che forse, data la distrazione,  detta inconsciamente.
- Che cosa c'era per oggi? -
Altra pedata alla seggiola di Teresa. - Dica nulla! -, ma Botta, il perfetto, l'impeccabile Botta, dal piccolo viso di fanciullo vecchio sopra le spalle leggermente gibbose, s'alza rispettoso verso l'alta autorit di Colorno.
- La traduzione dall'italiano al latino. -
Colorno non sente. Sta guardando fuori, non si sa dove, non si sa che, col mozzicone di sigaro spento in bocca, con le mani in tasca.
Intanto, fra i banchi, si  accesa una piccola zuffa. Un "imbecille" vibrato, all'indirizzo di Botta, fa volgere di scatto il professore. Ma i ragazzi non si scompongono: sanno che non ha sentito; sta ruminando qualche brano di autore greco, o qualcuna delle sue teorie retrograde e rivoluzionarie insieme, o forse nulla.
- Dunque? - chiede Barbetta scotendosi ad un tratto ed infuriandosi pel silenzio e per tutti quegli occhi che lo fissano, aspettando.
- Mi vogliono dire s o no che cosa c' per oggi? -
- La traduzione. -
Un altro "imbecille", un respiro di Colorno.
- Ci voleva tanto? Vediamo. Signorina, raccolga i fogli.
Mi alzo con una smorfia eloquente ed inizio il giro dei banchi.
Dorini mi fa segni disperati: non ha fatto il compito. Markin, il russo, ne ha ricopiato solo mezzo; Zambellini non ha ancora scritto il nome. Piccole soste loquaci davanti a ciascun compagno, una furtiva tiratina al ciuffo di Carini per vendetta delle caramelle dimenticate; un'occhiata mezzo tenera, mezzo ridente a Zambellini, e finalmente un'ultima sosta davanti al professore che intanto si morde poco pulitamente le unghie.
- Professore... -
- Grazie, ci sono tutti? -
Occhiata all'indirizzo di Dorini - ... S. -
- Vada al posto. -
Obbedisco. Avrei una gran voglia di fare una piroetta, ma mi siedo tranquillamente, non senza aver dato un'occhiata nostalgica fuori, al viale ove passa un'automobile rossa, alle montagne.
Ma le mie disgrazie non sono ancora finite: Colorno vorrebbe correggere il compito del "nostro Dorini" e non lo trova.
- Signorina!
Mi alzo di colpo, con un sussulto, e un po' sgomenta.
- Dov' il compito di Dorini? -
- Non so. -
- Come, non sa? Mi ha detto che c'erano tutti. Vergogna! -
- Ma io... -
- Silenzio! - tuona Colorno. - E non  la prima volta che le signorine si associano ai ragazzi nelle monellerie e nelle indisciplinatezze!  ora di finirla. Si sieda... - aggiunge pi calmo.
Mi siedo, mi sento un po' pallida, ma punto mortificata.
 vero, non  la prima volta, ma  una cosa tanto naturale fare per i compagni quello che essi fanno tra di loro e trovo ridicola l'opinione dei professori che le allieve, perch donne, debbano piegarsi a piccole vigliaccherie ed a piccoli tradimenti che gli alunni mai si permetterebbero.
Quando c' stato da scegliere fra i regolamenti e la solidariet coi compagni, mai Teresa ed io abbiamo esitato, e ci siamo qualche volta rassegnate con studentesca allegria a biasimi ed a rimproveri; un poco,  vero, per quello spirito di indisciplina di cui i professori spesso ci accusano, ma anche e soprattutto per quel senso di lealt, di dignit, di disinteresse cos forte in noi giovani che ci fa considerare come una bassezza, un oltraggio imperdonabile alla giustizia ogni atto di egoistico tornaconto.
***
La lezione di Italiano  quella che gli studenti ascoltano con pi raccoglimento, ma non con pi interesse. Per un fenomeno strano e pur abbastanza comune, sembra che la mentalit dei miei compagni abbia preso un unico speciale indirizzo: son tutti matematici o latinisti.
Zambellini, appassionato di studi filosofici e psicologici, Markin dalla coltura diffusa e confusa, ed io, ci salviamo coi nostri componimenti. Gli altri, intelligenti o semplicemente studiosi delle altre materie, sembra abbiano portato fin dalla nascita, una avversione speciale per tutto ci che  arte, forma, letteratura, coltura, forse perch abituati, anche nelle migliori famiglie, a parlare un dialetto gi ibrido e imbastardito; o perch cresciuti in un piccolo centro provinciale, senza alcuna tradizione intellettuale, senza alcun mezzo di allargare, salvo che col commercio, il cerchio ristretto in cui vivono.
Naturalmente, il nostro professore di letteratura che li conosce solo attraverso i componimenti, e avvicina solo una parte della loro mentalit, la pi infantile, li giudica deficienti o poco meno.  una pena, una umiliazione alla quale n sanno, n possono sottrarsi. L'ora di italiano  il loro incubo, il loro spauracchio,  la lezione alla quale non mancano mai, che d maggior pensiero e toglie maggior tempo per la preparazione. Ma a che vale studiare a memoria Dante e il commento; stenografare tutte le note di letteratura e ripeterle alla lezione, punto per punto, quasi con le stesse mirabili parole del professore; compulsare vocabolari, dizionari, libri di testo e di commento, per due tre ore in biblioteca; quando il professor Cesi, detto Cecchino, si prende il gusto di sferzare, punzecchiare, tormentare con parole che sembrano scudisciate, Caponovo "il bello" per una sua frase un poco ingenua e bambinesca?
Caponovo, il pi studioso, il pi diligente, il pi tranquillo degli studenti di terzo corso; chiamato "il Bello" per certo suo viso regolare, florido e pur signorile insieme, dalla carnagione estremamente rosea e fresca, dai fittissimi capelli rossi pettinati a spazzola; Caponovo che, malgrado la sua simpatica fisonomia aperta e sicura,  di una timidezza eccessiva e si lascia investire senza uno scatto, dalle parole caustiche di Cecchino, violento senza violenza.
Mentre gli altri, un poco pallidi, paurosi di una domanda del professore, mortificati per il compagno, chinano il capo sopra ai loro libri quasi in atteggiamento di indifferenza, io fisso il professore e mi par di vederlo per la prima volta.
Lo conosco da molti anni: non l'ho mai visto cos. Il suo viso rosso bruno assai caratteristico: naso sottile e aquilino, baffi spioventi, capelli buttati indietro in una larga onda, mi par per la prima volta come illuminato da una fiamma di sottile e mai supposta malignit.
Non gli vedo gli occhi: sono occhi largamente aperti sotto l'arco sporgente della fronte, chiari occhi senza sguardo, quasi abbacinati, come quelli dei marinai.
Mi sembra a volte che egli sia cieco e penso ad Omero; non Omero vecchio "dalle tempie stellanti" quale ci  raffigurato in una magnifica espressione di silenzio, nel busto greco; ma l'altro, ancor giovane, il rapsodo, il cantore, il cieco veggente errante per l'Ellade in fiore.
Non vedo i suoi occhi ma sento le sue parole pronunciate con voce dal timbro un poco monotono, con lenta pacatezza di tono, forse per questo pi tagliente.
Sono staffilate. Soffro per lui e per il mio compagno; soffro per qualche cosa che si rivolta in me. Avevo forse sperato che Cesi, perch poeta, si dimenticasse di esser professore?
Come non sente che non  permesso umiliare cos? Non sono le parole,  il tono con cui sono dette, un tono insultante di superiorit, di degnazione, di disprezzo.
Tace, finalmente, e senza una parola Caponovo siede.  pallidissimo e vedo che mentre apre un libro le mani gli tremano violentemente; Teresa ed io ci guardiamo con un senso di pena infinita; Cesi  tranquillo e pago.
Senza pi una parola a noi allievi, egli riprende la sua lezione iniziata l'altro giorno ci parla di Alfieri e il fascino della sua parola a poco a poco disperde, dissipa, scioglie completamente quel senso di gelo, di impaccio, di rancore che la sua spietata ironia aveva suscitato in noi. Parla con la stessa calma metodica, senza uno sforzo apparente e senza calore e non ci guarda mai: gli occhi abbacinati guardano fuori. Lo so, essi amano e cercano sempre quella linea lontana di montagne, come me.
***
Sono le quattro. Rosicchiando un pezzo di cioccolata, Teresa ed io guardiamo malinconicamente sfilare in giardino, lungo il viale, o indugiare chiassosamente sul prato, pel gioco del pallone, i ragazzi del Liceo e del Ginnasio, inebriati dalla gioia di poter sgranchire finalmente le gambe. Se ne vanno, gli altri.
Noi soli di terza rimaniamo, per la quotidiana lezione di greco che sarebbe facoltativa, ma che tutti ci rassegniamo ad ascoltare, forse perch in fondo ci si diverte.
 l'ora pi tranquilla del Liceo, questa.
I corridoi muti, deserti: le classi vuote, ove il disordine degli scrittoi e delle seggiole rivela la movimentata fuga dei ragazzi al segnale del "finis"; gli angoli gi folti d'ombra, questa ombra che al principio dell'inverno cala cos rapidamente, spegnendo luci e colori.
Sono le quattro, e malgrado la giornata sia stata luminosa e tersa non ci si vede gi pi. I ragazzi del Ginnasio, sul piazzale, hanno smesso di giocare. Fa freddo, si sente l'inverno vicino.
La testina pensosa di Teresa, accanto alla mia, si appoggia alla palma in atto un poco stanco: ne intravvedo il profilo fine, la linea originale della bocca e del naso, il mento allungato e ostinato, come quello di certe figure preraffaellite, il casco dei capelli sempre spettinati, di un biondo un po' cupo, gli occhi miopi, velati d'azzurro.
La sento stanca e un po' triste e non le dico nulla, non allungo nemmeno la mano ad accarezzare la sua, fine, che sembra troppo fine per sorreggere il piccolo capo. Sono fredda, gelida e rigida come queste giornate di novembre: mi lascio fasciare d'ombra come le montagne e il lago.
Ma ecco "Giovannin", il custode, che accende la lampada grande del corridoio e quella della nostra classe, soggetta ai vandalismi dei compagni che ne rompono ogni settimana o la reticella o il vetro; nella speranza che Colorno, al buio, non faccia lezione.
Ma Colorno  pi furbo di noi, e quando la nostra lampada  inservibile, ci fa traslocare tutti, con libri e quaderni, in un'aula vicina.
- C' Barbetta, Giovannin? -
- Possiamo scappare? -
Giovannin ride bonario:  il nostro amico ed il nostro complice, ci rilega i libri e ci consola quando i professori imbestialiscono. S, purtroppo, Colorno c' e la fuga non  possibile.
Quando il professore arriva, ci trova tutti al nostro posto coi libri aperti e la traduzione (copiata) bene in vista.
Egli ci guarda con occhio soddisfatto e quasi paterno: la Grecia, la sua terra promessa, il suo Nirvna, il paese dalle rive incantate, ha il potere di ingentilirlo, quasi.
Quando legge, traduce, corregge, anche solo quando sfoglia il libro di sintassi greca o commenta Sofocle, quando ci fa per la millesima volta l'etimologia della parola "Tragedia", o recita la tavola dei verbi in "mi" (che qualcuno di noi non  ancora riuscito a imparare) lo si sente padrone di uno strumento suo, di una cosa sua; par di vederlo muovere pi agilmente, in un elemento creato per lui.
- Signorina Cianella, vuol tradurre lei? -
 la frase sacramentale e che, appena pronunciata, ci fa tirar un sospiro di sollievo. Teresa  la pi brava in greco; traduce benissimo, approvata da cenni energici del grosso testone di Colorno e da grugniti di soddisfazione, da esclamazioni ed osservazioni che noi non ascoltiamo. Siamo troppo occupati, generalmente, a passare l'ora il meno peggio possibile. Vedo Zambellini e Carini, all'ultimo banco, mezzo in ombra, che giocano a dama; Caponovo ricopia diligentemente la matematica per domani; Dorini si guarda nello specchio e tira fuori una lingua lunga cos; Frank legge, lo vedo dal roseo colore, una gazzetta sportiva; altri sonnecchiano.
Markin, col capo a zazzera lunga sprofondato nel collo, cogli occhi rossi e piccoli dietro le lenti enormi, sembra un uccellaccio. Io, penso.
Penso quanto meglio sarebbe se Colorno, con la sua voce trascinatrice, ci parlasse come ad anime nuove, assetate di luce e di alimento quali siamo, di tutto ci ch'egli ha veduto, vissuto e rivissuto della Grecia fiorita di viole.
Eccola l sulla carta che ne riproduce gli antichi confini, piccola regione montuosa, frastagliata, tormentata; come  possibile che ne comprendiamo tutta la mirabile ricchezza e civilt, cos semplicemente, aridamente, scolasticamente, giorno per giorno, sia pur attraverso le pagine di un capolavoro?
Se egli ad un tratto ci rivelasse questa meravigliosa Antigone che stiamo traducendo, questa tragedia dell'orrore, della piet, dell'amore, non con le consuete parole di commento ma con le vere, le pure, le armoniose parole del testo greco?
Non le comprenderemmo tutte ma ce ne rimarrebbe nell'anima quasi un'armonia interiore, un ritmo segreto di bellezza e di soavit.
E da sola, affannosamente, come davanti a qualche cosa di inaccessibile e di divino, vincendo la difficolt di parole ignote e del ritmo inconsueto, tento di afferrare io stessa, con qualche cosa di "mio", il senso pi riposto e pi umano dei versi immortali: "Senza lacrime di piet, senza amici, senza sposo, io vado per l'ultimo viaggio...".

2.
Vi  forse qualcuno che, pi dei professori, sia vicino all'anima dei giovani, e meno la conosca e pi la misconosca?
In questo Liceo non siamo molti: una cinquantina, una sessantina, non di pi; tutti ragazzi dai quindici ai diciannove anni, generalmente buoni, intelligenti, allegri - anime pronte e malleabili, volont valide e tenaci, coscienze rette e sane; creature la cui vita, dall'infanzia all'adolescenza (un po' ardente e turbolenta come tutte le adolescenze)  passata giorno per giorno, anno per anno, sotto il controllo di questi uomini che ci dovrebbero essere di guida.
Essi dovrebbero dunque sapere di noi tutto, non solo della vita esteriore (in una piccola citt come  possibile ignorarla?), ma anche di quella interiore, pi profonda e pi vera.
Ma noi siamo per loro degli ignoti. Cresciamo, viviamo, ci evolviamo accanto a loro, in una fioritura che dovrebbe commuoverli e riempirli di rispetto: lo stesso rispetto che provano le madri davanti alle nostre anime nuove, un poco misteriose e un poco schive.
Come dovrebbero benedirci e amarci per questa freschezza inesauribile che viene a loro dalla nostra serenit! Come dovrebbero essere orgogliosi della loro magnifica missione: indirizzare le anime giovinette, ancora un po' malsicure, ancora incerte, verso quello che a loro sembri, e che sia, ideale di bene e di verit.
Vi  qualcuno che abbia compito pi nobile, pi vasto, pi commovente del Maestro?
Quando io entro in questa scuola, che io sento "mia" quasi per diritto di conquista, quando per le scale, per i corridoi, nelle aule, vedo muoversi, agitarsi, vivere tutta questa giovent cos bella di serenit e di gaiezza, io stessa benedico il mio destino d'eccezione che mi ha portato a vivere per molti anni cos vicino a queste anime giovani come la mia, credenti come la mia, fiduciose come la mia.
Ma vi  chi pensa a stroncarci, in questo nostro piccolo mondo ove ci prepariamo alla vita - ci sono anche qui i "destructeurs de cygnes" - che ci tarpano le ali, ormai quasi valide al gran volo.
Sono, forse, Colorno, e Cesi;  certo Montucco, il giovane professore di Storia e filosofia, piccolo uomo dalla coltura se non vasta, simpatica, che si compiace talvolta di "demolire" un allievo un poco timido o un poco indolente, togliendogli ogni desiderio ed ogni volont di riprendersi studiando; che fa dello spirito sulla passione di Zambellini per la musica, sulle tendenze schopenhaueriane o nietzscheane di Markin. Molto spirito, troppo spirito, per degli allievi che domani se ne andranno di qui e dovranno ricordarlo come un Maestro.
, ancora, il Direttore, vecchio professore non cattivo, ma di una miopia morale e intellettuale quale si incontra specialmente in provincia, ostinato e vendicativo come molti vecchi, risoluto a finire la sua vita in Liceo e a non cedere il posto, a nessun costo, malgrado le lamentele degli allievi che faticano enormemente per seguire le sue lezioni, e la velata indifferenza dei professori, pi giovani di lui, che fanno ci che vogliono.
L'unico in cui sentiamo un vero interessamento, col quale siamo veramente in comunione d'anima, bench sia severissimo,  il professore di matematica, Zorzi; bella figura di giovane studioso, alto, magro, disordinato, con una testa espressiva e nobile, dall'alta fronte luminosa, dagli occhi strani e splendenti. Egli  severo con noi, ma giusto, e lo adoriamo per questo.
Poich non  vero che la giovent voglia e riconosca l'ingiustizia: non vi  nulla di pi lontano da essa. Siamo i primi noi a rispettare l'imparzialit del professor Cesi, malgrado le sue non sempre opportune e moderate parole di critica; siamo i primi a riconoscere nei nostri professori ingegno e talento, ma non riconosciamo, ma non sentiamo in loro la buona volont di comprenderci.
Essi guardano la superficie, non quello che la superficie ricopre e talvolta cela.
In Carini essi non vedono che un ragazzino che perde molte ore al pallone, pi occupato di corse e di gare, che di latino o di storia, e lo criticano, lo puniscono, senza saper indirizzare verso una via di bene tutto quell'ardore, quel vigore, quell'esuberanza di vita che ha bisogno di esplicarsi.
In Markin, tutto chiuso in s, ambizioso, imbevuto di troppe e di troppo dannose teorie, essi non vedono che presunzione o follia.
Eppure in tutti, anche in quelli che sembrano meno profondi, anche in quelli che sono meno buoni,  una piccola luce che dar forse pi tardi chiss quale alta fiammata!
Di me, essi non sanno nulla. Sono una signorina come tante altre, un po' pi intelligente forse, molto indolente e molto orgogliosa. Mi piacciono i compagni coi quali sono sempre, e quindi sono civetta: potrei domani, potrebbe uno di noi diventare "qualcuno", e sarebbe per essi una rivelazione.
Noi siamo il libro aperto sul quale essi leggono, ogni giorno, parole di un linguaggio incomprensibile.
***
- Stai dormendo, Milla?
La mano di Teresa solleva il berretto di velluto nero che mi son calata fin sugli occhi e il suo viso magrolino mi sorride, ma con espressione un po' crucciata.
- Pensa che hai la Storia da studiare! Domani ti interroga.
 vero; domani mi interroga. Domani andr a scuola coi nervi tesi, il cuore in tumulto e un po' di quell'angoscia che mi piglia sempre prima di una interrogazione; domani non sapr nulla, mi piglier un brutto voto e per Natale porter a casa il libretto delle note costellato di sei e di cinque.
Sospiro, ma non mi muovo. Me ne sto inerte sul fondo della barca, mentre Teresa studia e Antonio, suo fratello, rema vigorosamente.  un pomeriggio di gioved: abbiamo vacanza e siamo partite dalla Fiorita con la barca di Madame, carichi di libri, di cuscini e dei pastelli di Antonio.
Ora siamo in mezzo al lago ed , intorno a noi, la magnifica corona delle montagne che in questi ultimi giorni di bel tempo sembrano pi belle, pi pure nelle loro linee; tutta la catena, dalle vette lontane, pi alte e gi nevose, alle colline vicine digradanti dolcissimamente.
 strano, come questo novembre assomigli al principio della primavera!
Forse perch oggi il sole splende ed il lago azzurreggia calmo e terso, ma mi basta chiudere gli occhi, sentir la carezza del sole, ascoltare le voci lontane, i suoni lontani, tutto questo bruso indefinito che ci viene dalla riva, e aspirare con la brezza leggera profumi indefinibili e lievissimi, per illudermi di essere in aprile.
E serpeggia nelle mie vene lo stesso torpore, lo stesso languore dei primi giorni primaverili.
 pigrizia, stanchezza, indolenza morale e fisica, qualche cosa che fascia l'anima, i nervi, la volont; un'indifferenza inconsueta per tutto ci che sia obbligo, compito, lezione; un desiderio inconfessato di lasciarmi andare alla deriva, in una anestesia completa dei sensi.
Tutti, nella nostra vita di studenti passiamo per questo periodo, che assomiglia ad una crisi.
, nei pi studiosi, la stanchezza inevitabile di chi, negli anni di formazione, compie un troppo grave sforzo; e quelli che reagiscono, lottando contro questo indebolimento di volont, escono talvolta deformati per sempre dalla lotta, pi gravosa di quel che si pensi, incapaci di gaiezza, di serenit, di vera giovinezza.
Tutta la loro vita sar oscurata dal ricordo di quell'ultimo sforzo, n compreso n alleviato da alcuno.
Gli altri non reagiscono, ed  ci che li salva. Sono giorni e talvolta settimane, e talvolta mesi di disinteressamento completo, nei quali alcuni si lasciano andare pigramente alla piccola vita materiale di tutti i giorni, paghi di sentirsi vivere e di non affaticare per vivere cos; altri, i pi sani, i pi forti, ricercano appassionatamente tutto ci che sia pi lontano dalla scuola: sport, divertimento, amore.
A scuola, o non ci vanno o ci vanno malvolentieri, insensibili all'osservazione, all'indignazione, all'umiliazione, e talvolta arrivano a casa con classificazioni orribili, che tacciono, perch sanno che in famiglia la loro reale, sentita stanchezza sar chiamata pigrizia - perch i genitori non ricordano pi generalmente quello che pass nella loro giovinezza lontana; perch fra un allievo rimproverato ed il professore che rimprovera, chi ha torto, naturalmente,  l'allievo.
Quanti si sono rovinati cos? Passato il primo periodo di scoraggiamento, ritemprati i nervi e la volont, ancor forti, ancora desiderosi di ripigliare il cammino interrotto, essi si trovano dinanzi infinite difficolt, non solo di studi, dei quali hanno molto dimenticato, ma dei professori che si sono ormai convinti della nullit, della incapacit e della caparbiet dell'alunno.
Ci vorrebbero professori e genitori pi intelligenti, ed una maggior sincerit da parte dei giovani. Invece di lottare in silenzio e soli, si dovrebbe poter dire, con la certezza di essere compresi: Basta, non ne posso pi, lasciatemi riposare.
E andarsene, lontano dalla scuola, solo occupati di ci che riposa, in un paese bello ove tutto parli all'anima, non pi nell'ambiente corruttore della citt ove le tentazioni, in questo periodo di debolezza, sono pi forti e pi frequenti. Ritornare un poco fanciulli, ridere, godere sanamente, senza pi un pensiero per tutto ci che ci era cos doloroso e cos fastidioso, e a mano a mano, mentre le forze rinascono, mentre la nostra mente riprende tutta la sua agilit, rimettersi spontaneamente al lavoro, agli studi; avvicinare di nuovo a poco a poco le labbra alla coppa che ci aveva saziato prima, perch troppo colma; ritornare alla scuola, pi buoni e pi vigorosi, sicuri di leggere sul viso degli insegnanti, come su quelli dei cari nostri, la stessa gioia per la nostra rinascita.
Io passo questo momento doloroso di transizione. Tutto ci che era mio orgoglio un tempo, riuscita negli studi e sicurezza della mia forza,  sommerso in una incoscienza completa. Non lotto, mi abbandono anch'io, ben sapendo che fra pochi giorni, fra poche settimane, mi sar tolta a questo marasma, che stagna la mia volont.
Vedo che i professori se ne accorgono e se ne indignano, senza stendermi una mano che mi aiuti; vedo anche in Teresa (ella resiste, ignora ancora quello che ella pure prover inevitabilmente, un giorno) quasi un sentimento di umiliazione, di mortificazione per me. Ella si chiede senza dubbio per quale causa in me, gi indolente, questa indolenza da qualche tempo cresca e ingigantisca.
La nostra amicizia  cos strana e di tal natura, ch'io trovo inutile e superflua una spiegazione.
Non siamo amiche, Teresa ed io; non c' mai stato fra di noi, in tutti questi anni di studi comuni e di convivenza, un momento di abbandono, di confidenza, di espansione.
Posso dire che ci conosciamo senza esserci mai parlate: la sua anima e la mia si son rivelate l'una all'altra nel contatto di tutti i giorni, non mai per una parola detta spontaneamente, per uno slancio, per un impulso di sentimento.
E mi basta guardarla, vederla come ora china sul libro, col capo arruffato anche pi biondo sullo sfondo dell'acqua, per capire, per sentire quanto ella sia diversa da me.
Sincera, tenace, ma non appassionata: un'anima diritta, virilmente leale, sensibile di una sensibilit che non sa vibrare, non sa esprimere, non sa donare; rude talvolta per l'indipendenza nella quale  vissuta, per l'ignoranza di tutto ci che non sia scolastico; indifferente a tutto ci che a me piace: lusso, profumo, gioia anche fuggevole; pi profonda, pi seria, pi buona di me.
 molto stimata dai professori, poco amata dagli allievi di cui non stimola la vanit, forse perch ancora troppo acerbamente bambina.
Ella  come i suoi capelli: tutto un arruffo incomposto, una massa confusa che si guarda con occhio indifferente: ma quando li scioglie scendono a ricoprirla di un mirabile manto dorato.
Cos diverse, cos distanti in ogni nostro pensiero, che, come ora, mai abbiamo sentito il bisogno di rivelarcelo.
In fondo, vi  molto egoismo in questo sforzo costante di tener separate, sebben vicine, le nostre due vite. La nostra vita basta a ciascuna di noi: Teresa  paga di studiare, di riuscire, con tenacia che non le viene dall'ambizione, ma dal sentimento del dovere; di essere la miglior traduttrice di Sofocle; di passare, dopo la scuola, tre, quattro ore ogni sera sui libri, di non derogare in nulla dalla sua regola di vita. Ch'io sappia, dacch la conosco, non c' mai stato nella sua anima una simpatia, un piccolo intrigo sentimentale che abbia dato colore alle sue giornate un po' grigie di studentessa.
Abbiamo la stessa et, la stessa istruzione, lo stesso scopo; facciamo tutti i giorni insieme la via che conduce al Liceo, e nel Liceo passiamo la migliore e la maggior parte delle nostre ore; non da pochi mesi, ma da tre anni, e la sua vita  cos dissimile dalla mia!
Dopo la sua osservazione un poco inquieta, Teresa non mi si  rivolta pi. So che si offende facilmente: che abbia interpretato il mio silenzio come un affronto?
- Teresa?
Teresa ed Antonio alzano il capo contemporaneamente, l'una dal suo libro, l'altro dal suo pastello.
Non sembrano due fratelli: il viso magroletto di Teresa  in Antonio, che ha solo quattordici anni, pi pieno e pur meno infantile; una ruga sottile e profonda incide la fronte sopra gli occhi grigi un poco dilatati; molto pallido di solito, ora si , col remare, riscaldato ed ha in pi sotto un occhio uno sberleffo di pastello azzurro, per cui rido molto, offendendolo.
 un bambino, in fondo, cos minuto di ossatura e di statura; qualche volta, quando si liscia molto i capelli e si fa il ciuffo profumandolo con la mia acqua di Colonia,  perfino carino e glielo dico, facendolo diventar rosso. Teresa mi sgrida, perch teme che glielo guasti.
 il pi simpatico ragazzo che io conosca: di uno spirito d'osservazione non comune.
Scrive poesie piene di melanconia, un poco puerili di forma, ma che mi fanno pensare a certe liriche nordiche. Disegna pupazzetti con uno spirito indiavolato; sa quello che usa, quello che sta bene, quello che  ridicolo; se vede una bella signora si incanta e a casa ne fa il ritratto a memoria - del resto tranquillo, punto "enfant-prodige": il ragazzo pi semplice e pi ragazzo di tutto il ginnasio.
Ho finito di ridere; gli chiedo perdono dell'irriverenza.
- E tu, Teresina, finiscila di studiare. La sai benissimo, smettila.
- No, no, non  vero... Non so ancora bene le guerre di Polonia.
- Gi, Stanislao Leczsinsky e Stanislao Poniatowsky! Chi erano? Ti giuro che non lo so pi...
- Nooo? Ma lo sai benissimo; Leczinscky...
- Per carit!
Mi alzo di colpo, a rischio di capovolgere la barca; e chiudo la bocca a Teresa che si dibatte ridendo.
Antonio alza il capo dal suo pastello, esasperato perch gli abbiam fatto tracciare un lungo tratto rosso, proprio dove non c'entrava niente.
- Ma finitela! Ora vi faccio il ritratto: le due furie!
- Oh, l, l! Giudizio, Antonino Pio! Fammi vedere i tuoi pasticci, piuttosto.
Il ragazzo arrossisce e vorrebbe rifiutare, ma Teresa riesce a prendergli il disegno e tutte due ci chiniamo a vedere.  un'acqua chiara, verdastra, trasparente - una riva lontana, biancheggiante di case;  la montagna alta e quasi rosea, nella luce del tramonto; un pastello, non pi grande di un palmo, delicato, malinconico e puerile come le sue poesie.
- Mi piace molto. Quando mi sposo me lo regali, Antonino?
- Che furia di sposarti! Sei innamorata Milla? - chiede Teresina sporgendosi verso di me e guardandomi coi suoi chiari occhi velati.
 una domanda imprevista, un poco banale, alla quale non so che cosa rispondere. Antonio risponde per me.
- Che domanda! - dice ridendo piano, sapendo forse di azzardare una cosa un poco buffa ed assurda. - Non lo sai che  innamorata di Zambellini?
- Stupido!
Prima ancora di pensarla, la parola mi  uscita spontanea; anzi, nell'impeto della stizza gli lancio il mio berretto, che egli afferra al volo e si calca bene in capo, ed  cos ridicolo che la mia rabbia sbolle quasi immediatamente.
Teresa tace e mi guarda ancora. Forse  nei suoi occhi una domanda alla quale non voglio rispondere. Le parole arrischiate di Antonio pare abbiano diffuso un gelo improvviso, un senso di imbarazzo. Non so perch, scioccamente, io mi lasci impressionare da quell'espressione bambinesca; non oso parlare perch sento che la mia voce  mutata, quasi strozzata in gola.
- Torniamo? - propone Teresa, rabbrividendo nel paltoncino; e si mette a riordinare i libri, con una furia disordinata, e sgrida un poco Antonio che, col berretto in testa, mi tiene il broncio.
- Remo io? - chiedo a Teresa, quando vedo che sta per sedersi sulla panchina.
A poco a poco, nel cadenzato avanzare della barca, mentre le mie mani stringono un poco nervosamente i sottili remi scintillanti, mi sento invadere da una pace in cui non  pi alcun pensiero fastidioso. Penso alla mia casa, alla mia giovinezza; mi dico che forse la mia vita incomincia ora, in questo momento, in questa ora un poco grigia di sera invernale.
Sento che, qualunque sia il sentimento che a lui mi lega, non  da Zambellini che mi verr la felicit.
Siamo giunti: la barca costeggia il giardino di La Fiorita, il nido provvisorio che mi attende. Mi sento lieta come una rondine che sta per prendere il volo, e se ne va verso pi azzurri cieli.

3.
Caponovo ha promesso di aiutarmi a riordinare le note di filosofia; mi incammino verso la sua casa, nella sera gelida, con la sciarpa sul naso e il cappello serrato intorno al capo.
Fa un freddo terribile ed io penso con rimpianto alla saletta di "Madame", ove si stava cos bene.  allegra, ammobigliata con un cattivo gusto che non manca di originalit; mi divertono soprattutto certe romantiche oleografie sulle gioie della famiglia.
Povera "Madame"! L'ho lasciata tutta sola, sul suo giornale che si ostina a leggere ogni sera e sul quale abbandona il capo, addormentata, dopo dieci minuti. Molte volte, quando veglio per studiare, me la vedo capitare in camera a mezzanotte con gli occhi imbambolati:
- Je lisais le journal. Cest trs intressant!
Mi ha chiesto: - Dove va?
- Da Caponovo.
-Le joli blond?
Mi ha fasciato fino al collo e sono sicura che a quest'ora star riscaldandomi le coltri perch le trovi ben tiepide al mio ritorno.
Le poche buie case di Castagnola sembrano deserte e pel lungo viale di ippocastani che devo seguire per giungere al ponte e, poco pi gi, alla casa del mio compagno, non c' nessuno, non una voce, non un passo.
Mi diverto a guardare la mia ombra un poco bizzarra; faccio qualche sgambetto, non so se per riscaldarmi o per darmi coraggio; ma arrivata al ponte, in piena civilt, ridivento una passante discreta e silenziosa.
Giunta alla bella casa di Caponovo, mi diverto monellescamente a tirare dei sassolini alla vetrata dello studiolo che si apre tintinnando e dalla quale scende una voce che vorrebbe essere severa:
- Sar la signorina, naturalmente!
- Sissignore! Vengo su perch gelo.
L'atrio e le scale sono ammirevoli di lucentezza, e il pavimento dei pianerottoli  cos sdrucciolevole che rischio ad ogni passo di fare un capitombolo.
- Faccia piano, signorina, non si stanchi...
Alzo il capo e vedo affacciato alla ringhiera il viso sorridente della signora Caponovo, la mamma del mio compagno.
 ancora giovane, fresca come il suo figliuolo: capelli biondi incipriati, pronuncia spagnola, leggermente strascicata. Con Teresa e con me  di una gentilezza quasi materna.
Mi aiuta a spogliarmi, mi riscalda nelle sue le mani intirizzite, mi chiede timida, un po' spaurita, se non ho paura a uscir sola di sera, mi chiama Nia, e mi guida finalmente allo studiolo ove il Bello mi ha gi preceduto.
Quante ore ho passato in questa piccola stanza tranquilla, ore di raccoglimento e di studio intenso, o di matte risate.
Una lunga tavola, due scaffali zeppi di libri, alcuni quadri e qualche seggiola. Null'altro.
Ecco la mia seggiola, la pi bella, in vimini rossi, con un gran cuscino a fiorami che nei momenti di entusiasmo o di collera fa dei voli attraverso la tavola, fino al soffitto.
Non manca nulla; penne e calamaio, quaderni e libri; le sigarette e i cioccolatini e perfino il giocattolo per la bimba (io); un nettapenne a forma di bambola, che io adoro perch adoro tutte le bambole.
Depongo accanto ai quaderni di Caponovo anche le mie note e mi siedo in poltrona, volgendo intorno uno sguardo soddisfatto.
- Ero carino, vero? - mi chiede il Bello, vedendo che fisso un gran ritratto di bimbo in camiciolino.
- Uhm! Non tanto... Guardi che testone!  migliore adesso! - ridiamo tutte e due. Com' lontana la filosofia!
Con uno sforzo grandissimo iniziamo il nostro lavoro. Prima di tutto, sul quaderno nuovo, un "filosofia" enorme, scritto con la mia pi complicata calligrafia, che fa disperare i professori perch illeggibile. Poi, pi sotto, il mio nome, la classe, l'anno e il nome del Professore.
- Null'altro? - chiede Caponovo che si diverte molto di questa mezz'ora perduta.
Finalmente, nella seconda pagina, inizio il Capitolo I. - Del sentimento in genere.
- Quale sentimento? - chiedo a Caponovo che scioccamente arrossisce e non risponde. Chino di nuovo il capo, pensando che  meglio non parlare di certi argomenti.
Si tratta di un riordinamento delle note, ma son pi le osservazioni buffe che le postille. Ci vedesse Montucco, il professore, ridere come due monelli di certe sue frasi contorte e sibilline, di questa filosofia, che ci impartisce religiosamente, come cosa sacra davanti alla quale dovremmo inchinarci, e che si riduce ad un vano gioco di parole! Non  alla "Filosofia" ch'egli ci inizia, ma alla "sua" filosofia, ibrida o superficiale, tutta fatta di nomi, di conoscenza esteriore, che non ci d nessun palpito, non riesce ad entusiasmarci, che non comprendiamo e che domani, appena usciti dal liceo, dimenticheremo. E questo egli chiama coltura filosofica!
Ho gi quasi finito il capitolo delle "emozioni", aiutata dal Bello che compulsa libri, corregge, confronta con le sue note, quando con un fruscio lieve di gonne entra la mamma di Caponovo, tutta luminosa e lieta.
"Mamita" porta un vassoio colmo, con bicchieri, acqua dolce, biscotti: Caponovo deve averle detto che sono golosa.
"Mamita" ci versa da bere, mi rimpinza di dolci, guarda compassionevole il mucchio di libri ed i due studenti che, secondo lei, studiano troppo e se ne va sorridente com' venuta, col suo vassoio tintinnante.
-  molto buona, la sua mamma, Caponovo - gli dico riprendendo la penna. - Dovrebbero essere tutte cos.
- Non lo sono? - mi chiede un poco stupito ch'io parli con una nota leggermente amara.
- No, non sempre. Con noi ragazze, no. Non ci conoscono. Sanno di noi quello che tutti sanno, che studiamo coi maschi e come maschi; che siamo indipendenti; che studiamo perch abbiamo bisogno di lavorare; che, finito il liceo, inizieremo una vita di studi, di responsabilit - e tutto questo  fuor della regola, fuori del comune, mi capisce? Tutto questo non  compreso od  interpretato male. Non ci amano, ne sono sicura.
Caponovo tace, ma quando incomincia a parlare nella sua voce  un tono di pena e di incertezza.
- "Forse ha ragione Lei...  cos. Non le conoscono. Vede (ora lo posso dire) anche mia madre pensava come le altre. Quando sono arrivato a casa tre anni fa, quel primo giorno, ero molto contento e ho detto a "Mamita": Abbiamo due signorine, una bionda e una bruna".
E ho sentito subito, in "Mamita", qualche cosa di ostile che faceva male. Un altro giorno, che raccontavo di lei, che  cos bambina e cos strana (scusi), quel giorno...
- Dica.
- Mi ha detto: Chiss quante sciocchezze faranno!...  inquieta?
Ho una piccola punta al cuore, ma rido.
- Dopo, "Mamita" le ha conosciute, ha capito anche lei. Bast una sua frase a dissipare la diffidenza. Si ricorda quando "Mamita" le ha chiesto come si trova con noi? Lei ha avuto una frase cos sincera, cos allegra, non so, cos fraterna...
- Quale? Non ricordo...
- Ma s, quel suo "Oh, Dio (mi par di sentire ancora il tono). Ci vogliamo tanto bene!" Si ricorda?
- S, s.
- E gi prima "Mamita" si era riconciliata con le studentesse. Un giorno, lei  venuta a pigliare un libro. Era carina, quel giorno, sa?
- Grazie!
- Gi, carina. E poi, forse perch entrava in una casa nuova, aveva un'aria cos infantile, cos timida, quasi impacciata...
- Insolita, vero?
- Ma no. Simpatica, insomma. La mamma, che si immaginava di vedersi capitare un mezzo maschio, ne  rimasta molto... colpita. Dopo, mi ha detto qualche cosa che la far ridere ancora. La dico?
- Mi far male?
- Spero di no. Ma  una frase che le far comprendere meglio la mentalit di quelle mamme che non le conoscono: "Non credevo che le studentesse fossero cos educate!".  enorme, vero? - mi chiede con voce affettuosa, vedendo che sono arrossita violentemente.
- S,  enorme.
- Ecco, ora  inquieta - mi dice poi con aria un po' crucciata e mortificata.
- Ma no, ma no, - esclamo reagendo contro lo sgomento che mi ha presa tutta. - Ma  una cosa cos strana, cos penosa, cos forte, ecco! - Mi passo una mano sugli occhi, pi volte, quasi smarrita, quasi per dissipare la nebbia che mi ha avvolta ed isolata finora.
- Le zingare! - rido. - Siamo le zingare; creature senza casa, senza educazione. Non si sa chi siamo, donde veniamo. Ma non potevano informarsi? - chiedo con uno scoppio indignato, della voce.
Per tutta risposta Caponovo mi tende la mano che stringo nervosamente.
- Lo so, voi ci conoscete meglio. Ma perch le madri dubitano e diffidano ancora, quando voi siete per noi come fratelli? Ma non parlate mai di noi, dunque? Non dite come siamo?
- No. La maggior parte tace, per paura, perch teme stupidamente di far credere, con una parola in loro favore, ad una simpatia...
- Che mamm e pap si incaricherebbero di fare passare molto presto. S, deve essere cos; deve essere questa, in fondo, tutta la paura delle mamme. Un amore fra compagni! Si immagina? Sarebbe lo scandalo!
Caponovo mi guarda molto contrito: - Com' amara! Non avrei dovuto dirle tutto questo! Ora sar arrabbiata anche con "Mamita"!
- Io? Ma se "Mamita"  l'unica che ci abbia finalmente comprese, che non dubita... pi, di noi, che ci apre la sua casa, che non si scandalizza se ridiamo troppo e se ci incontra insieme per strada!; che ha capito che, per essere studentesse, non si  necessariamente le prime venute. E in ogni modo, anche se la nostra vita di eccezione costituisse gi per alcuni una colpa, noi non dobbiamo, non possiamo, per un sentimento di giustizia, essere giudicate come le altre. Noi non siamo come le altre.
Innprovvisamente suonano le ore. Com' tardi! E "Madame" che mi aspetta! E la strada che devo fare sola!
- L'accompagno? - chiede il Bello aprendomi il portone.
- No, no, domani tutta la citt direbbe che siamo...
- Innamorati. Che scandalo!
- Buona notte.
- Buona notte.
Le nostre voci si spengono nella via deserta.
***
 curioso come nella vita ci siano delle strane coincidenze di fatti, di discorsi, di parole. Si direbbe che un argomento chiami l'altro, che sia passata quasi una parola d'ordine.
I miei pensieri da qualche giorno non si aggirano che intorno ad un unico punto.
 stata, l'altra sera, la conversazione con Caponovo; ieri una mezza predica di Teresa che mi chiama civetta perch Dorini, oltre l'esercizio di matematica, mi ha portato un'orchidea della sua serra; oggi, in casa Ondani, la conoscenza ufficiale della madre di Cuzzi.
Cuzzi  stato il pi simpatico ed il pi "camarade" di miei compagni.  stato, perch ha abbandonato improvvisamente il Liceo, forse per un pasticcetto che ha fatto molto chiasso ed in cui si  anche parlato di debiti. Era un ragazzo gi viziato, molto bello. Fuori si dava delle arie per il profilo di efebo biondo, ma con noi era simpatico. So che mi si canzonava, ma tanto lui che io sapevamo quanto erano lontani dalla verit. Perch era un bel ragazzo credevano che necessariamente io dovessi innamorarmi di lui, e forse per questo la mia simpatia non ha conosciuto il minimo ardore.
Eravamo buoni amici, null'altro, e a questo contribuiva il fatto che egli mi aiutava per il latino ed io per i componimenti, e che aveva una passioncella per una mia amica.
Non ho mai litigato con lui come faccio, per esempio, con Zambellini; non ci siamo mai detta una parola sgradevole; eravamo due lieti studenti che si aiutavano a vicenda l ove erano pi deboli; buon pattinatore, era il mio assiduo compagno allo "Skating".
Tutto questo fino al giorno in cui part per un istituto di Losanna.
Allora durante quel primo anno di Liceo, la nostra "camaraderie" franca e ridente era conosciuta anche dalla famiglia, e ricordo anzi di aver fatto qualche componimento anche per la signorina, che aveva ereditato col fratello la fobia delle composizioni.
 un pezzo che non vedevo n lei n sua madre; mi pare quindi naturalissimo, trovandola dai miei amici, di chiedere alla signora notizie del figliolo e di ricordare che gli sono stata compagna.
La signora, ancora bella, ha una contrazione fuggevolmente seccata delle sopracciglia e un sorriso agrodolce che mi sconcerta e che non so come interpretare.
- Veramente? Non lo sapevo.
Io, non comprendendo, insisto: - S, in prima Liceo. Era molto simpatico.
Non capisco perch la signora abbia un breve accenno di tosse, e la signorina mi guardi con due occhi in cui non so se  pi malignit o pi sorpresa. Sofy, la signorina di casa,  stupita quanto me dell'effetto disastroso delle mie parole.
Ma incomincio a comprendere.
Ebbene, vi  qualche cosa che mi tenta in questo "bahissement" provinciale e materno, qualche cosa che non so definire nemmeno io, che  un improvviso desiderio di vendetta o di far male.
Mi sento la pi forte, perch mi sento pura da ogni cattivo pensiero, perch mi sembra di difendere una mia causa giusta.
- Non le ha mai parlato di me? Eravamo amicissimi!
La signora si raddrizza con tutto il suo sussiego, guardandomi, anzi squadrandomi con una espressione molto evidente di disprezzo.
- So infatti che in Liceo ci si permette...
Forse la parola le sembra un po' forte; io che voglio mantenere la mia calma, riesco a ridere:
- Non  il caso di permettere! Le pare! In Liceo c' molta cordialit, molta simpatia fra i ragazzi. Vero Sofy?
La signora freme, ma ha un tono molto gentile, ed io non posso a meno di pensare come in questo momento assomigli al bel figliolo.
- In Liceo c' molta libert. Farse troppa: non  vero signorina, Ondani?
Sofy chiamata per la seconda volta come arbitra nella scabrosa questione, ha un coraggioso accento di difesa:
- Ma no, signora. Anzi - prosegue pi forte - I professori apprezzano le signorine. E finora nessuno si  lamentato.
Io mi diverto immensamente. Vorrei che fosse qui anche Teresa, ma mi riprometto di raccontarle dopo e di farla ridere con me.
- Nessuno? Nessuno osa, cara signorina. Ma  una condizione di cose che non pu durare, ecco. Se parlo  perch so.
La guardo stupita, pensando se per caso il contrabbando di componimenti fra la mia pensione e casa Cuzzi, costituisca gi per questa trepida made un reato punibile.
- Molte madri, per esempio, rimpiangono, dacch sono state ammesse le signorine, di aver mandato i loro figli al Liceo. So di altre che preferiscono mandarli in collegio, piuttosto che in un ambiente pericoloso...
- Pericoloso! - che buona risata! - Ma signora, non siamo delle streghe che mangino i loro "buoni" figlioli! ch'io sappia, nessuno perde la pace per noi... Se ne  mai accorta, Sofy? - e ridiamo insieme.
-  strano per che Lei abbia un concetto cos falso del nostro ambiente. S, falso: Io non so chi abbia potuto farle credere questo. Non certo un allievo e nemmeno un professore. Mi creda: al Liceo come ha mandato suo figlio, Lei potrebbe benissimo mandare la sua signorina!
Misericordia! La signora mi fissa esterefatta come se le avessi fatto una proposta ignobile; la signorina ride di un riso cos stridulo che sembra un grido di indignazione.
- Mia figlia! Al Liceo! Coi maschi! Ma signorina...
La signorina in questione non  mortificata. Si ostina, pare incredibile, forse perch studentessa lei pure, a voler annoverare le studentesse fra la gente per bene.
- Ma non siamo le uniche, signora! Qui siamo due, ma pensi che a Milano, a Torino, dappertutto, le signorine sono pi dei maschi, quasi, e tutte brave figliole... S, buone figliole tutte, anche quelle (forse taluna ve n') che si sviano, perch troppo abbandonate a loro stesse o portate dal temperamento o sorprese da un sentimento pi forte della loro volont...
- Ecco!
- Ecco. Per queste poche, pi infelici che colpevoli, e che tali sarebbero state anche fuori del contatto quotidiano con ragazzi, si crede, si afferma, che una ragazza non frequenta le scuole maschili che per un fine leggero, quando non  ignobile.  questo?
Ci si accusa di leggerezza... ma visto che la missione di noi donne  di conquistare (lei  di quelle che lo ammettono, credo?) un marito qualsiasi, e se non un marito, un fidanzato, e se non un fidanzato un "flirt", visto che il "flirt" adesso  permesso perfino in provincia, perch non deve essere concesso anche a noi studentesse?"
Il mio discorso un poco ironico non la convince. Tenta di disingannarmi come davanti ad un grossolano errore.
- Ma signorina, prima di tutto noi madri non permetteremo il "flirt" se non fosse per un fine serio...
- Allora non  pi "flirt"!
Il "flirt"  il gaio cameratismo di due individui, che si piacciono, che se lo dicono, ma che non si impegnano in nulla ed anzi scartano dalla loro vita e dai loro discorsi, scrupolosamente, ogni serio proposito. Il giorno in cui si parla di un fine, di uno scopo, non  pi "flirt"... ... quello che le mamme desiderano.
Noi non possiamo ancora parlare di avvenire; ci lascino almeno, se ne abbiamo voglia e occasione, il "flirt" che non conduce a nulla... Nemmeno al matrimonio.
- Oh! Infine... visto che si spende per questi figlioli, visto che si desidera vederli bene avviati, abbiamo anche diritto di pretendere che nulla li svii dalla loro vita di studi!
- Benissimo! Ma lei  convinta che la distrazione venga proprio e solamente da noi?
La signora forse capisce in questo momento che non sono una avversaria comoda. Io cerco di mutare strada.
- Infine, non si tratta precisamente di discutere sul "flirt" e se ci debba o non ci debba essere permesso. Penso, e sono con lei in questo: che facciamo meglio a studiare e a divertirci... magari a spese dei professori! Solamente, non siamo le uniche, io e la mia compagna, ma siamo centinaia di ragazze in condizioni uguali. Fortunate quelle che possono compiere i loro studi vicino alla famiglia! Molte diffidenze sono evitate, e molti equivoci anche. Ma quelle, come noi, portate dalla vita a vivere sole in una citt piccola e abbastanza maligna, esposte tutti i giorni, tutte le ore alla stessa curiosit, alla stessa critica, non accolte che da poche famiglie di compagni, possono perdonare tutto ci solo quando pensino che la loro posizione  eccezionale e che non tutti possono comprendere".
Non rido pi, e madre e figlia mi ascoltano senza moto. Forse anche le due creature che mi fanno male con la loro piccineria sentono come le mie parole rivelino un cruccio lungamente nascosto, lungamente trattenuto.
- Non si riflette mai abbastanza a quelli che ci circondano e che pi della parentela formano il vero ambiente, l'atmosfera in cui si respira. Quando non si pensa come loro  un combattimento continuo di tutte le nostre forze per non venir soffocati. Non esagero. So quello che dico perch l'ho provato; perch, glielo confesso, per non venir soffocata ho dovuto qualche volte ribellarmi e sono apparsa allora pi spregiudicata di quel che fossi realmente.
Lei vede, siamo creature giovani. Semplicemente, lavoriamo....
- Ma ci sono tante vie di lavoro! - interrompe la signora, senza pi alcuna arroganza.
- Tante! Quante? Le solite... E ancora troppo poche. Ma come ci sono creature che non possono dedicarsi se non ad un lavoro manuale, ce ne sono altre che da tutto, dall'ambiente, dalla famiglia, dall'avvenire che  stato loro promesso, non sognano e non possono compiere che un lavoro di una certa levatura. E come ci sono ragazze alle scuole magistrali perch non nei licei e nelle universit? Gli studi non sono pi difficili; sono diversi, anzi, pi geniali.
Perch non studiare coi maschi, come i maschi? se lo possiamo fare con uguale, se non con maggiore facilit e volont?
La questione morale? Ma io non capisco; non ci si scandalizza se dei ragazzi dai quindici ai venti anni ed anche pi in l, giocano insieme a "tennis", prendono lezione di ballo, vanno allo "skating", si trovano in gite. Questo, perch  "chic". Ma noi?  dunque peggio se ci troviamo in iscuola, e, durante le ore della giornata, riceviamo insieme dai maestri quello che deve renderci forti e buoni, ci aiutiamo se ci sentiamo deboli, ci diciamo i nostri pensieri e sappiamo i nostri difetti? E se ci troviamo per via, se ci fermiamo, se come fratelli ci accompagniamo, le mamme devono spaventarsi per questo? Davvero, mi sembrerebbe di abbassarli nel mio concetto, se pensassi che la nostra amicizia  pericolosa!
E poi dopo sei o sette ore di scuola, creda, abbiamo poca voglia di pensare alle simpatie che possiamo destare. Nemmeno ammetto che fra noi compagni possa nascere un vero amore. Perch  l'eccezione, perch, lo confesso, mi sembrerebbe cosa magnifica.
Parlo di "simpatie", che non hanno nulla di pi vergognoso di quelle nate sul campo del "tennis".
Anzi, sono utili.... Io, per esempio, so di essere molto simpatica ad un ragazzo che mi fa sempre il compito di matematica. E non mi dir troppo civetta se faccio il componimento solo a chi mi piace? Mi creda,  pi che altro una societ di mutuo soccorso..."
Sento nella signora qualche cosa di pi sollevato, di pi buono, dacch ho smesso il mio tono leggermente canzonatorio. Non so se potr convincerla: so che nel suo piccolo mondo, fatto come lei, educato come lei, se una ragazza avventasse il desiderio di studiare al ginnasio o al liceo, sarebbe cosa inaudita, scandalo enorme, e che lei stessa, anche dopo le mie parole, si associerebbe alle altre. Ma in ogni modo, col mio tono sinceramente appassionato, ho dissipato una sua piccola nube: la convinzione che fra me e il suo bel figliolo ci sia stato qualche cosa, e di questo, egoisticamente, se non d'altro, si rallegra.
So che ricorder le mie parole; che un po' per merito mio la parola "studentessa" non le apparir pi come qualche cosa di disprezzabile, di equivoco.
E non mi odier per questo, ma dall'alto della sua misericordia, madre di uno splendido ragazzo che fa debiti e di una insignificante signorina che aspetta tranquillamente il marito senza troppo affannarsi per licenze e per lauree, mi compatir come una piccola creatura coraggiosa che prosegue per una via cos curiosa, cos diversa dalle altre. Non parler male di noi, certo, e se qualche madre arrischier ancora una piccola maldicenza sul nostro conto, ella dir con la sua voce pacata e pietosa, generosamente: - No, sai, la conosco,  di buona famiglia!
Ebbene, non so perch metto un certo puntiglio a lasciarle di me il miglior ricordo. Penso che della sua cattiveria un poco ingenua, della sua cecit morale non ha colpa lei ma tutti: forse anche noi, che ci incamminiamo per la via nuova e non ci curiamo di chi ci guarda meravigliando; forse mia che finora ho vissuto lieta e spensierata nella sana indipendenza, nella forza gioconda del mio intelletto, e che credendomi superiore, non ho visto che altri mi abbassava. Ho sempre disprezzata l'opinione altrui come qualcosa di importuno, di innocuo; ora mi accorgo che  se non altro pericolosa e che chi non vuol cedere a lei, deve per combatterla.
- Noi siamo di passaggio, signora; fra pochi mesi ce ne andremo. Mi creda: non abbiamo nessun rancore per le diffidenze che ci hanno accolte e che, anche per colpa nostra, in tanti anni, non sono state dissipate. E bastava cos poco in fondo!
C' stato una specie di malinteso fin da principio, e ci sar sempre dove, come qui, la societ  ristretta. Mi crede per se le dico che non  logico, non  giusto che ci credano creature leggere, con uno scopo frivolo, quasi immorale?...
Non c' nulla di male se confesso che anche studiando per farmi una posizione mi diverto enormemente all'esteriorit della mia vita, per le chiacchiere, le risate, gli intrighi dei miei compagni, e non mi offendo se mi canzonano, e sono contenta quando sono contenti di me..."
Ci guardiamo, in un minuto di silenzio in cui passa qualche cosa che sembra commozione.
Poi la bella signora si rischiara, gi dimentica di quello che  stato di spiacevole fra di noi, e mi saluta lietamente.
- Venga a trovarmi.
 una piccola vittoria.
Sofy ed io rimaniamo sole: ed io sento la sua mano che mi tira lievemente i capelli e la sua voce cordialmente affettuosa che mi dice piano, quasi le altre sentissero ancora:
- Brava!
Rido, rido, rido; finch il riso mi muore in gola, fra le lagrime, e non  in me che una parola:
- Miserabili!
Non alla signora bella che se ne  andata, non alle madri che non conosco e che non mi conoscono, ma a qualche cosa di soffocante, di ignobile, di corrodente che  fuori di noi, che  sopra di noi, pi forte di noi - che : "Gli altri".

4.
Nulla, invece, ho detto, a Teresa. Al momento di parlarne, questa mattina, quando l'ho vista in classe tutta intenta al canto di Cacciaguida, al muto interrogare de' suoi occhi che hanno forse visto intorno ai miei il segno delle lacrime recenti e roventi, mi sono sentita una mano di piombo sulla bocca. Mi sono detta: "Non comprenderebbe" o forse temo le sue parole.
Qualche volta, quando rido e chiacchiero coi miei compagni, la vedo, rabbuiarsi. Non  gelosa, la conosco; solo, non comprende.
Ricordo, in prima Liceo, un pallido fanciullo che frequent per poche settimane il corso libero di Storia dell'Arte.
Forse perch i miei occhi si allargavano smarriti di piet, guardandolo, io fui per lui quale forse non sar pi per nessuno: la gioia.
Trovavo al mio posto, ad ogni lezione, i suoi fiori, ed era cos ammalato che neppure i compagni osavano riderne. Io non pensai di rifiutarli.
Ma Teresa sgrid: mi divertivo a torturare un povero figliolo morente e ad illuderlo col mio amore.
Amore? E perch? Perch accettavo i suoi fiori?
- Lo fai per civetteria.
Quel giorno, mi ricordo, piansi; poi non raccolsi pi i fiori di quel povero bambino, ma quando mi dissero che era morto (oh, non per me; non si muore pi d'amore, lo so), io pensai con rimorso a quelle corolle disprezzate.
Ella mi chiede: - Perch dunque ti vogliono tanto bene?
Qualche volta, quando indugio pi a lungo allo specchio, prima della scuola, domanda: - Perch?
No, non potrei risponderle. Se le dicessi che amo i miei compagni come una sorella, essa che  abituata ai dispetti di Antonio, riderebbe; se le dicessi che  ingiustizia chiamar civetteria questo mio desiderio di piacere e di far loro piacere, mi chiamerebbe incosciente; se io tentassi di spiegarle che  appunto nella nostra piccola vanit sferzata che sta in gran parte il vantaggio di questa educazione in comune, si indignerebbe dicendo che abbasso a cosa vana ci che deve essere ideale e fine superiore,
Eppure, ella stessa sente di non aver ancora raggiunto, nei rapporti coi compagni, il giusto equilibrio: la sua femminilit dignitosa e un poco rigida  ancora trattenuta, inceppata dalla acerbit dell'adolescenza, acerbit che  scatto, noncuranza, talvolta scortesia e che la rende pi simile ad uno scapigliato ragazzo che ad una signorina.
Ha dei maschi tutte le sincerit e della fanciulla, malgrado l'aspetto delicato, nessuna morbidezza. Forse giustamente (dal suo punto di vista) io sono per lei una civetta.
Eppure sa che se v' cosa che abborro  la frivolezza, la sciocchezza delle inutili parole, degli inutili gesti; sa che se io chiamo una fortuna il poter vivere in contatto quotidiano coi miei compagni, non lo dico per il piacere di poter scherzare, ma per la facilit di poter comunicare pensieri, sentimenti, opinioni ad anime giovani come la mia.
O forse, Teresa ha ragione? Mentirei, se dicessi che essi non mi piacciono, che trovo pi simpatica della loro la compagnia delle signorine, e che non  per loro che io indugio allo specchio. E tutto questo, s, si chiama civetteria.
Ma civetteria vuol anche dire finzione, maschera del viso e dell'anima che cerca di piacere ingannando, ed io non ho mai cercato di essere, per i miei compagni, pi o meglio di quello che sia realmente. So che mi conoscono, come io conosco loro, in tutti i miei scatti, le mie debolezze, le mie caratteristiche, senza nessun velo di illusioni amorose.
 appunto perch non fingo con loro e non mi metto la mascheretta di banale ipocrisia, sia pur piacente, che ogni fanciulla crede obbligatoria quando si trova con un giovane, che nessuno mi ha mai amato d'amore ed io non ho amato veramente nessuno. Troppo abituata ad essi per non vederne il lato debole o che si presterebbe al ridicolo,  difficile che io mi lasci prendere nella lusinga che adesca generalmente le fanciulle.
So di ragazze che mi invidiano e, qualche volta, quando le vedo arrossire al passaggio di uno studente, alla scappellata profonda: "Se li vedeste come li vedo io!" penso ridendo un poco.
- Eppure - mi dice Teresa, - ci fu un tempo in cui hai creduto di amarne uno. -
 vero, ci fu un tempo che, per uno di questi ragazzi impertinenti e chiassosi, io piansi. Ma non era la mia ora, e forse perch allora piansi posso ridere cos facilmente adesso.
Mi creai un giorno, in quel mio breve sogno, un'immagine fantastica di anima superiore, per quel bisogno che abbiamo noi donne di adorare qualche cosa che ci domini.
Ma nell'innamorata fece capolino, a buon punto, la compagna di scuola, che sciolse la rete di seduzione e di mistero, e nell'uomo che credevo di amare apparve a un tratto, semplice e comune, il liceista.
Li giudico spassionatamente, serenamente, senza disprezzo alcuno; anzi con una tenerezza quasi di sorella.
Essi sono la mia vita e nella mia anima, allo schiudersi dell'adolescenza, il suono allegro delle loro voci fraterne si  fuso tutto come nel bronzo di una campana.
Ho promesso a me stessa di essere per loro non solo la compagna di scuola, ma la compagna di anima. Se non tutti comprenderanno, se molti mi dimenticheranno, per altri, in questi nostri giorni di letizia e di sole, io sar stata veramente l'amica: Nicchio, Dorini, Zambellini... ed  questi che Teresa, parlando, chiama i miei "flirts"!
Ah, no: se la nostra simpatia  gi pi della "camaraderie" degli altri, quanto siamo lontani dall'amore o da quella apparenza d'amore che  il "flirt"!
Il mio piccolo Nicchio (Bruno: Brunicchio: Nicchio) non c' pericolo che mi comprometta, cos biondo e bimbo!
Non so se l'ho portato fra le mie braccia; so che ci dividono molti anni, che hanno fatto di me una signorina, e di lui un ragazzo appena appena. Ora  in prima Liceo; ha perduto la mamma da un anno e le sue guancie sembrano sempre troppo pallide vicino al nero degli abiti.
Ci vogliamo molto bene: un bene che  in lui monelleria e riso, che  in me protezione e aiuto. Mi sembra di ritrovare in lui un poco della mia infanzia; qualche cosa di cos fresco, di cos spensieratamente gaio...
Adora i giochi e studia pochissimo; suo padre lo sgrida terribilmente ed io cerco di aiutarlo fin dove posso. Sono depositaria dei suoi segreti ed ho in lui un piccolo cavaliere, che mi accompagna e mi difende. Ci diamo sempre del tu e questo  un privilegio di cui  fiero.
E Dorini:.. Non potrei essere civetta nemmeno con lui.
 il direttore del Liceo: il padrone anzi. Conosce tutte le serrature, tutte le chiavi, tutte le porte. Entra dappertutto e sbuca da tutte le aule e nessuno riesce mai a sorprenderlo. Aiuta tutti; mette a nostra disposizione libri, atlanti, sunti, automobile; studia e si diverte; fino alla sera  in giro, al suo volante, felice di spaventare i passanti con le sterzate.
Non  comune: nel suo corpo elegante e dinoccolato, sotto l'apparenza spensierata e pur affaccendata,  qualche cosa di pi profondo, che si cela e non si rivela che a tratti, come una luce improvvisa.
Penso talvolta che solo un artista pu avere quegli occhi profondi, od un malato, non so.
 profondamente ambizioso e pur profondamente buono: scettico e pur bambino; un po' pettegolo.  difficile piacergli, ma quando qualcuno gli  simpatico  di una delicatezza squisita.
Forse io giudico cos perch in primavera pensa lui a infiorarmi tutta la camera.
Teresa non pu soffrirlo.
C' uno, che qualche svolta io non posso soffrire.
Non voglio pensare a lui, ma quando usciamo dal Liceo e sento la sua voce allegra e canzonatoria salutarmi con quell'insopportabile "Milla cara", non torno a casa di buon umore. Ah, non lo posso soffrire quando  cos; non mi piacciono quegli occhi che scrutano, chiarissimi, ridenti, ironici, e mi ribello a loro finch posso, lottando contro un assurdo fascino che mi vince a poco a poco.
Una sera a lezione di greco, non potendone pi, gli ho detto: - Non  degno di lei! - Non so se ha capito: Colorno si  voltato chiedendo cosa c'era ed egli ha riso.
- Eppure, lo sa che io non sono come le altre e che quei suoi sguardi mi offendono. Come pu credere Teresina che io sia innamorata di lui? Ieri sera, l'ho visto, tornando da casa Ondani. Era con una ragazza: una sartina od una commessa di negozio.
Ha finto di non riconoscermi, ma ha fatto bene. Non lo avrei salutato.
***
Tutte noi, che frequentiamo le scuole maschili, abbiamo, nel fondo della franca simpatia che ci lega ai compagni, un poco del geloso e ombroso sentimento materno.
Questa maternit, dalla quale ci accusano di aver rifuggito quando ci siamo aggrappate con tutta la nostra intelligenza e il nostro buon volere a studi appassionanti; questo amore, che abbiamo scartato dalla nostra via, sia pur momentaneamente, perch non ci fosse una distrazione od un impaccio; questa femminilit che davanti ai vocabolari latini e greci e alle tavole dei logaritmi sembra nascondersi paurosa, vergognosa della sua fragilit, ha trovato modo, per una via secondaria, per una scorciatoia del sentimento, di prenderci tutta l'anima.
Ed io mi accorgo come essa mi abbia bene presa e come mi tenga tutta, in certi momenti in cui nei miei compagni fanciulli, vedo far capolino un poco delle miserie e delle vergogne degli uomini.
Ah, dolorosa sorpresa e sussulto di tutto l'essere davanti ad una rivelazione come questa; rivelazione che forse lascerebbe altri indifferente ma che in me penetra profondamente, bruciando qualche cosa.
Conosco la vita: so quanto vi  in essa di pi aspro e di meno puro, e so anche che vale la pena di viverla, sempre, interamente.
Ah, ma non essi; non i fanciulli impreparati; non le fresche forze; non l'ardore delle loro anime che un nulla pu travolgere. S, sono come una delle loro mamme, che trema per loro davanti alla rivelazione dell'amore, e vorrebbe che essa fosse sacra - e per sempre.
Sono una loro mamma giovane che li conosce forse pi intimamente, poich essi di me non hanno paura; e non velano i loro occhi e talvolta, raramente, nemmeno le loro parole. Sanno che non posso punirli e perci non si nascondono.
Le madri tremano e non parlano, ma se li vedessero come li vedo io e amassero di loro non solo egoisticamente la pura carne dalla loro carne, ma anche la bella forza del loro ingegno, la sana integrit e sincerit del loro carattere, non tremerebbero di parlare.
Ignorano esse che la giovinezza piega sempre davanti ad una parola buona e detta a tempo, qualunque ebbrezza la attenda? Ignorano esse che infinite cose la possono salvare dalla corruzione: la tenerezza, l'amore di una madre o di una sorella; una vita attiva e sana e soprattutto e sopra ogni cosa la piena sincerit, la visione intera, netta, sicura della vita e dei suoi pericoli?
Non v' pena maggiore, per me, e peggiore castigo, di questo silenzio che mi fascia la bocca e che fa di me, loro amica, quasi una complice; complice s, poich infinite volte io vorrei poter dire loro una parola e infinite volte ho taciuto per pudore, per timore, per paura di essere mal compresa... forse per vigliaccheria.
Chi ha il coraggio di affermare che la giovinezza di oggi  corrotta? Che cosa  stato fatto per la sua salvezza? Che cosa le  stato detto che la potesse trascinare lontano dalla tentazione? In chi ha trovato l'appoggio?
Se fossi madre, vorrei svelare alla mia creatura intera la vita, e sarei sicura di vederla impallidire e rifuggirne le brutture; poich se  vero che tutto  sano per i puri  anche vero che tutti i sani sono puri.
E l'impurit  talvolta, pi che altro, un falso concetto della vita.
Quando vedo Carini e Nicchio, i pi piccoli, i pi bambini del Liceo, e penso che le loro labbra possono essere contaminate e le loro anime intatte e fresche travolte come le altre dall'inesorabile destino, e che ogni giorno che passa pu portare una nuova curiosit malsana, una nuova scienza di corruzione; e che fra anni li ritrover mutati, senza pi nulla nel loro viso e nella loro persona di questa serenit che me li rende pi cari degli altri, quando penso soprattutto che l'amore, l'amore sacro, forza creatrice della vita, si riveler a loro nella forma pi brutale e pi ripugnante, sento in me un cuore materno che piange, ed  il pianto di tutte le mamme, che non sanno rassegnarsi al pensiero che la creatura intatta e bella stia facendo, a sue spese, l'esperienza della vita.
L'unico al quale potrei parlare di questo  Zambellini. Malgrado la strana inquietudine, l'irrequietezza che mi danno talvolta le sue parole ed i suoi sguardi, sento che egli potrebbe per comprendere.
Ebbene, sino a ieri l'ho creduto, ed ora, l'averlo veduto passare insieme ad una donna che non gli  n compagna n amica, di un mondo cos diverso dal suo; una di quelle creature inquietanti che nei laboratori o dietro i banchi di un negozio consumano le giornate sognando l'amore che le attende fuori, la sera; una di quelle piccole dolorose che a me stringono sempre un poco il cuore, malgrado il gaio sorriso e le vesti eleganti; l'avere veduto questo mio compagno che io giudicavo il pi puro e il pi forte, in un momento della sua vita di cui, forse, davanti a me, dovr arrossire, mi ha dato un'amarezza, un disgusto profondo, che non  gelosia, no; che non  "pruderie", poich nella "pruderie" vi  sempre dell'ipocrisia larvata - no,  delusione semplicemente, delusione amara e profonda.
Poich non  all'amore, che io sono passata accanto, ieri; l'amore che sotto qualunque forma ed in qualunque momento, deve destare il nostro rispetto e la nostra simpatia; sacro, fino a rendere sacro tutto ci che gli si riferisce. Amore, quello? Ah, no; la gaia avventura; l'inganno leggero e facile; il piacere nella sua espressione pi elementare. Anche i migliori, dunque.
E mai come oggi, mai come davanti ai chiari occhi che oggi si abbassano davanti ai miei, io sento il profondo dolore delle madri che non osano parlare; la complicit dolorosa, non necessaria e pur inevitabile; come se avessi assistito ad una profanazione e non avessi fatto nulla per impedirla.
***
Noi manchiamo di eleganza, in Liceo. Siamo tutti dei piccoli provinciali e non sappiamo smettere, nemmeno io che sono una "cittadina" l'abitudine dell'abito domenicale, abitudine conservata dagli anni di collegio in cui la domenica  il giorno sospirato, il pi solenne, se non il pi gaio.
Poich, in fondo, la domenica non  gaia. Si annuncia pigramente con l'indugio nel letto tepido; si stiracchia di ora in ora nella lunga "toilette", nel bagno ristoratore; si compone di piccole funzioni domestiche, nel riordinamento pi accurato della camera; si vela di malinconia nella penombra della chiesa; scintilla di gaiezza e di benessere alla tavola pi fiorita e, dopo una passeggiata, o una visita, o un pomeriggio trascinato di noia su di un libro,  coronata dalla notte in cui canzoni di ubriachi si incrociano per le vie.
Eppure io amo le nostre domeniche; dico nostre, perch  raro che Teresa ed io non le passiamo insieme. Al mattino, quando ci troviamo all'uscita dalla messa, non ci chiediamo e non chiediamo mai a noi stesse ove andremo e che cosa faremo nel pomeriggio; il caso ci conduce per vie soleggiate o in una "tea-room" e noi ci lasciamo guidare.
Generalmente, a mezzogiorno, siamo in casa Ondani: ci accolgono Sofy e le sue tre sorelle; ci sorridiamo felici di essere insieme e di ridere, di ridere tanto, forte, come bambine indisciplinate.
Sono piccole gioie che a casa non conoscevo; che non supponevo nemmeno e che non avrei mai assaporato se la mia vita non fosse cos; ed  per questo che mi piace il ritorno a casa mia e che mi sembra nuovo, singolare e delizioso che esista una casa in cui tutti si danno del tu; si conoscono e conoscono tutta la loro vita; in cui non si deve chiedere permesso per prendere un asciugamano o per spostare una seggiola: una casa che si pu frugare da cima a fondo; che si conosce in tutti gli angoli; che ci appartiene ed a cui noi apparteniamo. E pure io adoro la Fiorita e non cederei a nessuno la mia piccola camera sul lago, dalle pareti rosse da cui mi sorridono i cari visi di tutti quelli che amo, seguendomi in ogni mio gesto. Quelle pareti, ove il vano della finestra segna una macchia luminosa, non potrebbero appartenere alla mia anima pi di cos.
Durante tutta la settimana, s; poi giunge la domenica, e la casa fiorita non mi basta pi.  la domenica il giorno in cui si sente pi forte il bisogno di una grande famiglia intorno ad una lunga tavola. Per questo io sono grata agli Ondani di risparmiarmi una malinconia od un rimpianto, dirimpetto a "Madame" che pur mi vuol tanto bene e che si desola della mia defezione domenicale.
Un giorno lontano, che verr, io chiuder gli occhi per ricordare queste luminose domeniche; luminose, non so perch, anche quando piove. Sono le nostre vesti chiare che rischiarano la piccola sala da pranzo?... Eppure fuori il vento spazza la neve ammassandola negli angoli e contro le cancellate. Sono i visi pi riposati, le mani pi accurate, le voci pi armoniose che dicono parole lontane dalla vita studiosa di tutta la settimana?
Sono i fiori od  la golosit soddisfatta che mi fa sembrare deliziose queste colazioni?
Una pausa: il caff; poi un giro, per la casa o in giardino; la ricerca della poltrona migliore; una lucidatura alle unghie col "polissoir" delle signorine; un motivo di canzonetta in voga suonato con un dito solo; un giro di "one-step" con Sofy; Ida che suona una romanza; Marie che si ammira i piedi piccoli nelle scarpe elegantissime; Anita che sogna. E, vicino, la Mamma di queste grandi figliole: una buona mamma tenera, indulgente ed intelligente come la mia...
Riuscir a ricordarmi tutto questo un giorno? Non mi sar troppo lontano o non mi sembrer troppo puerile?
La gioia, per esempio di incontrare un compagno, di dettagliarne, senza malizia, ma quasi con compiacimento, l'abito, il cappello, la cravatta, le scarpe domenicali; di canzonarlo un pochino all'indomani; tutto questo  piccolo,  meschino,  borghese.
Che importa? Pur amando il lusso e l'eleganza, da quella piccola donna che si annida anche in ogni studentessa, pur detestando la vera borghesia, la borghesia d'anima, sento che non posso e non potr mai disprezzare la mia piccola vita d'ora.
 essa che mi fa capire cos intimamente questa citt; che me ne fa subire il fascino; che me la fa trovare deliziosamente sciocca;  questo che mi unisce ai compagni. Se la mia vita fosse differente li amerei malgrado la loro provincialit? Se la citt in cui viviamo fosse diversa, potremmo amare, come li amiamo, i nostri giorni di scuola? In una grande citt la vita del Liceo  certamente meno unita e meno semplice: a sedici, diciassette anni i ragazzi non portano pi i calzoni corti e le studentesse sono signorine; forse fra compagni vi  una gara di cravatte eleganti e fra compagne un poco di rivalit e di maldicenza.
Qui siamo tutti cos poco mondani e cos poco "chic"! Siamo cos ragazzi e cos semplici! Se ci vedesse uno studente cittadino, uno di quei bei figlioli dalla piccola testa liscia; uno di quei figurini eleganti che incontro spesso, nelle vacanze; se egli assistesse alla sfilata di questi ragazzi in maglia e berretto, forti, sani e allegri, per cui tutto  nuovo e tutto  bello; una gita in barca o una conferenza; il cinematografo o il teatro; se assistesse ai loro discorsi in cui il riso scoppia e scintilla, come solo i sani sanno ridere - che cosa penserebbe di noi e del nostro Liceo?
Non giocano a "tennis"; non "flirtano"; non saprebbero forse ancora stare in un salotto e tanto meno tentare una "conquista".
Per questo forse li trovo cos poco affascinanti? Senza volerlo, senza nemmeno saperlo, forse sono anch'io di quelle creature che hanno bisogno di una bella cornice per ammirare un quadro, di un bell'abito per amare un uomo? Io, che pur mi accontento di un compagno provinciale, mi accontenterei di un "flirt" inelegante?
La loro anima  nuda e liscia come il palmo della mano, una mano di adolescente, di bambino quasi, su cui le linee sono ancora rosee, appena segnate, in un intrico sottile.
Ed io mi chino a leggere, su queste mani chiare, e vi trovo cose che mi commuovono senza turbarmi.

5.
Giornata di dicembre, che si annuncia singolarmente rigida.
Abbiamo le prime nevi ed i primi venti che turbinano furiosamente contro le case e torcono i rami; il lago, questa mattina, mi  apparso quasi nero, coronato dalle montagne incappucciate di bianco.
Il paesaggio  metallico; come sempre divinamente bello; sfrondato di tutta la decorazione primaverile, estiva e autunnale, appare rigidamente armonioso, come una formula matematica.
Paesaggi come questi hanno bisogno dell'inverno, lo sfrondatore, il rivelatore, il purificatore, per emergere in tutta la loro bellezza, per mostrare che essa  intimamente nella loro linea e nella loro essenza, senza la maga della decorazione. Paesaggi come questi, come creature sovranamente belle, trionfano della nudit senza veli.
Vi sono montagne che, spogliate della loro chioma lussureggiante dai venti autunnali e dai geli, appaiono aspre e contorte come corpi devastati da un male, senza alcuna grazia e alcuna sinuosit. Incomposte nella linea; quasi sgarbate in quella vecchiaia solitaria che  l'inverno per le cose della natura.
Come benevola e sorridente  invece la vecchiaia di queste, che conservano ancora un'ultima civetteria per mirarsi nello specchio delle loro primavere. Come si allacciano carezzevoli, rosee ancora nel tramonto che conosce ogni anno il risveglio. Come morbide si adagiano nella conca, cos belle nella linea purissima che ogni artificio di fronda e di rami sembrer, a primavera, superfluo!
Nella vecchiaia che non conosce il disfacimento delle cose umane esse appaiono sovrane ed immortali, ed  per loro che questo lago, non ha la solita grazia un po' banale di tutti i laghi, ma una severit e una maest uniche.
La mia adolescenza, la mia giovinezza, si sono formate entro questa cerchia come in un anello meraviglioso.  per questo ch'essa attende sempre qualcosa, come le montagne che guardano al di l? Che cosa mi verr, da quella catena che circoscrive tutto il mio mondo, e che mi stringe senza farmi male, mi costringe senza soffocarmi?
Io porter, profondamente impresso per tutta la vita, nell'anima, il paesaggio meraviglioso e fantastico come uno scenario; ed ogni fatto di questa mia vita, degli anni di lavoro, di sogno e di gaiezza, saranno legati ad un sorriso o ad una collera di questo cielo.
No, non saprei studiare con gioiosa indifferenza, non saprei assoggettarmi alla lontananza dei miei pi cari, se non potessi alzare ogni tanto gli occhi e imbevermi di questa poesia. Non vorrei sognare una felicit, una pace, una serenit che forse verranno se non potessi legarle a questo lago e a questi monti per sempre.
Neve e vento, tutto il giorno; non accennano ancora a diminuire.
Pungono, tintinnando e picchiettando alle vetrate, quasi per chiamarci; ci invitano ai giuochi infantili, nel prato colmo, e qualcuno si volta.
Nell'aula un livido chiarore e una lezione noiosa: astronomia. Il vecchio direttore disegna sulla doppia lavagna, a carrucola, che noi chiamiamo l'ascensore, non so quale calcolo infinitesimale; qualcuno ascolta e si annoia; molti non ascoltano e non si annoiano.
Luned: giorno dei cioccolatini di Caponovo.
 seduto dinanzi a me, pi in basso di me, e mano mano che li sgranocchio, me ne passa uno; uno alla volta per non farsi accorgere e perch tutti insieme farebbero male alla "bimba". Deliziosi cioccolatini pieni di rosolio e di "chartreuse" che i compagni mi invidiano, certo pensando alla fortuna di chiamarsi Milla.
Due, oggi specialmente, mi guardano con insistenza, tutti e due con un'aria misteriosa piena di promesse: Dorini e Zambellini.
La pace fra me e Zambellini si  fatta poco a poco senza che nemmeno ce ne avvedessimo; senza una parola di spiegazione o di scusa che ripugnava ai nostri due orgogli eguali. Ci siamo trovati vicini per caso a matematica; gli ho chiesto un foglio che non mi ha rifiutato e ci siamo ritrovati allo stesso punto di "camaraderie" cui eravamo prima della sua avventura e della mia piccola gelosia.
Poich ora penso che sia stata gelosia e me ne vergogno e mi sento quasi sua debitrice, come se la colpa commessa fosse mia e non sua.  cos bizzarra la simpatia che mi avvince a questo mio compagno; cos complessa l'intima essenza di questo sentimento, che mi sono ripromessa di non scandagliarne mai pi il fondo oscuro in cui riluce qualcosa, e qualche cosa mi turba.
Ora egli mi fissa e sorride, coi denti tersi, e Dorini mi fissa e sorride lui pure.
Come sono bambini: come sanno godere di ogni piccola cosa. Anche ora, il pensiero della sorpresa che devono avermi preparato (lo vedo dai loro occhi) fa risplendere il volto ancora imberbe, la linea netta della bocca e della fronte, gli occhi puri con una infantilit quasi comica.
Sono questi, i due compagni che pur conosco alle prese coi pi ardui problemi dello spirito, appassionati ricercatori di verit? Sono essi, i pi intelligenti, quelli di cui io penso con fede e con orgoglio che riusciranno in tutto ci che vorranno e che li ho fatti miei amici?
Due ragazzi ancora, che nessuno prenderebbe sul serio, ma ch'io mi ostino a considerare come gi uomini per la profonda e personale visione della vita; cui affido tutta la mia fede di sorella, sicura che in tutto e malgrado tutto mai essi la deluderanno. Due ragazzi che ridono, lieti di aver preparato una sorpresa a "Milla cara".
Con un sospiro di sollievo, con un scalpicco impaziente, accogliamo il "finis" che la suoneria elettrica prolunga sonoramente per i corridoi e per le aule. Il Direttore cancella con metodica pazienza la lunga fila di calcoli sull'"ascensore"; noi ci prepariamo ad uscire. Colorno oggi ci ha annunziato che non avremo lezione di greco e tutti pensiamo con piacere all'anticipata libert che ci attende.
Indugio intorno ai miei libri, divertendomi alle impazienze di Dorini e di Zambellini che mi aspettano sulla porta con un viso che va facendosi sempre pi comico. Riordino la cartella con cura insolita: quaderni, libri e penna stilografica; tiro fuori lo specchietto e vi d un'occhiatina furtiva, un po' per vanit ed un pochino anche per far inquietare i due che mi attendono sempre. Finalmente, atteggiando il mio viso a diplomatica indifferenza, con calma, mi avvio verso di loro; ed eccomeli tutti e due accanto, con la stessa voce:
- Signorina...
- Che c'? Novit, Dorini? E anche lei? - mi rivolgo a Zambellini che ha il viso delle grandi occasioni. Ma Dorini interviene autoritario:
- Ti prego, Attilio, prima io; ho l'automobile che mi attende! Devo accompagnare Frank.
Da non so quale buco della sua cartella che gli d un'aria di agente di affari, egli tira fuori un pacco misterioso, legato vezzosamente con una funicella rosea; lo slega con precauzione, lentamente, come si fa coi bambini quando si prepara loro una grande e gradita sorpresa, ed io devo essere davvero bimba, in questo momento, con gli occhi sgranati in attesa di questo dono inaspettato.
Sono avvezza ai fiori ed ai cioccolatini e li accetto quasi come un dovuto omaggio; avvezza ai complimenti scherzosi, alle piccole burle; ma mio Dio, un dono vero, un dono serio, e da un ragazzo come Dorini che non ha l'abitudine delle smorfie, mi confonde veramente.
Quanta carta per avvolgere una scatola! Poich  una scatola, che io conosco gi per averne viste, per averne desiderate a diecine.
Di colpo essa mi riporta alla mia infanzia; mi rivedo tonda e bruna, con gli occhi sgranati intenti alle due mani che slegano la funicella: come allora il mio cuore batte furiosamente e la gola si stringe pulsando forte; come allora d in un grido, un piccolo grido di estasi e di ammirazione...
S, una bambola: tutta riccioli biondi, mi sorride dal fondo della scatola, con le larghe palpebre chiuse, e ad una mossa di Dorini, ecco ella spalanca gli occhi, occhi azzurri di meravigliosa bambina: ingenua e ridente, sciocchina e bella, simile a tutte le bambole del mondo, banale ed elegante nell'abitino di seta color di cielo, rosea ed estatica.
- La bimba  contenta?
La voce di Dorini mi risveglia dal sogno e me lo ritrovo davanti, con la bambola ritta tra le mani, tese al dono.
- Dorini, Dorini, ma perch?
- Restituzione - risponde gravemente chinandosi verso di me gentile e un po' ironico. - La bimba fu cos buona con me... ed ora il mio giardino non d pi nulla. Ho pensato di portarle qualcosa di pi duraturo. E alle bimbe cosa si pu regalare se non una bambola?
Caro ragazzo! Se non temessi di compromettermi o almeno di far male interpretare il pi spontaneo gesto di ringraziamento, gli butterei le braccia al collo. Mi accontento di accarezzare i capelli della bambolina e di guardarlo commossa.
- Per un componimento o due, le pare che valga la pena? Un regalo cos carino! Perch  carina, sa; guardi se non  adorabile!
Deve essere umoristico il gruppo di questi tre studenti intenti a dettagliare le bellezze di un fantoccino biondo; ma io penso a quanta poesia racchiude il dono semplice e puerile; so con quanta cura, con quale scrupoloso studio sia stata scelta la pi bella bambola della citt.  una gioia, per il grande amico, pensare ch'io porter il suo dono nella mia casa; ch'esso rallegrer, buffo e grazioso, le mie ore di studio, parlandomi di una mia piccola abnegazione e di una ricompensa delicata. Nessun regalo, il pi costoso od il pi ricco, potrebbe rallegrarmi e commuovermi maggiormente.
- Ed ora, a nanna - dico col tono di voce di una mammina previdente. Ripongo con cautela la bambola nella sua fragile custodia ed essa chiude subito, obbediente, gli occhioni, come una rosea mummia moderna.
- Cara signorina, bisogna proprio ch'io me ne vada. Ciao, Attilio... - e prima ch'io possa di nuovo ringraziarlo, Dorini, oggi come sempre donatore di una piccola felicit, si allontana nel corridoio.
Ho dimenticato la sorpresa di Zambellini e me ne ricordo, tutta assorta come sono nella mia gioia puerile, quando, con voce scherzosa ed occhi ridenti, egli si incammina accanto a me.
- E lei, Attilio? Che cosa  la sua grande sorpresa?
- Una sciocchezza... Ora che ho visto il regalo di Dorini, mi vergogno del mio, se pur si pu chiamare un dono!
- Ma cos', dunque?
- Dio mio, nulla. Una piccola sorpresa; una cosa che forse pu farle piacere o che forse non la interesser nemmeno.
- Non capisco. Un libro?
- No.
- Una lettera?
- Curiosa!... Niente.
- Che antipatico!  una vera crudelt... farmi sospirare chiss che cosa e poi non dirmi nulla! Sia buono, via...
- Ebbene, se proprio ci tiene, venga.
Egli mi guida fino al quadro degli allievi e degli uditori iscritti ai tre corsi del Liceo; seguo la sua mano che cerca nella lunga lista dei nomi e mi chino accanto a lui a leggere.
 l'ultimo: un nome di uomo, ignoto, breve e un po' duro, un cognome, la data di iscrizione, l'et: non so perch mi debba interessare.
- Ebbene? Non lo conosco.
- Non importa. Si  iscritto oggi: il pi bel giovane del Liceo; un capolavoro... Apollo del Belvedere o gi di l..,
- E poi?
- E poi credo che potrebbe bastare.
- Sciocco!
Lo guardo imbronciata, seccata di aver creduto a chi sa quale piacevole sorpresa e annoiata al pensiero che Zambellini possa canzonarmi anche in questo momento. Perch crede che mi possa interessare questo ignoto, questo Apollo novellamente iscritto al Liceo?
Un capolavoro... Ebbene? Crede che la vista di un bel ragazzo mi possa commuovere, come una signorina qualunque? Mi conosce cos poco? Mi crede cos frivola? Sciocco!  l'unica cosa che posso dirgli;  l'unica risposta degna di lui e dei suoi vuoti discorsi e del suo spirito; mi sento in collera, molto; vorrei poterlo trattar male.
- Ragazza incontentabile! - egli mi dichiara con aria quasi paterna. - Le posso assicurare che in Liceo, tranne qualcuno... (non negher che pi o meno siamo tutti bei figlioli?) non si  mai visto una cosa simile. Amica mia, le ho trovato finalmente il "flirt" adatto. Non le fa piacere?
- A me? Si immagini! Che cosa devo fare per dimostrarle la mia gioia? Un passo di danza?... Mio caro, non vorrei offenderla, ma la credevo pi intelligente.
Povero Zambellini! mi fissa esterrefatto intanto che mi allontano.
Ha creduto veramente che questa notizia inaspettata mi rallegrasse? Ha creduto che sapere il nostro Liceo "onorato" da un giovane cos eccezionale, costituisse davvero per me un avvenimento? Forse le mie maniere scherzose, la mia innocua civetteria gli hanno dato il diritto di pensare e di parlare cos? Forse la leggera superficialit in cui talvolta mi compiaccio per velare e per nascondere la profondit dell'anima, non  valsa ad altro che a farmi giudicare vuota e vana?
Il mio compagno migliore, questo amico che mi turba coi suoi occhi profondi e con la sua voce volutamente sarcastica, si ferma dunque alla esteriorit dei miei atteggiamenti e non vi trova nulla di celato e di pi serio?
Questo mi irrita e mi fa arrossire di dispetto: mi fa anche un po' male. Uno sciocco qualunque, un ragazzo; un liceista sconosciuto venuto chiss da dove, un damerino, mi immagino, stretto negli abiti ridicolmente affettati; posatore e stucchevole; ignorante e presuntuoso! E ci dovrebbe sconvolgere la mia vita; dovrebbe rendermi pi felice?
Mi immagino tutto; la scena della presentazione uno di questi giorni; la stretta di mano galante, il sorriso fatuo; e poi forse la corte pretensiosa che si sentir in dovere di farmi; di cui mi creder onorata ed i complimenti... e i commenti dei compagni.
Si stava cos bene in Liceo, senza bisogno che un nuovo compagno venisse a portarvi una nota nuova con i suoi abiti all'ultima moda e le cravatte seducenti! Chi sa le chiacchiere ch'egli intavoler coi ragazzi cercando di abbagliarmi con il riflesso della sua eleganza e delle sue conquiste! E, sciocchi, essi si lasceranno lusingare da questa eloquenza di "parvenu!". Infilo rabbiosamente la giacca; calco sgarbatamente il cappello in testa come se avesse una colpa in tutte queste seccature che mi annoiano; mi avvio verso lo scalone. Zambellini se ne  andato; Teresa deve essere in biblioteca: oggi non le ho quasi parlato, come avviene spesso. Ma bisogna, che la trovi, che le racconti tutto; bisogna soprattutto che le mostri il piccolo dono di Dorini. Che cosa dir? Ancora che sono una civetta?
La bambola... la bambola bella!
Apro pian piano la scatola, come se temessi di svegliare un bambino addormentato; sollevo un angolo del coperchio e la pupa mi sorride con lo stereotipato sorriso di tutte le bambole. Quali cose mi dicono i grandi occhi spalancati? Di quali cieli mi narrano? Quale parola trema su la bocca appena dischiusa, in cui il pallore latteo dei denti sembra un fiorire di biancospino?
Le bambole sono un sogno di maternit trasformato in materia: parlano di culle e di vagiti, di baci e di zampette rosee.
Per questo le amo, perch sono la realt tangibile del sogno pi dolce e pi umano...
Povera bambola! prima di chiuderla nel buio della sua notte, prima del riposo che ancora l'attende, per poi trionfare alla luce nella mia camera rossa, mi chino sulla boccuccia aperta come un calice e vi infondo un poco di vita col mio bacio. Sento sulle labbra il contatto freddo della majolica e mi sembra di baciare una piccola morta: rialzo il capo lentamente e lentamente richiudo la custodia preziosa.
Lass, in cima allo scalone, appoggiato alla ringhiera stranamente involuta, copiata da qualche antico fregio, qualcuno mi guarda: due occhi seri e una bocca crudele e triste che ride leggermente. Vedo la bocca, un viso in ombra, e un'alta figura.
Non so chi sia, ma arrossisco violentemente; mi prende quasi un gelo di ombroso pudore pensando che questo ignoto, questo estraneo, ha assistito al mio gesto infantile e ne ride e ne rider con altri.
S, doveva essere comico lo spettacolo di una signorina del Liceo, carica di libri, che sale lo scalone baciando una bambola; e sono stata ridicola e sciocca a cedere a quell'improvviso sentimento di tenerezza profonda.
L'ignoto non si muove ed io proseguo l'ascesa senza guardarlo. Eppure sento che egli mi fissa, che sta pensando come me al momento in cui gli passer dinnanzi e che il gesto spontaneo che mi sono permessa credendomi sola, gli ha rivelato in un attimo, di me, assai pi di qualunque mia parola o mio altro atteggiamento; sento che dopo questo egli pu dire di conoscermi pi di qualunque altro.
Divoro gli ultimi scalini e quando sto per passargli davanti inciampo leggermente: senza una parola mi tende una mano che non afferro e senza un cenno, quasi senza respiro apro rumorosamente la porta della biblioteca.
Un torrente di luce mi inonda; i ragazzi alzano il capo dai libri e Teresina mi chiama al suo tavolo.
Le racconto di Dorini, ma taccio di Zambellini e dell'ignoto.
E non so perch.
***
Io ebbi gi una bambola, una volta; una per modo di dire, perch quelle che ricordo e che hanno rallegrato la mia infanzia coi loro musini rosei, sono undici, ma una, l'ultima, fu la bambola meravigliosa.
Bruna con le pupille azzurre: giuntami inaspettata dopo un giorno di compleanno senza doni: adorata accarezzata viziata come una bambina: sempre intatta, malgrado i giuochi incessanti, ella fu l'ultimo spiraglio di infanzia gioconda nella nuova vita di piccola studente di ginnasio.
Ricordo: la volli, gi in quinta ginnasiale, improvvisamente, e la richiesi fra la meraviglia dei miei, i quali incominciavano a credermi ormai lontana dai giuochi e tutta presa dalla mia nuova dignit di latinista. Venne rivestita e ripulita e mi giunse un giorno invernale, come questa di Dorini, quando gi stavo dimenticando il mio piccolo capriccio.
Ella ebbe una fine degna della grande tenerezza che aveva circondato la sua effimera infanzia di bambola: fu richiesta in dono, perch l'accompagnasse e le portasse gioia, da un'amica grande, scomparsa dalla mia vita come tante altre, travolta nell'oblo. Perch ora il pensiero della mia ultima bambola mi assilla col suo ricordo, come di un bambino morto?
Forse  questa nuova pupa che risveglia imagini gaie, bizzarre, amare e dolci di anni e di cose passate; forse davanti a questa bimba che  entrata nella mia vita a farsi amare e carezzare non so dimenticare la mia piccola bambina di cui non so pi nulla. Si  spezzata nelle nuove mani, o troneggia dall'alto di un armadio in una casa ignota, tutta chiusa ancora nel paltoncino di flanella bianca orlata di rosa, nella cuffietta rosa, comica come un baby dai grandi spalancati occhi ingenui?
Di lei io non ho che un piccolo ricordo: pochi versi scritti dall'amica perduta, poche pagine inviate da una citt lontana in una sera di solitudine. Forse  la stessa quasi smarrita visione della vita che questa sera mi fa ricercare fra le carte ingiallite ed i quaderni inservibili il pacco delle lettere mai pi rilette e mormorare nel suo ritmo, ondeggiante come di culla, la canzone ad una Milla che pi non esiste ed alla sua bambola consacrata all'amicizia...
C'era una volta
una bambina bruna
pi della notte
se non c' la luna.
Bimba pensosa
bocca di rosa
fresca, odorosa.
Ne l'occhio grave e nero
le ardeva come un cero.
Rammento che a fissarla
nell'occhio suo profondo,
- oh, dolcezza che al mondo
non ho pi conosciuto. -
io potevo giurare
di toccare il velluto.
Quanti ricci sulla testa,
quanta festa di capricci
sempre!
Trilli di risa
limpide e fresche
vive giulive,
ed improvvise lagrime.
Tempeste e sole.
Canti e parole
strane vivaci
fatte di baci.
Che nome aveva?
Credo cos:
Milla e Baby.
Ma so ch'ella era
fiera come una regina vera,
viva come una scintilla a sera.
Quante dolcezze
quante carezze
tutte per me:
Bocca di fata, bambolona d'oro,
perla del mare, sole mio, tesoro!
Quando mi parlava
quando mi cullava
oh che luce ne la notte
di quell'occhio nero,
pi ridente, pi splendente
de lo sguardo mio di cielo!
Sembravano quegli occhi
due more di siepe
mature nel sole:
le mie due viole
s'aprivano aprivano
in faccia a quel sole.
Voce d'uccello tutta abbandoni
che cinguettavi, che mi cantavi
le tue canzoni!
Oh le lunghe cantilene
ne la culla che va e viene,
ne la culla mia d'argento
che il tuo canto dondolava lieve lieve
come il vento,
come il vento della sera
in primavera!
Sapean di nidi, sapean di viole
le sue parole e avean sapore
come di fiore.
Poi la culla si fermava,
poi quel canto si smorzava
come preso da languore:
nel silenzio il picciol cuore
io sentivo battere.
E sgranavo con stupore
la pupilla ed ascoltava:
quanti quanti ne contavo
di quei battiti!
Dove batte oggi quel cuore?
Poi qualcosa si muoveva...
Io tremava... Se n'andava?
Su la bocca mia vezzosa
si posava odor di rosa:
era il bacio... Lieve lieve
dispariva come neve.
***
Cos... come neve. Penso a quella Milla che allora si chiamava Milluccia e talvolta Baby, penso all'infinita tenerezza con cui venne nutrita e dissetata la mia infanzia; mi rivedo con la bambola fra le braccia, un poco bambola io stessa per i riccioli folti e per gli occhi sgranati, e sorrido con tenerezza, con un po' di rimpianto, a quell'immagine di me sbiadita.
"Fiera come una regina". S, e prepotente e orgogliosa e qualche volta sgarbata, con quel piccolo istinto di dominazione cos facile a svilupparsi nell'ambiente di collegio ove le simpatie fra compagne conoscono gi il comando e l'umiliazione; ove le carezze delle maestre pi indulgenti formano una piccola aureola di autorit intorno al capo della prediletta.
Ed ora, quanto diversa dalla vita di collegio la mia metodica e pur libera vita di liceista!
Quello che allora fu capriccio: avere una bambola da mostrare alle compagne, da vestire nelle ore di ricreazione, balocco grazioso e nulla pi, sento che ora sta diventando una gioia e forse un bisogno per me. Sono cos lontana dai bambini qui; mi accontento di sorridere a quelli che incontro, d'accarezzarne qualcuno sul "quai" quando la balia o la mamma me lo permettono; e faccio la corte agli elegantissimi bambini stranieri che soggiornano negli "htels" di Castagnola giocando al "tennis" o vogando sul lago; ma, bambini nella mia vita non ve ne sono e perci mi accontento delle bambole.
Sono meno sola, ora che la piccola di Dorini mi guarda e mi segue, instancabile nel suo sorriso, sempre serenamente azzurra nell'abitino e negli occhi.
Teresa me la invidia un pochino, credo. Non mi ha detto che sono civetta per aver accettato il dono; forse ella stessa ha compreso che non era il caso. Ma ho visto passare nei suoi occhi un rammarico, forse per la tenera sollecitudine nascosta nel semplice gesto di questo nostro grande compagno.
Non so, non glielo chiedo ed attendo che me ne parli ella stessa, e sono sicura che senza che io la provochi a spiegarsi, un giorno in cui saremo sole e in cui ci sentiremo meno distanti e meno diverse, ella vorr dirmi perch una cos oscura ombra le  passata negli occhi davanti al faccino allegro della mia piccola amica.

6.
Stiamo, o meglio, i ragazzi stanno ventilando un progetto di "club" o di circolo studentesco.
L'idea naturalmente  partita da Dorini, raccolta da Caponovo, da Frank e da altri, sta facendo il giro del Liceo, riscaldando i pi pigri, entusiasmando i pi vivaci, rallegrando le nostre aule col fascino della novit.
I professori, per non so quale miracolo, non sono contrari; naturalmente il Direttore si  opposto, (ma quello non conta); gli altri, con a capo Zorzi e Cesi, pare incoraggino la nuova idea e vi prestino l'appoggio della loro autorit.
Forse vedendoci ribollire ogni giorno pi in una smania di indipendenza che va facendosi rodimento avranno pensato al circolo di studenti come ad una valvola di sicurezza; o forse anche pensano che non siamo capaci di organizzare e che ad un dato momento dovremo ricorrere al loro consiglio, formando cos non pi un "club" di studenti, ma un "club" di alunni.
Io ho invece fiducia che i ragazzi sapranno da soli realizzare molte cose. Sentono anche loro che la vita di scuola non ci basta pi per la vasta cultura che ci verr richiesta nei futuri anni universitari; n le lezioni n i pochi libri mal letti, soddisfano questa sete di sapere e di vedere che ci prende man mano che avanziamo negli studi. Sempre pi comprendiamo come questa piccola vita provinciale non sia sufficiente ai bisogni dello spirito.
Ebbene, non  forse bello, che dei giovani, dei ragazzi quasi, l'abbiano compreso per i primi?
Essi hanno detto: se manca nelle nostre case, nella citt in cui viviamo, l'aria necessaria ad un pi ampio respiro, noi saremo i pionieri: per le alte ascensioni occorrono giovani garretti!
E hanno combattuto, e combattono ancora contro la diffidenza delle famiglie, contro la sfiducia e la grettezza, contro il malanimo degli oziosi e degli sfaccendati che demoliscono, ancor prima che sorga, la nuova opera giovanile, col ridicolo e con lo scherno: io li vedo certi giorni vibrare di collera e di sdegno al ricordo di parole di irrisione e promettere a s stessi una vittoria completa che sia la migliore vendetta.
Hanno compreso che la scienza della vita non ci viene solamente dallo studio e dalle cose scolastiche. Forse quello  il meno: il nocciolo, il succo, il frutto matura pi rapidamente in un terreno pi denso di germi.
Non con un'arida chiusa visione la vita si riveler a noi, ma col contatto quotidiano di cose e di persone interessanti; con lo scambio incessante e libero di idee giovani con altre idee giovani. Perci abbiamo chiesto al Liceo un locale ove riunirci, ove chiedere l'opinione dei compagni; ove stimolare con gare la emulazione dei migliori; ove giudicare serenamente, spassionatamente, forse con molti errori di giudizio ma anche con un po' di buon senso, le complesse questioni che la vita ci va porgendo quotidianamente.
Una scuola nella scuola, questa, ma pi libera pur nella dignit delle nuove cariche, che verranno affidate per elezione. Una palestra di energie in cui lotteremo a viso aperto, liberi dal controllo dei professori i quali, se vorranno, potranno darci aiuto ed appoggio, escludendo per assolutamente una qualsiasi loro ingerenza materiale.
Dico "lotteremo" pur sapendo che noi ragazze, anche raccogliendo il suffragio delle simpatie universali (o quasi), non saremo ammesse alla vita attiva del futuro circolo.
Ma non siamo ancora femministe sino al punto di pretendere il diritto al voto ed all'elezione; siamo ancora molto donne nelle nostre aspirazioni, ed il dono di Dorini  la prova che gli stessi nostri compagni lo riconoscono.
Ci accontentiamo del piccolo posto che i ragazzi vorranno offrirci nella loro assemblea e che, potrei giurarlo, sar il migliore; li seguiremo nelle loro lotte e sar un poco come se lottassimo anche noi.
Infatti, non sappiamo forse che baster una parola od un cenno, un sorriso od uno sguardo, per far s che le sorti mutino in favore del prediletto? Non verranno forse qualche volta a noi per consiglio e per aiuto e non sapremo, pur essendo donne, governare con giudizio la fragile imbarcazione momentaneamente affidata al nostro piccolo senno?
Penso talvolta che la donna non dovrebbe pretendere altra sorte che questa: le  stata concessa abbastanza grazia ed abbastanza malizia per volgere quando voglia la instabile bussola dell'orgoglio maschile verso una mta da lei prescelta. Perch chiedere di pi quando si pu con cos poco ottenere un risultato cos grande? L ove la donna  compagna all'uomo, nella vita come nella scuola, il compito di consigliatrice e d'ausiliatrice non  un'utopia ma una realt di tutti i giorni e di tutte le ore;  un gesto cos spontaneo, cos naturale, cos femminile, quello della mano che si tende, del capo che si china ad ascoltare. Vi  "carit", vale a dire, grecamente, "grazia" anche in questo.
***
"Milla cara..."
Ci sorridiamo; nemmeno questa volta siamo in collera seriamente.
"L'accompagno?"
"S, grazie".
Dopo tutto,  piacevole avere un compagno che si offre di scortarvi e di portare la gran massa di libri che occorrevano oggi per le lezioni. E andare cos in un pomeriggio invernale, col nevischio fischiante fra gli alberi ischeletriti; poter continuare la propria via con le mani nelle tasche calde del paltoncino perch qualcuno davanti a voi intirizzisce le proprie al vento gelido; qualcuno che sgombra coi propri passi il cammino dalla neve alta, perch Milla cara possa passare meglio.
"Ha freddo?".
"S"
" in collera?".
"No".
Attraversiamo Castagnola: alberghi e pensioni chiuse; finestre sbarrate fino al giorno in cui gli ospiti cosmopoliti le riapriranno al sole. Fra le poche ville "la Fiorita" spalanca le sue vetrate incorniciate di edera sempre verde, verso la strada e verso il lago.
Apriamo il cancelletto cigolante. Zambellini, esita sulla soglia.
"Avanti, avanti! Non abbia paura... Ci sar una tazza di th anche per lei" e, coperti di nevischio, entriamo rumorosamente nell'atrio, dove tutti i miei libri e quaderni vanno a catafascio ruzzolando sul pavimento lucido, fino alla scala, poich la cavalleria di Zambellini, se ha resistito eroicamente finora al freddo intenso, non va pi in l della soglia di casa. Ma oggi sono indulgente e sento di poter perdonare anche questo.
"Madame?".
Zambellini si prepara a ridere. Non so perch "Madame", povera "Madame"! lo metta di buon umore. Forse perch "Madame"  sempre un po' disordinata, perch parla un italiano quasi francese ed un francese quasi italiano, dopo tanti anni di soggiorno a Castagnola; forse perch mi vuol molto bene... non so; la verit  che non riesco a tenerlo a posto quando viene a farmi visita. Pure qualche volta rido anch'io.
"Madame, posso avere un po' di th? Anche per Zambellini? S, Zambellini di terzo corso... Grazie!".
Sono andata a prendere anche la bambola di Dorini: seduta sul divano segna il limite, la separazione fra noi due: quel grano di folla infantile che Zambellini, lo capisco, non sempre sa comprendere e raramente sa perdonare. Non  forse questo che io leggo nei suoi occhi chiari, il giudizio severo su questa Milla che forse possiede qualche dote solida e seria, ma che, secondo lui, la diluisce in una effervescenza, in una incostanza, in una leggerezza di bambina qualche volta cattiva? Sento che dei miei scatti, delle mie impetuosit, dei rivolgimenti improvvisi dall'anima che mi fanno mutare tono e carattere di ora in ora, egli d troppa colpa alla infantilit che  rimasta in me quasi come un suggello.
" ubbidiente la bambina? Non fa capricci? Non piange?".
"Mai,  buonissima".
"Assomiglia a sua madre!".
"Naturalmente!... badi, il suo th si raffredda!".
Pupetta  meravigliata di trovarsi in conversazione e tace confusa. Ad ogni mio balzo dal divano, ad ogni movimento di Zambellini chiude e riapre gli occhi, automaticamente, e sembra sonnecchiare, a boccuccia aperta, in uno sbadiglio continuo.
"Vuole studiare con me, Attilio? Vuol leggere? Vuol suonare il piano? Se vuol aspettare, Teresa vien subito".
"Teresina? qui?".
"Le fa paura? Si fermi, ridiamo un po'; ne ho bisogno".
"Uh! poverina! che cosa le succede? Malinconie?"
"S, molte. Mi va tutto male...".
"Vuole un consolatore? Io, non saprei. Ma nel caso chiameremo Apollo... No, no, per carit, non mi batta!".
L'Apollo! L'ignoto della scala! Nemmeno un briciolino di corte... Non ci siamo mai parlati.
" simpatico, Attilio? Non ne ha pi parlato. Che tipo ?".
"Carino".
"Lo so: begli occhi, bella bocca, begli abiti. E poi?".
"Superbo come Lucifero".
"Questo mi piace. E poi?".
"Sportman".
"Bene! E poi?".
"Indolente. Intelligente. Molto freddo...".
"Mi piace!".
"Glielo dir... No? Non vuole? Allora non glielo dir. Peccato!".
"Perch?".
"Curiosissima come sempre! Per nulla... Perch anche lui mi ha fatto le stesse domande su di lei..."
"Su di me? che ridicolo!".
Rido, eppure arrossisco e se dicessi che non ne provo piacere mentirei spudoratamente.
"Chiss cos'ha risposto, lei! mi avr calunniata per bene!".
"Certo! antipaticissima, sciocca e vanitosa. Esatto, no?".
"Davvero?".
Ridiamo tutti e due perch ci divertiamo nel nostro giochetto innocuo. Ma, improvvisamente, io rivedo la scena della scala: Pupa fra le mie braccia, azzurra e rosea; la mia bocca sulla sua bocca, e lass il riso mordente dell'ignoto, che mi gela fino in fondo al cuore.
 impossibile, impossibile che egli non ne abbia parlato, almeno ad Attilio, di cui si mostra amico e di cui sta diventando intimo!  impossibile che rivedendomi tutti i giorni al Liceo e ascoltandomi parlare o ridere o rispondere ai professori, egli non abbia ripensato alla scenetta che gli deve essere sembrata supremamente buffa. Ah, le risate alle mie spalle! Mi par di sentirle come scudisciate al mio orgoglio.
Se v' una cosa che temo  il sarcasmo maschile, meno sottile e pi pesante a sopportare di quello femminile. E questo ignoto, questo unico compagno di cui ignoro tutto e che tutto ignora di me, tranne quell'atto rivelatore, pu, ha potuto distruggere con una parola sola - detta col tono che gli deve essere abituale - il bell'edifizio di armonia, di simpatia, di tolleranza reciproca ch'io avevo costruito per la gioia mia e dei miei compagni! Il sarcasmo  contagioso;  impossibile che anche i migliori, uomini prima che compagni, rifuggano dal piacere di canzonarmi per un sentimento che io ritengo sacro perch sinceramente sentito.
Qualunque scherzo io potrei tollerare tranne questo: perch questo urta, in una cosa assolutamente mia, in un sentimento geloso come la maternit e come l'amore; in cui tutte e due si fondono in un desiderio inconfessato, in una malinconia dolorosa, in una tenerezza che cerca, senza trovarla, una testina morbida da poter accarezzare e si accontenta della testina della sua bambola.
Gettare cos la mia anima a brani perch altri, sia pur con amicizia, vi ricerchi ogni spasimo ed ogni palpito, mi sembra in questo momento cosa assurda e pericolosa; lasciare che i non amici interpretino il mio intimo sentimento con la volgarit che le anime basse sanno mettere ovunque,  una folle temerit. Non ho bisogno che altri si interessi alla mia vita pi di quanto sia stato fatto finora. E tutto questo, perch? Per quella folla infantile che Zambellini, anche in questo momento, potrebbe rimproverarmi.
Oggi, le brevi parole di sarcasmo, oggi la piccola "presa in giro" che mi ha divertita, non nasconde gi forse l'antipatica demolizione iniziata dall'ignoto? Che bisogno aveva di parlare di me ad Attilio? Non posso n interessarlo, n piacergli. Che cosa egli ha detto veramente?
Teresa entra e per un istante la conversazione ripresa animatamente su soggetti completamente estranei, mi distrae dal cruccio che mi tormenta. Li lascio parlare, i due colleghi, vicino al caminetto ove la vampa sale crepitando, movendo ombre e luci rossastre sui visi e sulle pareti. Io, con Pupa fra le braccia, vorrei piangere di umiliazione e di timore.
Sento in me una oscura indistinta collera che ha bisogno di guizzare in fiamme ed in vortici; sento il bisogno di gridare ad Attilio, ai compagni, all'ignoto, che essi non sanno n comprendono nulla, tanto mi fa male, mi urta, mi spaventa il pensiero che qualcuno possa dire di conoscermi interamente e possa ridere di quello che legge entro di me.
"Bisogner metterle un paltoncino. Un paltoncino verde! Milla?".
Mi riscuoto, mi ritrovo accanto a loro e mi accorgo che Pupa  fra le mani di Attilio, il quale sapientemente enuncia i dettagli di un abito invernale alla moda.
Teresa ride, colla solita luce malinconica in fondo allo sguardo. Povera Teresina cara! Mi domando perch pi che mai ha il viso pallido e la bocca triste. Anche per lei forse Pupa  un sogno di maternit ancora troppo indistinto e troppo lontano? Sente per la prima volta in vita sua la sterile solitudine della sua vita di piccola studente, ed ha un rimpianto di mamma accanto ad una culla dondolante?
Mai come ora; anzi, mai prima d'ora ho sentito la anormale e pur buona solitudine in cui viviamo ed a cui forse siamo votate. Eppure, noi che siamo orgogliose di non essere come le altre, vorremmo qualche volta, per un momento, essere le altre!
Accompagno Attilio fino alla soglia, attraverso il vestibolo semibuio. Egli comprende dal mio silenzio, da una lieve esitazione nel salutarlo, ch'io vorrei parlargli e che non oso. Mi stringe la mano, si avvia nel buio del giardinetto... poi di colpo torna indietro facendo scricchiolare la neve setto i suoi passi.
"Milla? Voleva dirmi qualche cosa?".
"S".
"Dica... Si vergogna?".
"Ho paura che lei pensi chi sa che cosa! Vorrei... vorrei parlargli...".
"Parlargli? A chi?".
"A lui!".
"Chi, lui?".
"Apollo... Il nuovo!".
Egli mi fissa in silenzio (ha i nervi, lo capisco subito) poi mi prende una mano.
"Giuri che non  per... una sciocchezza?".
"Giuro!".
"Va bene. Glielo dir. A domani".
Ancora la neve scricchiola e l'ombra nera si allontana, poi scompare al di l del cancello. Rabbrividendo di freddo rientro in salotto ove Teresa mi attende, coi quaderni aperti, seduta per terra accanto al caminetto.
Pupa, attraverso il divano, dorme.
***
Ho atteso tutta mattina un cenno di Attilio Zambellini che mi dicesse qualcosa dell'ambasciata: ma a farlo apposta sembra quasi che egli mi eviti.
Gi stamane sono arrivata in ritardo alla prima lezione, per la neve che si era ammassata nelle vie di Castagnola. Per uscire dal giardino ove il cancello  rimasto bloccato, ho dovuto scavalcare il muretto; per fortuna nessuno mi ha visto, altrimenti dove finiva la mia dignit?
Sono arrivata al Liceo alle nove invece delle otto e mezzo, dopo mille tribolazioni per non perdere l'equilibrio sulla neve ormai gelata. Le mie belle montagne non sorridono pi; pare si siano nascoste e avvolte in pelliccie di ermellino e mi domando come la povera terra e le zolle verdi, l sotto, non tremino di freddo!
Io, dovevo essere in istato pietoso quando sono entrata, perch Giovannin mi ha guardato compassionevolmente e Montucco, che aveva gi incominciata la sua lezione di filosofia, una volta tanto non mi ha detto nulla.
Zambellini si  voltato a guardarmi intanto che in fretta e furia deponevo sul banco il mio pacco di libri ed io che sono abituata al suo piccolo sorriso canzonatorio quando giungo in ritardo ad una lezione, non ho sorpreso sul suo viso alcun segno n di scherno n di saluto; gli occhi mi hanno fissato impenetrabili e alla muta domanda dei miei non hanno voluto o saputo rispondere.
La prima lezione della giornata  la lezione preparatoria dell'animo e della volont. Il ritmo interrotto durante il riposo notturno viene ripreso con nuova lena, ma per la prima ora almeno rimane nel gesto e nella voce dello scolaro una sfumatura di sonno e di stanchezza che poi si dissipa compiutamente durante le ore susseguenti.
 una piccola abitudine che ho preso, nei miei anni scolastici, di risalutare ogni mattina, uno ad uno, i visi dei miei compagni. Ecco Teresa accanto a me, stanca della veglia di ieri sera; col piccolo moto imperatorio del mento che le d in certe ore una espressione tutta volontaria ed ostinata; gli occhi fissano Montucco con lo sguardo faticoso dei miopi che guardano lontano.
Spettinata come sempre, ha per un abito nuovo che le sta bene ed in cui si pavoneggia un poco, con quei movimenti leggermente impacciati di coloro che non hanno abitudine di eleganza.
Ecco i miei compagni: hanno tutti l'aria annoiata di chi segue un discorso noioso o sta pensando ad altro. Risaluto il viso pallido di Dorini, quello acceso di Frank, quello roseo di Caponovo, il ciuffetto di Stellino, il "pince-nez" di Tomarkin, la gibbosit di Botta e Zucchini detto Kean (per abbreviazione e per omaggio alla compagnia drammatica che furoreggia quest'anno in citt), ed il maestoso Pizzagalli, probabile presidente del nostro futuro circolo, e Brignoli che mi ricorda un coniglio bianco con gli occhi rosa, visto non so dove, che aveva un'aria pietosamente stupida e costava cinquecento lire: una rarit! Come fa piacere ritrovarli tutti, uguali al giorno prima, e dirsi che tutto questo durer ancora - oh molto ancora - un anno, no... sei mesi! Sei mesi ancora, e poi?
Mi volto agli ultimi banchi per salutare anche gli altri, e, per la prima volta, il viso del nuovo.
Non c'! Non  venuto, proprio questa mattina! Ha avuto paura della neve o si  preso un raffreddore? Sono quasi contenta perch ora mi accorgo di aver pensato da ieri all'incontro promesso da Zambellini e di averlo atteso con un'ansia quasi dolorosa: di aver preparato mille parole che forse non pronuncier mai e di aver fantasticato a mille circostanze che, forse, mai si produrranno.
Provo un senso come di liberazione perch l'idea dell'incontro da me voluto, in fondo in fondo mi spaventava un poco e mi preoccupava, eppure.... eppure provo una piccola delusione!!
Mi faceva quasi piacere, dopotutto, l'idea di provocare e di sfidare l'ironia di questo ignoto... e ritrovarmi cos, con questo desiderio interamente caduto, mi irrita un pochino.
Forse per questo Attilio non mi dice nulla e risponde con un: "Ora non posso" alla mia chiamata? Meglio cos; non  il caso ch'io mostri al nuovo compagno l'importanza che d ai suoi giudizi ed ai commenti che pu fare.
S'egli  venuto al Liceo per seminare malumore, ebbene, sia pure! Mi sento la forza di combatterlo da sola; da sola perch gli altri, come avevo previsto, sono tutti per lui.
Ora che sono libera dell'apprensione di questo incontro posso ascoltare tranquillamente le lezioni.
Abbiamo Storia Naturale, una delle pi piacevoli, non perch ci interessi e ci occupi straordinariamente, ma perch il vecchio Cencino (detto cos per la dubbia pulizia dei suoi polsini e dei suoi colletti) purch lo si lasci tranquillamente parlare per un'ora, ci permette di fare tutto ci che vogliamo. Si pu ascoltare, se si vuole, ma non  obbligatorio; io, in generale, approfitto di quest'ora per scrivere a casa, perch i banchi ad anfiteatro ci permettono qualunque misfatto senza che il professore se ne avveda. C' infatti chi fuma di nascosto dietro una catasta di libri, nel rango pi alto; c' chi gioca e chi pensa. Questa lezione assomiglia, per il profitto che ne ricaviamo, a quella di greco, ma qui mancano gli scoppi di voce poderosi di Barbetta, poich Cencino ha un tono che assomiglia certo pi al ronzo di una zanzara che al rombo di un cannone.
Cencino mi fa l'effetto di una marionetta sospesa ad infiniti fili: una mano disordinata, invece di coordinarne i movimenti, li tira in tutte le direzioni, ed  questo che nel suo piccolo corpo insaccato in una giubba troppo ampia, fa pensare ad una danza di San Vito continua. In complesso molto carino: una zazzera pepe e sale ed un viso piccolo, incartapecorito, di un colore giallino ove le rughe poco lavate segnano dei piccoli solchi pi scuri. Un sorriso giovane, irresistibile. Due occhi a capocchia di spillo: due piccole gemme, due cristalli neri rubati alla collezione del Museo di storia naturale; due mani piccoline sollevate in alto con un comico gesto di deprecazione.
Di un disordine proverbiale, poi! Nel gabinetto di storia naturale attiguo alla nostra aula, dove egli trascorre met delle sue giornate, vi  un po' di tutto: rettili sotto spirito e scheletri polverosi, quadri scovati non so dove e note di geologia, un groviglio, un caos in cui uno di noi si perderebbe e dove Cencino invece sembra respirare beatamente. Possiede una piccola casa, una cascina quasi, sulle falde della montagna. Coltiva la terra e dicono sia ricchissimo.
A noi ragazzi non dispiace. Il suo fitto serrato discorso in cui non v' posto per punti e per virgole, se non ci interessa ci riposa per: in qualunque punto si riprenda l'attenzione non si  perduto nulla.
Quelli che meglio riescono e pi si appassionano a Storia Naturale sono Dorini, Frank e Teresa Gianella. I due primi, un po' per passione congenita ed un po' perch, curiosi come sono, il gabinetto del professore  un Eldorado per loro. Col pretesto di aiutarlo a riordinare o cogliendo l'occasione di una nuova esperienza, entrano, frugano, buttano tutto sossopra, scoprono tesori, sono mandati fuori e finalmente si fanno dare bellissime note per l'aiuto prestato.
Teresina invece ha una vera disposizione per tutto ci che  ricerca e soluzione di problemi biologici: figlia di un medico, certo le  venuta "per li rami" quella pazienza, quella seriet, quella perseveranza e metodicit necessarie ad uno studio cos profondo e cos severo. Penso che anch'ella sarebbe un ottimo medico; un medico un po' rude in certi momenti, ma intelligente e tenace. Io ammiro le sue annotazioni di storia naturale, cos ordinate, cos precise, cos sintetiche, in cui ella sembra mettere una passione speciale, ma la canzono anche, un pochino, chiamandola civetta.
Infatti i suoi quaderni di scienze passano nelle mani di tutti i nostri compagni e la cura tutta particolare con cui ella redige le sue note, penso le venga, e credo di non sbagliarmi, dal pensiero di quegli occhi maschili che vi passano sopra.
Teresa si scandalizza di questa mia insinuazione; io invece la trovo naturalissima.
E dove non si annida la civetteria femminile?
***
Ho un sussulto di sorpresa, e il mio primo impulso  quello di fuggire: davanti a me, nel viale del Liceo, intravvedo la figura dell'ignoto che scavalca allegramente con dei passi lunghi cos, i cumuli di neve ammucchiati dai ragazzi del Ginnasio.
La mia bella pace  perduta: sento che il momento fatale sta di nuovo avvicinandosi e non posso dire di essere soddisfattissima: Cerco di aumentare la distanza che  gi fra di noi, come se questo contribuisse a scongiurare il pericolo.
Attilio gli avr parlato? Che cosa avr pensato della mia richiesta? Mi avr trovata bizzarra o audace?
Se Zambellini si fosse dimenticato o non avesse pi voluto, come sarei contenta! Ma naturalmente non v' nessuna ragione perch Attilio dimentichi la promessa, ed ora  troppo tardi per tornare indietro.
Passata la prima ora, latino, senza che Attilio mi faccia un cenno e senza che il contegno del compagno nuovo mi riveli se gli  stato comunicato il mio desiderio, incomincio a riprender la mia disinvoltura e quasi ad infischiarmi allegramente di lui; sono nervosa, eccitata e allegrissima, tanto che Teresa ad un certo momento:
- Che cosa ti  accaduto? - mi chiede stupita.
- Nulla! Sono allegra!
- Cos, senza una ragione?
- Senza una ragione...
- Giuri?
- Ma se ti assicuro che non ho nulla! Sono contenta, semplicemente! Ho scampato un pericolo!
Ella non comprende il mio enigmatico sorriso e mi guarda sospettosa.
- Non capisci niente, ma non c' bisogno che tu capisca, per ora. Ti dir un altro giorno.
Allegramente ci incamminiamo verso l'aula di disegno che  di sopra, al secondo piano, dove sono le classi ginnasiali: abbiamo le mani ingombre di righe, di compassi, di matite.
A me per manca, secondo il solito, il foglio di disegno e appena entrata in classe mi affanno a chiederlo ai miei compagni fra le occhiataccie del professore che ha l'aspetto di un germano primitivo (lo chiamano Barbarossa per la folta barba fulva) e le proteste dei ragazzi, i quali oggi non sono in vena di cavalleria.
- Va bene. Allora andr a comprarne uno. Professore... - E gi Barbarossa mi si avvicina lampeggiando dagli occhi severi, quando una voce grave e maschia, che non conosco, ma che mi sembra di conoscere, mi fa volgere improvvisamente dalla sua parte.
- Se permette...
Alzo gli occhi in viso all'ignoto che mi fissa imperturbabile, col foglio fra le mani, e non so cosa rispondere, n se tendere la mano. Guardo lui, guardo Attilio che sta osservandoci con un'espressione fra maliziosa e inquisitoria; poi divento rossa come un papavero (io!) e mi decido a ringraziarlo, ricambiata da un inchino compassato e freddo.
Ritorno al mio posto col cuore in tumulto e vorrei picchiarmi per la collera che mi fa questa emozione cos sciocca.
Teresa. chiede stupita:
-  il nuovo? Lo conosci?
- Gli ho parlato adesso.
-Che cosa t'ha detto?  buffo sai. Come hai fatto a non ridergli in faccia?
- Ma non mi sono accorta che sia cos buffo. Non  carino invece?  la prima volta che mi fanno un inchino cos solenne, sai. Ho creduto quasi che mi baciasse la mano!
- Ti sarebbe piaciuto, di'?
Ridiamo pazzamente all'idea di quel baciamano in pieno Liceo e al viso che avrebbero fatto Barbarossa ed i nostri compagni.
Solo in terza Liceo, davvero, si pu ridere cos scioccamente, per un nonnulla, e goderne con tutta la sana allegria immagazzinata durante le ore di lezione! Col naso sul disegno e i capelli spioventi cerchiamo di moderare gli scoppi irresistibili della nostra ilarit - e intanto il disegno non avanza di una linea e Barbarossa si avvicina.
- Vediamo - brontola nel barbone e con la mano resa tremante dalla nevrastenia che lo mina (i compagni per malignit dicono che sia il culto per certo vinetto di montagna assai pericoloso), corregge le poche linee segnate, che vorrebbero essere un intrico di grifoni e di foglie.
- Professore,  troppo difficile! - Tento di impietosirlo e anche Teresina mi fa eco, dimostrando l'enorme complicazione del bassorilievo antico, che ella deve riprodurre... Pretenderemmo in verit di finire un disegno in una sola lezione, ed il professore ce lo fa osservare non troppo severamente, anzi, con un risolino che vorrebbe a tutti i costi nascondere fra i barbarici riccioli fulvi.
Intanto che corregge l'opera di Teresina io me la svigno silenziosamente, passando da un tavolo all'altro. I ragazzi lavorano passionatamente a disegni piuttosto complicati e mi chiedono con aria soddisfatta se sono stata accontentata per il foglio di disegno; Frank anzi osserva: - Meno male che adesso ce n' uno nuovo da tassare. - Al che io replico, mezzo ridente, mezzo offesa, che la prossima volta pagher a tutti i fogli regalati.
Teresa mi fa cenno di tornare al posto, ma io voglio concedermi ancora un istante di libert; tanto poco manca al "finis", e non vale la pena per cos breve tempo di ripigliare il lavoro.
- Fannulldna - mi sillaba Zambellini.
Mi decido, e con una tattica degna di miglior causa, perch Barbarossa non mi sorprenda, scivolo vicino ad Attilio, fra lui ed il nuovo.
- Gli ha parlato? - chiedo piano perch l'altro non mi senta.
Zambellini si stringe nelle spalle con un moto espressivo:
- Non ha capito perch... ma pare che sia abbastanza disposto a concederle l'intervista. Vero, tu? - e prima che la mia mano alzata arrivi a tappargli la bocca, il nuovo (finora sembra molto immerso nel disegno, ma, Dio mio, non credo lo interessasse molto!) si volta.
- Se tu volessi presentarmi... - e stiamo per incrociare le mani quando con un ultimo disperato cenno Teresa mi richiama al posto, ove Barbarossa ha finito il suo lavoro e sta gi volgendosi alla mia ricerca.
- Dov' stata?
- In cerca di un temperino - e mostro la punta della mia matita che non  mai stata cos ben temperata e... cos poco adoperata!
Come ieri sera, non mi incammino sola pel viale di Castagnola: solamente oggi non nevica e la sera  piena di vento; questo bello e terribile vento di montagna che spazza purificando, che abbacina gli occhi col terso splendore del cielo e della montagna.
Il turbinatore ci avvolge togliendoci il respiro; gelandoci e sollevando rami e neve. Questa notte, certamente, avremo le stelle; le miriadi di stelle dei cieli invernali che sembrano pi lucenti nel cielo pi cupamente azzurro; in collane, in monili fantastici, ammassate come gioielli in uno scrigno immenso, con una prodigalit regale. Notti invernali pi limpide delle notti estive in cui il calore ammassato durante la giornata forma un velo al disopra della terra, ed in cui all'orizzonte lampeggiano temporali lontani e si accavallano nubi.
Vorrei star fuori tutta la sera, per godere del tramonto meraviglioso e del rapido calar della notte e dimentico, nell'estasi piena di religione e di gioia che mi dnno sempre le montagne, il mio compagno, che forse rispetta o... ammira la mia ammirazione.
- Scusi! Sono poco gentile. Lei sar curioso di sapere che cosa desidero dirle?
- No... curioso no. Ma forse pu interessarmi.
- Forse?
- Oh, sono poco gentile, io. Ma sono sempre cos. La prego di abituarsi...
Gli rispondo sorridendo che tenter di farlo e poi non so come continuare il discorso. Con un preambolo cos poco incoraggiante, con questo freddo ragazzo che non si scompone per nulla e non mi aiuta a sormontare le prime difficolt (devo essergli ben antipatica!) come iniziare il discorso spinoso? Dirgli: "Signore, Lei mi ha sorpresa in un momento di folla. La prego di volerlo dimenticare", oppure: "Mi faccia il piacere di non raccontare storielle ai miei compagni e di non divertirsi alle mie spalle!".
No, no, ridicola cosa l'una e l'altra.
Innato timore di non piacere che gela a noi donne le parole sulla bocca, e ci rende meno eloquenti proprio quando una piccola parola basterebbe a dissipare ogni imbarazzo!
Ma possibile ch'egli non voglia proprio aiutarmi?
Lo guardo di sottecchi:  veramente carino ma insopportabile nel suo mutismo (chiss ch'egli non pensi la stessa cosa di me?) poi mi decido a ridergli in faccia.
- Siamo comici tutti e due... Non vuole incoraggiarmi un pochino a parlare? Da sola non posso!
- Un interrogatorio in tutta regola, allora! Vediamo... - sembra cercare lontano, oltre il lago, la difficile domanda, poi, ridendo piano, chiede con molta grazia:
- Le piacciono le bambole?
Arrossisco violentemente, poi penso ch'egli voglia prendermi in giro; mi sento il cuore pieno di sdegno e di umiliazione.
- Che cosa ha pensato di me? - ed alzo i miei occhi a sopportare la sguardo dei suoi occhi che non sono pi cos pieni di oscura durezza, ma ridono quasi benevolmente. Sono molto belli.
- Nulla ho pensato... Cio, s... Badi, sto per farle un complimento!
- Dica.
- Che avrei voluto essere la sua bambola!
Ah, questo  troppo forte! Mi sento piena di indignazione vedendo che egli si diverte cos a mie spese, con quella indifferente spavalderia, magari non del tutto antipatica, che, ora incomincio a conoscerlo, lo caratterizza.
Ma egli ha certamente letto nel mio viso il rapido succedersi di tutti i sentimenti che mi agitano, perch si curva verso di me cercando di vedermi e di farsi veder meglio. La strada incomincia ad imbrunire ed un freddo gelato sale dalla neve che da mezz'ora calpestiamo.
- Mi perdoni, dovevo immaginare che con una signorina come lei certe cose non si devono dire... cos, poi. Crede che non abbia compreso? - continua con mia crescente meraviglia, una meraviglia quasi dolce che mi fa assaporare con gioia le aspre e pur gradevoli inflessioni della sua voce. Non c' di lui che la voce, che mi viene dall'ombra, una voce vicina che parla e che pronuncia parole fraterne.
- Crede che io la giudichi male? No, non deve pensarlo. Lei non mi conosce; Lei poteva credermi un... un mascalzone - ed al mio cenno energico di protesta, che mezz'ora fa mi avrebbe meravigliato. - S, mi lasci dire.  mascalzone chi profitta d'un gesto cos intimo per divulgarlo, o chi pretende di giudicarlo; Lei non avrebbe pi potuto perdonarmi, se io l'avessi fatto, dica?
- Forse no.
- Avrebbe fatto bene. E poi... posso dirle tutto? Vorrei farle comprendere... e so esprimermi cos male!  la prima volta che mi accade di parlare cos; le assicuro che mai prima d'ora l'ho fatto. Ed io non mentisco mai, lo sa?
Questa sua rude franchezza mi commuove profondamente; sento che mai dimenticher lo slancio improvviso con cui, in questa sera di inverno, egli, ignoto, rivela a me ignota un poco della sua anima.
- Non avevo mai veduto prima d'ora un gesto come il suo.  stato come se mi aprissero gli occhi, mi si dissuggellasse il cuore. Ho avuto cos poche carezze, io: e non ho mai visto le mie sorelle giocare con la bambola. Ero in collegio.
Vorrei pigliare questa testa di bambino e carezzarla come quella di Pupa, per la triste amarezza delle sue ultime parole. Ed egli le dice a me che non conosce, cui parla si pu dire per la prima volta; a me che finora ha veduto solamente folleggiare e ridere, di cui ignora anima e abitudini, sentimenti e desideri. Quale bisogno di confidenza lo sospinge verso di me questa sera? Quale solitudine?
Mi sento attirata e respinta; presa dal chiuso calore delle parole inusitate e pur diffidente di non so quale insidia che possano celare.
Mormoro quasi a malincuore:
- Eppure ha riso.
Egli si arresta di botto; mi pare di vederlo esitare e cercare una protesta vibrata. Ma le parole escono piane e leali. - S, ho riso perch  mia abitudine; perch sono sempre stato costretto a celare tutto di me, a velarlo con l'ironia. Ho creduto di doverlo fare anche questa volta, ma me ne sono pentito subito. Ora pi che mai, mi perdona?
- S.
- Mi dia la mano.
Gli concedo la mia, ch'egli stringe con forza, ma serenamente, con una sicurezza cos tranquilla che dissipa anche in me la lieve eccitazione causata dalle sue parole.
- Mi permette di essere suo amico? Mi par di averne diritto, ora, un poco...
- Ci tiene?
- Molto.
- Per complimento?
- No - sento che si impazientisce. - Se le dico di no,  cos. Oh sono villano, ancora. Vuol rifare la mia educazione? - poi con franca cordialit, con una naturalezza signorile che non mi turba, si inchina profondamente sulla mano (per un attimo ripenso a Teresa) senza baciarla.
- Sono contento e la saluto. Se lei non chiedeva di parlarmi non le avrei parlato mai.
- Oh davvero? Cos fiero?
- No, ma pensavo che forse era cosa inutile; che mai sarei riuscito a spiegarle... Sono contento di conoscerla.
- Anch'io.
- Grazie, mammina.
Un attimo ancora e potrei tendere la mano e carezzargli i bei capelli lucidi e folti della fronte china verso di me. Vorrei dirgli: "Buona sera, bambino". Ma non oso.
Egli mi fa ancora un po' paura.
Ci lasciamo cos, senza pi una parola; senza che io abbia cercato di trattenerlo ed egli di fermarsi o di accompagnarmi.
Ma scommetto che anch'egli si  voltato a ricercarmi.

7.
La seduta, iniziata burrascosamente, continua quasi comicamente in un coro di risate per l'elezione a presidente del nostro Circolo studentesco del panciuto Pizzagalli - figlio di un sarto - ricco e faccendiere, quasi soffocato in un abito di nuovo taglio che gli delinea o meglio vorrebbe delineargli le anche.
Pizzagalli non ci avrebbe pi perdonato se non lo avessimo eletto, e poich egli, ottimo stenografo, ci annota tutte le lezioni pi importanti con rapidit vertiginosa, non abbiamo avuto nessuna difficolt ad eleggerlo.
Io veramente - e forse altri con me - avrei preferito Dorini; ma  talmente in tutt'altre faccende affaccendato e da qualche tempo il suo contegno  cos bizzarro, che al suo reciso rifiuto di assumere la presidenza, non abbiano osato insistere.
E poi, Pizzagalli  cos colossalmente decorativo! Basta vederlo come ora seduto alla tavola presidenziale, (l'immenso piano a lavagna dell'aula di astronomia), basta fissare il suo viso congestionato e gli occhi azzurri di bambino, per sentire che  nato per essere presidente e per lasciarsi condurre pel naso dai suoi consiglieri.
I quali non sono gran che; due per classe, scelti naturalmente secondo le simpatie imperanti nei diversi corsi. Vi  Nicchio e Gessi, buon figliolo, che ha il pap direttore di banca, una mamma che posa e una sorella da marito; vi sono Botta e Massalli, piuttosto simpatico, questo, molto distinto, e che fra qualche anno sar uno dei giovani pi quotati della citt; vi  Genzano, genovese, tipo di marinaio dalle labbra dure e dalla fronte ostinata, che si fa sentir poco, ma riesce negli studi, e qualche cosa deve valere, se Dorini e Frank l'hanno accettato come amico; e ancora Caponovo, con nostra grande gioia, perch vedere il suo viso roseo arrossire ancor pi, ogni volta che deve pronunciare una parola,  cosa divertentissima.
Noi, gli altri, siamo il gregge, l'indocile gregge pi di leoncelli che di pecore, rumoroso, impaziente e poco rispettoso.
Da due settimane aspettavamo l'avvento del nostro Circolo con ansia fatta di paura e di speranza: ancora all'ultimo momento ci sono state delle lotte col Direttore che non voleva concedere il locale, e questa sera finalmente abbiamo la certezza di poter concludere qualche cosa.
Ci sono state parole brusche e parole amare, battibecchi e rancori che non cercavano che un'occasione per esplodere, ma lentamente la calma  ritornata e prima del commiato troviamo ancora la voce per ridere.
Teresa ed io ci divertiamo immensamente. Abbiamo un posto su in cima, il nostro solito delle ore di astronomia e Occhibelli, "alias" Apollo,  con noi, vicino a Teresa, ma ogni tanto trova modo di lanciarmi una occhiatina alla quale io mi sforzo di non rispondere.
Occhi-belli, battesimo di Zambellini, per farmi andare in collera, rimasto poi nel nostro linguaggio di studenti; Occhibelli, che settimane fa ignoravo, entrato nella vita nostra pur cos gelosa, con la calma sicurezza di chi sa aprirsi tutte le porte; ammirato dai compagni con una piccola punta di gelosia che diventa emulazione perch non sa essere malignit; apprezzato da Teresa e da me come un piacevole collega.
Non ch'egli ci sia indispensabile; non ch'egli faccia la corte a lei od a me; ci vediamo poco, tranne le ore di lezione.
Non so che vita faccia: pare che si diverta, che sia molto discusso nel mondo femminile cittadino. Si ride della sua inseparabile pipa inglese; dei modi di bel ragazzo che non sa che farsene degli altri, ma tuttavia non v' liceista "chic" che non cerchi di imitarlo.
Ed  forse questo che amiamo in lui; il fatto ch'egli  diverso da noi, venuto da una vita differente dalla nostra.
Simpatico, franco ragazzo, nato per piacere: Abbastanza egoista per saper mettere ai suoi piedi la volont degli altri, abbastanza buono per non profittarne troppo; discretamente intelligente per non affaticarsi studiando, troppo indolente per farlo sul serio.
Egli mi interessa, Teresa dice, perch ha il fascino della novit.
Non so se ha ragione; non vorrei sbagliarmi e non lo dico a nessuno perch ho paura che mi canzonino, ma talvolta penso che tutti ci inganniamo quando gli diamo un'anima di "blas", semplicemente perch gioca al tennis e sa ridere con ironia. Quella che in lui sembra posa, forse non  che ombrosa timidezza, paura che gli leggano nell'anima.
Forse non  che un bambino bramoso di carezze; un'anima di signorina sentimentale in un corpo atletico di giocatore di foot-ball.
Questa stessa smania di sport che sembra divorarlo e che ai professori fa dire ch'egli non ha intelligenza che per il calcio, forse  in lui, come in tutti gli altri, gioconda infantilit che ha bisogno di espandersi.
Qualcosa del bambino rimane sempre ed in tutti: in me  l'amore alla bambola, e se il gioco della bambola  una maternit larvata, chiss che la maternit non sia l'imitazione di un giuoco? E non  giuoco l'arte, come ci insegna Montucco in Estetica, e tutto, nella vita?
"Lasciateli giocare", vorrei dire ai professori quando li vedo accanirsi contro un povero studente che ha avuto il torto di farsi cogliere in tenuta di foot-ball o di canottaggio.
Invece di negare la sana volutt del moto, la gioia aspra di vivere che tutti i giovani conoscono nello sport, insegnate loro a conciliare la "mens sana" con le sane membra; a non prodigare il tempo a danno della coltura, a far uso saggiamente delle proprie forze.
Troppo poco, mi pare, si  compreso che il giovane ha bisogno dell'emozione e della buona fatica che il gioco sa dare e che le ore passate all'aria aperta, fra le risa e le grida e gli applausi, sono,  vero, tolte agli studi, ma anche ad altre cose meno pure e meno sane.
Come mai non si pensa che colui che si dedica molto ad uno sport non ha tempo n modo per la corruzione? Finch la coscienza ed il rispetto della propria salute non saranno cos vive da salvaguardare un giovane, l'unica, pi potente, pi sicura valvola di sicurezza  certamente questa, e trovo assurdo che la passione o la simpatia sportiva dei giovani sia trattata con severit o con disprezzo dai Maestri.
Certo vi sono gli abusi. V' abuso in Carini che non  robusto, e che tutte le sue ore libere le dedica al foot-ball spendendo denaro ed energia ed intelligenza, semplicemente perch non ha trovato nessuno ancora che gli abbia dato la gioia del giuoco unita alla gioia del lavoro; ma vi  dell'esagerazione contraria in Botta, che immagino non sia mai sceso in un campo sportivo e che affetta, specialmente quando Colorno tuona contro la mania sportiva, un super disprezzo per la semplice mentalit dei calcisti suoi compagni.
Ma Attilio, che  un ottimo ginnasta vigoroso ed agile, e che dedica qualche ora ad una divertente partita o ad una vogata; ma Dorini che  appassionato guidatore di automobile e di cavalli; ma lo stesso Occhibelli, ma tutti gli altri che, se non vogliono aver le ore di Liceo amareggiate perch sanno vivere sanamente, devono negare ipocritamente ogni simpatia per qualunque genere di sport; io stessa che mi sono sentita l'altro giorno tra capo e collo una doccia fredda perch Montucco mi ha incontrata coi pattini; noi tutti sentiamo bene di avere un poco di ragione e desidereremmo poter discutere serenamente coi professori delle nostre predilezioni e della loro ostilit.
Avviene cos che, per non essere seccati, molti nascondano i loro innocentissimi passatempi, come se fosse cosa colpevole; e molti altri, pi docili e pi paurosi, siano costretti ad abbandonare ogni velleit sportiva, con molto vantaggio dei loro voti, non nego, ma con qualche danno per i loro muscoli.
Eppure le misere spalle di Botta, il prediletto dei professori, sono la miglior prova in nostro favore!
Io so che per me e per Teresa non vi  divertimento maggiore che assistere ad una partita di gioco tra i nostri compagni.
Ogni diverso, pi chiuso temperamento si rivela nel tono di voce, nel portamento, nel gesto; soprattutto si rivela la lealt del carattere, poich nello sport non si pu barare, si deve giocare il giuoco con sincerit e cavalleria, e chi  vinto si dichiara vinto e stringe la mano al vincitore.
Non esistono scappatoie; non ci vogliono esitazioni: i nervi devono rispondere subito al comando della volont.
All'aria pura, in campo aperto, i forti ed i sani trionfano; gli altri vedono, comprendono, soffrono e cercano di emulare, di arrivare, di vincere, mettendo a profitto di una cosa tutta fisica le risorse della intelligenza. Non  buono, questo? Non assurge, dal fatto puramente materiale, ad un alto significato morale?
Perci Occhibelli non mi dispiace, dopo avermi dispiaciuto tanto, e forse devo a lui, alla convinzione assoluta delle sue parole, se sono cos convinta anch'io.
Nel suo carattere  profonda l'impronta che la passione sportiva ha lasciato.
Se non fosse un po' ridicolo, la chiamerei vocazione, tanto sembra innata in lui la facilit ad ogni pi complicata vicenda di giuoco; quella che esige pi perspicacia, che richiede pi sangue freddo e pi spirito di osservazione, e la prontezza per ogni caso imprevisto.
Certo vi  in lui l'egoismo ed il bisogno di moto di un giovane animale e questo mi irriterebbe, e me lo renderebbe forse estraneo, se non pensassi ch'egli deve essere diverso da quello che sembra.
Non posso dimenticare la voce profonda che ha detto, in una sera ormai lontana, delle cose tanto lievi e tanto buone; la voce carezzevole di bambino che in certi momenti mi assilla quasi dolorosamente, e poi gli guardo la bocca ridere coi denti serrati e crudeli, lo sento sfuggire da ogni manifestazione di gentilezza o di sentimento, lo so appassionato di cose in cui, se v' volont, forza, energia, anima non sar mai e ne provo quasi tristezza - e... so perch.
Ma siamo in seduta, ed Occhibelli accanto a Teresa mi chiama "fenomenino", perch da qualche minuto dormo, pare, ad occhi aperti.
Ha la mania dei diminutivi pi buffi, come se avesse diritto, ragazzo com', di assumere un tono di protezione. Glielo osservo. Non ride. Mi risponde: "E Lei, allora?". "Io?". Sono molto indignata: "Ma io non proteggo nessuno per sua norma!".
"Allora si fa proteggere".
"Da chi?".
Seguo la sua mano che indica Dorini, pallidissimo, coi lunghi occhi neri brillanti come per febbre sotto il sottile arco aggrottato delle sopracciglia.
"Dorini? Ma che cosa le viene in mente?".
"Non  il suo cavaliere? Il suo paladino?".
"Macch! Per qualche compito di matematica... Del resto, io gli faccio i componimenti!"
"Ah! Lei fa i componimenti? Non potrebbe farne uno per me?  bellissimo, senta: "Se i mezzi mi fossero concessi, quale sarebbe la missione sociale alla quale darei l'opera mia?". Fenomeno, eh, quel Cesi?".
Rido, perch fenomeno in bocca sua  abituale, come "giuro" e "orrore" in bocca mia: tutto ci che  buffo, assurdo, carino, antipatico,  per lui un fenomeno, e non mi meraviglio quindi se chiama cos, con un piccolo vezzeggiativo, anche me.
"Davvero, vuole un componimento?" gli chiedo quasi tentata. " possibile che lei non sia capace?".
"Sono capacissimo", afferma Occhibelli recisamente, mordendo la pipetta di "bruyre" e guardandomi di traverso quasi offeso per la mia supposizione. "Solamente non ho voglia".
"E allora dovrei farglielo io?".
"Se ci tiene proprio!".
"Ma sentilo, Teresa! Come se fosse un onore per me!" (cattivo ragazzo che ride perch sa che otterr quello che vuole). "E... per che ora lo vuole?".
"Davvero? Sul serio? Promette?".
"Ma s, giuro!".
Dalla gioia si solleva con un balzo e appoggiandosi al banco piomba in mezzo all'aula, in pieno tavolo presidenziale, davanti ai consiglieri spaventati e a Pizzagalli furioso che scampanella per acquetare il chiasso.
"A posto! Vergogna! Fuori i disturbatori! Gi, sono le signorine!". Protestiamo energicamente mentre la pietra dello scandalo, come se nulla fosse, seduto sul tavolo continua a fumare imperterrito. Ma la sua olimpica calma, questa volta, non ha successo. Lo costringono a ritornare all'ordine, ed egli si mette accanto ad Attilio, forse perch ha paura che la nostra vicinanza lo obblighi ad un altro volo entusiastico. Per non rinuncia a dire le sue ragioni:
"Non avete ancora finito? Non potreste concludere qualcosa? Sono due ore che parlate!".
"Che parli!" urla la platea feroce.
"Va bene, che parliamo. Ma che cosa avete deciso? Se Pizzagalli  presidente levi la seduta".
Pizzagalli che non pu smentire di essere presidente, si alza ansando come se quel breve sforzo fosse gi troppo per lui. Balbetta, arrossisce, dondola su una gamba e sull'altra, come un orso, alza gli occhi al lampadario, li abbassa alla lavagna ove tante volte abbiamo trovato ispirazione durante gli esami di astronomia e quando parla, la sua voce  tremula come un belato.
"Prima di levare la seduta (pausa) - mi permetto di proporvi - (pausa) una ricapitolazione di quanto  stato discusso - (lunga pausa). -  necessario per i fini del nostro Circolo, una unione di intenti - (bene! bravo!) - completa e concorde. Deploro per che vi sia - (occhiata feroce al disturbatore) chi considera con leggerezza la seriet della nostra assemblea!".
"Pizzagalli, esageri!" ammonisce il terribile ragazzo. E nessuno sa reprimere un sorriso per la collera del presidente, collera che sembra rimanere impigliata nel grasso delle guancia, nelle pieghe dei collo, nei piccoli occhi troppo azzurri per saper essere irosi.
Ma il presidente si calma e come se nulla fosse riprende con voce monotona. Ricorda tutte le fasi del Circolo: dai primi timidi accenni alla vittoria finale. Sono cose che sappiamo, cui abbiamo preso attiva parte e che non ci interessano enormemente.
La nostra attenzione si risveglia invece quando vien proposta la votazione dell'ordine del giorno presentato da Dorini, e da Zambellini. "Quali sono i fini concreti del nostro Circolo e quali mezzi verranno adottati per ottenerli". Teresa trova assurda, dopo tutto ci che  stato detto, la prima domanda, e lo dichiara apertamente, con parole sensate che per i ragazzi disapprovano, forse perch sono di una donna.
" un mese che se ne parla! Abbiamo detto che la Biblioteca non ci basta, perch non vi possiamo parlare e comunicare le nostre idee; ci siamo lamentati di non ritrovarci che nelle ore di lezione; troviamo che i professori chiedono troppo esigendo una cultura che non possederemo mai e ci siamo proposti di dare alla citt quello che la citt non sa darci... Se mi parlate di mezzi  un'altra cosa...".
"Ma lo scopo concreto?".
"Perch volete dare un nome a una cosa generica? Mi pare che dovremmo far di tutto: dalla conferenza al concerto. Abbiamo davanti tutte le porte aperte; c' bisogno di saperne il nome?".
"Brava" dice Occhibelli, forse per contraddire gli altri.
Mi sembra di aver trovata la soluzione e chiedo la parola:
"Non si potrebbero invertire i quesiti dell'ordine del giorno? Parliamo prima dei mezzi...".
Ridono: "Logica femminile".
"Ma no, non  una sciocchezza. Vediamo. Che cosa ci manca?".
"Tutto".
"Bene! Abboniamoci a qualche rivista, a quelle che in biblioteca non possiamo avere, perch son sempre in lettura. Con la tassa mensile che paghiamo possiamo anche permettercelo. Uno di noi ne avr la tutela".
"Approvato? Chi approva alzi la mano".
Con soddisfazione, Teresa ed io vediamo alzarsi quasi tutte le mani. Quelle abbassate non ci interessano.
Dorini approva, propone due o tre Riviste importanti e piuttosto costose.  un lusso, ma un lusso che ci tenta.
Gessi, che funge da cassiere e da segretario, scrive febbrilmente il verbale, e per la prima volta forse si accorge che le alte cariche sono abbastanza onerose. Abbiamo tutti il viso acceso e gli occhi brillanti: stiamo inoltrandoci nel campo della realt; parliamo di cifre di cui possiamo disporre con una prodigalit da milionari, senza che nessuno venga a mettere il veto alle nostre dispendiose fantasie. Che ne faremmo della somma raccolta con la tassa di associazione, se non la impiegassimo a procurarci liberamente ci che costa molto e che generalmente lo studente non pu permettersi?
L'intellettualit  spesso un lusso che solo i ricchi possono conoscere e che non tutti i ricchi conoscono. Al pensiero del piccolo tesoro che stiamo per possedere, di tutte quelle Riviste che arriveranno dirette al "Circolo Studentesco", in cui potremo trovare una miniera di cognizioni e di opinioni, ci sentiamo pieni di orgoglio come per una conquista.
E vi era chi temeva che il Circolo mascherasse un latente desiderio di chiassate e di risa, chi aveva persino insinuato che presto le aule del Liceo, nelle ore di seduta, avrebbero risonato di canti ebri e di risate sconcie! Dove sono, tutti quei paladini dell'ignoranza? Vorremmo che fossero qui, avrebbero riso e sogghignato,  vero, alla prima fase scherzosa ed eccitata della seduta; avrebbero meditato meravigliando alle ultime parole, in cui vi  qualcosa di volontario e di profondo che i giovani generalmente ignorano.
Ma non dimentichiamo la vendetta: vogliamo che dopo tanto disprezzo e tanta ironia, il Circolo si affermi nella vita cittadina come un avvenimento. Bisogna che tutti quelli che hanno riso vengano a noi con ammirazione; che ce lo dicano; che siano costretti a riconoscerlo ad alta voce.
I tanto disprezzati studenti, quelli cui non  permesso n un riso, n una birichinata, n una colpa lieve, perch tutto in loro  criticato e vagliato severamente, diventeranno per questa gente morigerata il vivente esempio di una intellettualit che essa ha invano cercato di procurarsi.
Tutto quello che gi fu tentato, forse con mezzi maggiori e con maggior chiasso, declin miseramente dopo una breve fioritura, poich la moda era gi passata. Non c'erano i ragazzi a darvi tutta la loro anima e la loro intelligenza ed il loro orgoglio.
Vedranno ora come sapremo far vivere e fiorire questa nostra opera di giovinezza.
Chiederemo al direttore l'Aula Magna, ove ci riuniamo nelle grandi occasioni, cos rare nella vita studentesca. Chiameremo un parlatore elegante, e verr e parler e avr intorno a s una corona di giovani ch'egli non ha mai conosciuti e che lo hanno chiamato per la buona vendetta.
Regaleremo ai nemici di ieri, per molte risate alle nostre spalle, per troppe critiche quotidiane, un godimento raffinato. Non  una vendetta regale?
A Pizzagalli vengono affidate le pratiche necessarie per l'invito al conferenziere che verr scelto fra quattro o cinque pi in voga. Dopo le vacanze natalizie il Circolo aprir per la prima volta le sue porte alla cittadinanza e non vi  alcuno di noi che non si riprometta, per quella sera, un singolare godimento al pensiero che i professori verranno in "casa nostra".
Son tornata come in sogno alla Fiorita, con Teresa e Antonio, venuto a prenderci alla fine della seduta. La fiumana degli studenti si  sparsa pei corridoi e per le scale in penombra; Giovannin ci ha lasciato brontolando e nel giardino, pel viale, qualche sigaretta si  accesa come una lucciola rosea.
Strette, assonnate, con la testa confusa, siamo arrivate a Castagnola.
Teresina chiede se manterr la promessa a Occhibelli: come no?
Non so perch mi  sembrata malcontenta. Ci salutiamo in fretta e prima che "Madame" abbia il tempo di chiedermi se mi sono divertita, salgo di furia le scale fino alla mia camera.
La luce improvvisa illumina il mio largo letto su cui tanto volentieri mi addormenterei, sotto lo sguardo vigile della teoria di bambini in camicia da notte, di una stampa inglese.
Perch ho promesso a quel ragazzo una cosa che mi costa cos forte, in questa sera gi tarda? Perch egoisticamente egli ha accettato, senza pensare che per me poteva essere un sacrificio? Le ragioni di rancore che gi ebbi per lui si risvegliano in cuore, rendendomi la sera uggiosa e il dovere gravoso.
Avrei potuto dormire tranquilla il mio sonno di bambina, senza quelle quattro pagine da riempire. Se non lo facessi? Se domani dicessi di aver dimenticato? Ah, no... gli occhi duri mi guarderebbero rimproverando e la bocca che ha detto "Mammina" riderebbe sprezzante. Penser che non ho saputo...
La sferza dell'orgoglio  pi forte della stanchezza, e della malavoglia. Preparo i fogli, mi svesto, e faccio una piccola concessione alla mia pigrizia, permettendole di scrivere a letto, con la speranza che il sonno non venga. Guardo il bigliettino che Occhibelli mi ha consegnato all'ultimo momento, col tema: scrive male, con un carattere contorto e tormentato. Ora so perch ha detto ad Attilio che gli piace la mia calligrafia.
Perch improvvisamente penso che vorrei essere divinatrice di scrittura, per sapere ci che essa cela di lui? Perch vorrei trovare in quei piccoli segni il segreto della sua forza e della sua debolezza?
Si  reso, per un attimo ma profondamente, signore non so se della mia anima o della mia fantasia, semplicemente perch ha la voce e lo sguardo di un uomo e di un bambino.  questo il contrasto che in lui mi tenta, mi esalta, mi interessa, quando nulla di lui conosco e nulla di lui mi piace.
Ho sognato, sto sognando una cosa sciocca ed assurda, mentre mi attende una realt prosaica, banale e cos scolastica: un componimento per domattina!
La volont ha vinto, e forse il sentimento di pensare cose ridicole.
Come sempre, quando meno sapevo che cosa avrei scritto, la penna vola. Eppure sento che non scrivo incoscientemente, che tutto il tempo della seduta era in me un lavoro lento e silenzioso, come lo scorrere di un fiume sotterraneo.  il sub-cosciente di cui parla Montucco?
Il cervello ha pensato ed agito per conto suo, mentre io parlavo ed agivo altrimenti.
Non  difficile o antipatico il tema dettato da Cesi.  di quelli in cui la fantasia pu spaziare liberamente, in cui si pu dar forma concreta se pur effimera ai mille sogni che fermentano nell'anima nostra.
Quel "se fossi" apre la via ad uno stormo di fantastici uccelli, che esplorano il cielo battendo le ali, che viaggiano e posano in regioni inesplorate, sconosciute, ma non vi fanno nessun nido, perch sanno che sarebbe distrutto.
E penso alla vita di Occhibelli, di cui so cos poco, ma che immagino varia e facile, come fiume tra sponde ubertose; penso a quella ricchezza accumulata dal padre suo e prima di suo padre, perch egli sia un giorno il signore di tutti i desideri; penso che se i suoi occhi parlano di una infanzia non lieta, lo attende per una giovinezza piena di sole, ebra di libert.
E vorrei essere lui, un lui meno egoista e meno chiuso, per sapere quale sogno pu attrarlo, quale opera esaltarlo.
Qualcosa ci deve pur essere cui egli dar, nella piena maturit delle sue forze, il superfluo di gioia che gli  stata concessa. Non  possibile che l'orizzonte sia per lui limitato tra due "goals" di di un campo di giuoco. A cosa darebbe domani, se fosse libero, la sua intelligenza? Quale miseria lo tormenta di pi, quale deficienza, quale abbandono?
E poich io, se i mezzi mi fossero concessi, vorrei liberare tutte le ignote e lontane sorelle dal marasma dell'ignoranza; poich vorrei poter spalancare le porte d'ogni scienza e vedere i loro visi irradiati da una luce nuova, poich non posso pensare a quello che so senza un rimpianto ed un rimorso per tutto quello che ignoro o che per indolenza ho voluto ignorare; mi accorgo di aver prestato ad Occhibelli un poco della mia anima e dei miei sentimenti.
 raro che in un componimento per i miei compagni io lasci libero corso al mio pensiero: cerco di nascondere la personalit per tema che Cesi la ritrovi sotto un nome non suo. Ma questa volta l'anima ha parlato; la mano ha scritto senza cancellare, febbrile e tremante di una commozione ignota. Non importa se gli ho prestato il mio pensiero;  il dono migliore ch'io potevo fargli. Lo comprender, legger fra le righe, nella scrittura acuta che gli piace, quello che ho sentito scrivendo per lui.
Ho messo in queste quattro pagine quello che vorrei egli sentisse: l'orgoglio di una fortuna che non tutti possiedono e nello stesso tempo la coscienza di una nuova pi gravosa responsabilit. Ci ch'io penso di lui e della sua ricchezza e che non potrei mai dirgli senza sembrare indelicata,  espresso in queste righe cui la stanchezza, il dispetto e non so qual altra cosa hanno dato una forma concisa e nervosa, pi maschile che femminile, e che immagino possa essere la sua.
Senza volerlo, mentre esprimevo un pensiero e delle considerazioni tutte mie, lo stile si  adattato alla forma che gli so abituale. Vi  qualcosa di aspro, di arido e pur profondo nelle pagine che domani gli consegner, che non saranno pi mie ed in cui mi ritrovo, come in uno specchio, simile a me stessa, ma con una foggia d'abito inconsueta.

8.
" l'ultimo componimento del bimestre" mi confida Occhibelli, mentre gli consegno i fogli che non ho nemmeno ricopiato per la grande stanchezza di questa notte. "Ci tengo che sia fatto bene.  carino?".
Lo guardo bene;  serio e tutto occupato a riporre le mie brevi pagine.
"Perch mi chiede se  fatto bene? Credo di s. Del resto, se non le piace..." e tendo la mano, con un piccolo broncio, a riprendere i fogli disprezzati, ma gli occhi del ragazzo ridono e la bocca sillaba piano - per me sola - un "permalosa!" cos carino, che sembra quasi un complimento.
"Sono sicuro che sar un fenomeno come tutta Lei.  vero che Lei ha sempre dieci?" e sembra che mi chieda: "Ma Lei  la figlia del Re?" tanta  l'ammirazione quasi spaurita con cui mi guarda.
"In ginnasio, s. Ma in Liceo, Cecchino ha giurato di non incoraggiare il genio... e in tre anni sono arrivata al nove. Non abbia paura, per; avr un buon voto".
"Oh, non  per questo", protesta Occhibelli con un moto sdegnoso della bocca ed un pochino, impercettibilmente, delle spalle. "Non  per il voto! Se volessi, avrei nove anch'io".
 inutile, egli  nato per indispettirmi od io non sono fatta per simili compagni! La freddezza del suo tono, lo sdegno delle parole, l'orgoglio in cui si compiace, le impertinenze, mi sconvolgono come un affronto. Non sono ancora abituata a vederlo cos come : le uniche parole gentili ch'egli ha forse detto in vita sua, sono rimaste in me cos profondamente che non sono capace di ascoltare la sua vera voce.
 un risveglio doloroso ritrovarlo cos diverso da quello che vorrei egli fosse. Non riuscir mai pi a fargli dire delle parole carezzevoli. Dovr odiarlo come un nemico, semplicemente perch disprezza le abitudini di cortesia.
 scortese o  troppo sincero? La sua vita gli ha davvero permesso di non mentire a nessuno e in nessun caso?  cos solamente con me, perch non gli sono simpatica o perch mosso dalla vanit di dominarmi, oppure con tutti la sua bocca non conosce l'inganno delle parole e dei sorrisi convenzionali?
Certo egli mi turba, anzi mi irrita. Lo preferirei meno orgoglioso e meno sicuro di s: come Dorini o Nicchio, quando mi chiedono un componimento, e per cui so di essere davvero l'aiuto necessario, ben lieta quando mi annunciano un buon risultato. Dare cos  bello, quando si ha la fiducia di soccorrere veramente; ma un mendico che risponde alla elemosina sogghignando: "Non ne avevo bisogno: l'accetto perch non ho voglia di lavorare", che cosa merita?
Se ieri sera ho promesso di aiutarlo  stato in un momento di follia. Chiss? Ho creduto di fargli veramente piacere; di sembrargli buona e soccorrevole; volevo ammetterlo nella cerchia dei miei, di quelli che ricorrono a me in momenti difficili e cui io ricorro quando sono in imbarazzo. Ma ora basta. Le parole che ho scritto per lui questa notte sono ormai cos lontane da me che non le riconosco pi; diventeranno sue, gli sembreranno sue e creder in coscienza di aver ben meritato da Cecchino. Ma quasi quasi gli augurerei che Cesi trovasse assurdo il ragionamento, sgrammaticato il periodo e che lo maltrattasse, per aver presentato una simile porcheria.
" l'ultimo componimento del bimestre...".  vero; fra otto giorni andremo in vacanza ed il Liceo si chiuder fino al nuovo anno.
Due settimane senza lezioni, senza professori, senza latino e storia! Due settimane di vacanza completa, di ozio completo, rallegrato dai doni natalizi, dall'attesa dell'anno nuovo. Ci disperderemo per breve tempo e ci ritroveremo di nuovo nelle nostre aule immutate. Ed io porter Pupa a casa perch mamma la conosca.
Sono contenta di andarmene, sia pure per breve tempo. Non solo per la gioia puerile del Natale, pel conforto della famiglia che mi attende, per la novit delle vacanze - ma anche perch oggi, in Liceo, non sono felice e sento il bisogno di distaccarmene un po'.
Non ne approfondisco il motivo, ma quando Cecchino, dopo avere sfogliato il fascio dei componimenti, guardato e riguardato, si decide per quello di Occhibelli, alla risposta sua: "Non l'ho presentato", al silenzio improvviso che si fa nell'aula, alla sospensione del respiro, al palpito di collera che mi agita il cuore, comprendo perch.
"Non gli hai fatto il componimento?" sussurra Teresa, ma io non rispondo. Sono tutta alla scena che sta per accadere, poich  la prima volta che un allievo osa dire a Cecchino, in piena classe: "Non ho fatto il componimento!". Dopo tutto sono curiosa, con gli altri, di sapere come andr a finire.
Cecchino  diventato violentemente rosso, poi il pallore gli  sceso fino alle labbra, sotto l'arco dei baffi ricurvi. Il suo volto da preda, reso pi crudele dagli occhi troppo chiari,  spaventoso di collera - non la collera violenta che investe, calpesta, abbatte, ma la collera pungente, rovente, insistente - fatta di atroce sarcasmo. Occhibelli  in piedi, impassibile.
"Il signore era stanco? Aveva giocato troppo?"
"No, ieri non ho giocato", risponde il colpevole, malgrado i cenni dei compagni che lo scongiurano di tacere: "Se non ho presentato il componimento  perch non sapevo cosa dire".
"Oh! Davvero? Ma vediamo... non era poi cos difficile... Forse, l'opera che la interessa non  delle pi comuni.  per l'allevamento dei buoni giocatori del "foot-ball?". Cecchino pronuncia la parola esotica italianamente - vedo un sorriso leggero guizzare intorno alla bocca di qualcuno. La scena  comica. Cecchino se ne accorge.
"Basta!" Ha la voce metallica di una macchina crudele e vertiginosa. "Domani lei mi porter il componimento".
" impossibile, Professore".
"Impossibile?! Perch?".
"Lei trova assurde le mie idee. Non voglio espormi a vederle soppresse".
"Non vuole? E se io voglio?".
"Non pu obbligarmi a dire quello che non penso".
Cecchino si alza a met, pronto a scagliarsi. "Ma  una pagliacciata! Mi far il piacere di portarmi un componimento dove non ci siano delle buffonate. Dove crede di essere? In un campo sportivo? Qui si obbedisce. E se trovo una sola parola ridicola sopprimo il componimento e la boccio all'esame. Ha capito?".
"Perfettamente".
Occhibelli  il pi forte. Chi non lo sente? Io stessa non posso negarlo; io stessa riconosco in lui una temerariet che mi sembra magnifica, perch io non la oserei mai e che ci vendica delle innumerevoli sferzate di Cecchino durante tre anni di Liceo.
 vero che vi sono creature cui tutto  permesso e cui tutto sembra riuscire facilmente! Chi di noi, dopo la lunga pratica coi professori, non sarebbe ricorso ad una delle facili bugie che rassomigliano talmente alla verit da non essere pi menzogne?
Questo "nuovo" ha osato finalmente il gesto di ribellione ed  una ribellione piana, quasi elegante, fatta con voce calma, con gesti pacati, con una sfumatura di rispetto; eppure Cecchino deve sentire sotto quell'apparenza composta una ostinazione dura, orgogliosa, irremovibile. Cecchino ha trovato qualcuno pi forte di lui... inconsciamente, malgrado tutto, ne godo anch'io.
Un silenzio penoso dura nell'aula, mentre il professore medita, guardando fisso Occhibelli coi suoi occhi di acciaio fuso.
"Passer in Direzione dopo il "finis". Sieda".
"Grazie".
Abbiamo sognato o veramente abbiamo assistito a una lotta rapida e serrata? Chi dei due ha vinto? Ed ecco, mi chiedo: "Perch Occhibelli ha voluto provocare una simile scena? Che scopo aveva? Perch non ha voluto copiare il mio componimento? Non era degno di lui?".
La lezione continua come al solito, ma l'ambiente  saturo di elettricit. Cecchino, irritato, ha deciso di continuare la lezione di letteratura senza correggere i componimenti, ed al suono della sua voce incominciamo a scrivere febbrilmente. Ah! ma come si vede che pensa a tutt'altro e che pur guardando fuori, i suoi occhi sono tentati di tornare a quel viso imberbe che l'ha fissato tranquillo e spavaldo, senza tremare... il primo! Come deve bruciargli l'umiliazione subita davanti a tutti i suoi alunni che lo hanno conosciuto giudice severo e inesorabile! Come ha dovuto frenarsi per non cedere alla tentazione di cacciarlo dall'aula, sapendo che se l'avesse fatto si sarebbe mostrato ingiusto. Poich, davvero, quale fu la parola offensiva di Occhibelli? Nessuna: una volont ferrea ma non irragionevole, anzi, una calma ragionatrice. Zorzi, il professore di matematica, che cosa avrebbe risposto? "Ognuno ha le sue opinioni. Metta nei componimento quello che crede".
Il fremito, la curiosit, di conoscere l'epilogo del piccolo scandalo, ci rendono nervosi e disattenti: io rompo due volte la punta della matita e due volte, con un po' d'impazienza, Carini la tempera. Quando il "finis" squilla, l'attesa s'era fatta cos tormentosa che non avremmo pi resistito. Col passo breve e dondolante, un poco simile a quello di una donna, Cecchino abbandona l'aula ove risuona improvviso un clamore di voci.
Non si ode che "Occhibelli"; tutti gli sono intorno, vi  chi ride di lui e di Cecchino, chi gli stringe la mano e chi l'abbraccia. Egli sembra trovar la cosa molto naturale.
Teresa pure lo felicita, poich anche per lei Cecchino  un incubo; io sola sto lontana, in disparte, senza guardarlo o almeno guardandolo di sfuggita.
"Andrai?" gli chiedono i pi timorosi. "Va subito", dicono gli audaci. "Parla forte", consigliano i ribelli. "Dir le sue ragioni" afferma Zambellini che, come sempre, lo difende.
Seguito dagli amici, dai curiosi, Occhibelli si avvia. Mi passa accanto, sosta un attimo guardandomi, poi prosegue. Lo vedo scomparire in Direzione...
E vorrei andarmene e non posso. Teresa non vuol seguirmi ed io oggi non so fare a meno di lei. Mi fermo anch'io in crocchio coi compagni. Botta profetizza cose tragiche per quel povero ragazzo, che l dentro sta difendendo il proprio "onore"; i pi credono che non la passer liscia; tutti per lo trovano audace e persino eroico.
Penso come  facile acquistarsi la simpatia dei giovani, ma che, sempre, perch sia duratura, occorre che sia alimentata da qualcosa di veramente alto o di profondamente sincero.
Occhibelli era amato dai liceisti per tutto quello che essi non avevano e che egli possedeva; ora egli  il loro eroe, non solo per la grazia, l'eleganza, lo spirito, ma per la sincerit quasi eccessiva che ha rivelato ad un tratto.
Eppure, io penso che ci sia in fondo un po' di posa o che abbia voluto divertirsi alle spalle di Cecchino.  impossibile che egli comprometta cos l'esito di un bimestre e forse di tutto l'anno, pel puro amore della verit!
Chi gli ha insegnato a non mentire cos? Ha parlato di giovinezza solitaria; di un collegio ove ha trascorso l'infanzia; ora, non  nei collegi che si impara a dire la verit.
E gli costava cos poco una piccola bugia! E poi... perch quel mio componimento disprezzato? Mi convinco sempre pi ch'egli abbia voluto prendere in giro Cecchino. Gli abbiamo tanto parlato della sua severit, del difficile perdono che aveva ai suoi occhi una mancanza, delle scene che avvenivano per ogni componimento, e la tentazione sar stata troppo forte, pel suo spirito forse imbevuto di avventure.
Ha voluto tentare ci che nessuno aveva mai tentato e forse si  illuso di sfatare la leggenda di implacabilit che Cecchino alimentava con s grande costanza intorno al suo nome. Ci sar riuscito? Abbiamo visto Cesi, per la prima volta, ondeggiare incerto fra la collera e la calma, e vincersi per non essere vinto; ma ora il professore  il pi forte. Quale sar il castigo?
Quelli che origliavano alla porta fuggono in punta di piedi e affannati. "Eccolo!". L'eroe appare, colla bocca ridente, la fronte alta.
Gli si affollano intorno, aspettando ansiosi una risposata che tarda, mentre egli accende tranquillamente, la corta pipa inglese.
"Ebbene? Come  finita? Chi ha vinto?".
"Io".
"Nooo?? Ma come? Parla!".
Racconta brevemente. Cesi ha parlato molto, era verde di collera. Ha chiesto un castigo, forse la sospensione. Il direttore brontolava, voleva fulminare dietro gli occhiali, col viso da tacchino, dai bargigli pendenti, tutto acceso. Occhibelli dichiara che  disposto a portare il componimento purch il professore lo accetti cos come , senza critiche e senza osservazioni per le opinioni espresse.
Il direttore ha detto "ragazzo" e l'ha congedato; ma Cecchino lo boccia ugualmente.
"Ci metter qualche errore" conclude filosoficamente "per dargli un po' di soddisfazione. Ma la societ per la selezione dei "foot-ballers" ce la metto. Vedrete!". Ridono; si disperdono.
Attilio scende con l'amico; Occhibelli si volta, mi vede, si avvicina.
"Era carino, sa, il suo componimento? Ma non andava...".
Ho la voce dura: "Perch?".
"Diceva delle cose che io non ho mai pensato... troppo belle... Non potevo presentarlo! Avrei mentito".
"Lei non ha mai mentito?".
"Mai".
"E dov' il componimento?".
Esita: "...l'ho distrutto. Ho fatto male?".
"Ha fatto benissimo. Buona sera".
"Signorina...".
Ah no - che la sua sincerit sia nuova, strana, bizzarra - non posso negarlo, ma non mi creda una colombella spaurita nei suoi artigli di bel falco!
Le mie pagine, le pagine che gli avevo portato come un dono, in cui avevo messo tutto ci che io credevo palpitasse in lui col suo palpito migliore, le avr lette col suo lievissimo sorriso un po' cattivo ed ha preferito offendermi, distruggendole, anzich mentire! No, non gli deve essere difficile dire la verit, poich troppo spesso la sua verit somiglia alla scortesia.
***
Teresa ed Antonio sono venuti a passare la sera con me.  la penultima del mio soggiorno alla Fiorita, prima delle vacanze, e Teresa mi aiuta a fare il bagaglio, a riordinare la camera che ultimamente ho un poco trascurata. Antonio che si d l'aria di lavorare enormemente, gioca con Pupa a cavalcioni della finestra aperta.
Sera di luna; il cielo  sgombro della nuvolaglia grigia che ha portato tanta neve; vorrei poter spegnere la luce, sedermi sul davanzale come Antonino Pio e fumare una sigaretta.
Desideri assurdi ed inappagabili, perch Teresina mi sprona al lavoro e le sigarette le fumo talvolta in giardino, ma non in camera perch Madame va in collera.
Ho riposto i libri, i ninnoli, come se partissi per un lungo viaggio forse senza ritorno.
Che importa un desiderio appagato, se per ottenerlo bisogna abbandonare tutto il resto? Raggiungo finalmente il sogno di tornare a casa, ma devo lasciare dietro di me persone e cose che amo ed un paesaggio che non dimenticher mai.
Tutto  in ordine; anche Pupa con la cuffietta e col paltoncino nuovo che le Ondani le hanno regalato; verde ad alamari d'argento, secondo il consiglio di Zambellini.
Domani Pupa verr con me al Liceo per salutare il suo pap Dorini e per augurargli buone vacanze; lo dico a Teresa che mi guarda con una lieve sofferenza negli occhi aggrottati.
Dimenticavo il distacco da lei e da Antonio, forse pi penoso di quel che mi sembri: vorrei lasciarla con tenerezza, farle sentire che malgrado tutto siamo amiche, quasi sorelle.
La tengo stretta contro di me, le accarezzo i morbidi, chiari capelli, le chiedo piano se  triste. E forse perch sapevo che quest'ora sarebbe venuta, non mi meraviglia il singulto che risponde alle mie carezze.
Eppure non ho visto pianger Teresa che una volta sola: quando suo padre mor. La ricordo abbattuta sul letto, tutta piccola e fragile nell'abito di lutto, calmarsi piano piano sotto le mie carezze in cui mettevo le parole che non sapevo pronunciare.
Anche ora piange e so che cosa  che la fa piangere cos. Vi  un nome nella sua vita, un volto legato a quel nome, che le spezzano il cuore d'amore e di gelosia; vi  qualcuno che non le vuol bene, che non immagina nemmeno che ella ama in lui, forse, la sua stessa indifferenza; uno che la considera come una piccola intelligente collega e che regala le bambole a Milla cara. Dorini.
Quando e perch?
Dopo otto anni di Ginnasio e di Liceo, dopo averlo giudicato talvolta anche troppo severamente negli ultimi mesi di vita passata in comune, ella ha sentito la nuova forza germogliare in cuore ed ha taciuto ed ha sofferto ed ha pianto, silenziosa, coraggiosa creatura.
Non pianger mai forte, lo so; mai egli sapr le roventi lacrime che furono versate per lui.
So la muta domanda dei suoi occhi, quando guarda la piccola Pupa; so che cosa ella pensa quando l'accarezza e la bacia; so quanto la desideri, come un talismano prezioso. E fingo di non capire, per non negarle quello che mutamente ella chiede; e mi giudico cattiva, egoista e peggio perch non so fare il piccolo sacrificio.
Ma Teresa ignora, ma nessuno sa (o forse uno lo sa?) che cosa  stata Pupa per me.
 la piccola fata di un lieve sogno troppo folle; con lei ho asceso, un giorno lontano, la mia bocca sulla sua bocca, la scala in ombra ove l'Amore mi attendeva.

9.
Siamo tornati tutti di malumore dalle nostre vacanze di Natale. I primi giorni passati troppo velocemente, troppo lentamente gli ultimi, la lontananza dall'ambiente consueto, necessario ormai come l'aria al nostro libero respiro, il riposo che ci ha resi meno pronti a riprendere il lavoro, la saziet del desiderio soddisfatto, tutto questo ci rende svogliati, disattenti, immusoniti ed irritati.
Quasi nessuna novit in Liceo al nostro ritorno. Solo una maggiore severit nei professori ed un viso nuovo nel mio banco, alla prima lezione. Strano, antipatico tipo. Con quel viso ossuto dagli zigomi pronunciati, dal tono olivastro e lucido come un bronzo patinato, quel ciuffo di capelli spiovente sugli occhi grandi di miope e quelle mani forti di lavoratore e lunghe di artista. Certi "sweaters" bianchi contrastanti col viso abbronzato, certi petulanti berretti da teppista, da calzare bene in capo nelle corse in bicicletta; abiti pesanti di buone stoffe campagnole e una manciata di caldarroste in tasca per scaldarsi le mani.
Credo venga dalla campagna o dalla montagna; certo vi  nel suo passo allungato e calmo qualcosa di primitivo che non  pi in noi.
Non mi pare abbia alcuna simpatia per me.
Ho provato a scuoterlo dal mutismo aggrottato e sarcastico con cui ci guarda e ci vaglia uno ad uno: mi ha fatto capire che lo seccavo.
Eppure il primo giorno ho sentito per tutta un'ora il suo sguardo posare sul mio profilo chino: dettagliare le unghie troppo accurate, le scarpe scollate, la pettinatura, con insistenza; per tutto un giorno ogni mia risata lo ha fatto voltare di scatto, ogni parola  stata raccolta e meditata come se veramente egli studiasse il timbro della mia voce o il senso pi riposto delle frasi pi comuni.
Poi, non si  pi occupato di me.
N io di lui.
Ma oggi, per la prima volta il suo volto non mi fa sorridere, le spalle larghe e le lunghe mani mi incutono quella forma di rispetto che  paura in noi donne.
Poco prima del segnale delle lezioni, non so per quale parola o per quale scherzo, ho visto Occhibelli scostarsi con uno scatto dal muro contro cui stava appoggiato, e balzare pronto alla gola di Giorgio Varni.
Forse io sola me ne sono accorta in tempo, dopo non abbiamo pi visto in terra che un groviglio ansante ed inumano.
Nessuno ha tentato un gesto per separarli.
Perch? Hanno sentito gli altri, come me, che il loro posto era solamente quello, nemici con tutta la forza della loro antipatia?
Nemmeno un minuto ho dubitato della vittoria di Occhibelli, svelto, pieghevole, nervoso come un giovane atleta; ma quando l'ho visto a terra, colle braccia allargate, sotto il peso dell'altro; e ho intravvisto i loro due volti pallidi, grondanti, irriconoscibili, avvicinati in una espressione di odio, ho sentito spezzarsi in un'onda di pianto tutta l'ansia di quella lotta, l'umiliazione di quella sconfitta.
Al mio pianto improvviso quelle mani serrate come artigli si sono aperte e Varni si  alzato lentamente asciugandosi coll'avambraccio il viso sconvolto.
Un attimo i suoi occhi mi hanno fissato quasi penosi, quasi smarriti, ed ho creduto che quella bocca serrata volesse dirmi qualche cosa, ma a poco a poco essi si sono riabbassati su quel fanciullo pallidissimo e supino.
E allora per la prima volta abbiamo udito la sua voce - una voce metallica, ma non cattiva:
"Ti ho fatto male? Su alzati, fammi vedere..." Non ho voluto assistere a quell'ultima umiliazione, Occhibelli aiutato a rialzarsi dalle mani che l'hanno piegato, consolato della sconfitta dalla bocca che forse lo ha offeso.
Un rancore tutto fulmineo, fatto di rabbia impotente, mi ha allontanata da quel gruppo pietoso ed ho trascinato Teresa con me, asciugandomi le ultime lacrime.
Ed ecco, non posso a meno di pensare a loro e di paragonarli nel mio cuore.
Solamente ora mi avvedo che essi sono gli estremi di due opposte razze.
Minore di otto figli ugualmente belli, il mio Amore venuto da lontano  l'ultimo fiore della sua casa preziosa e raffinata. In lui solamente ho visto quel tono caldo, quella morbida lucentezza di capelli che il vento scompone nelle agili corse, quel balzo in avanti del corpo snello e vigoroso, quel torso ampio, sciolto in ogni movimento e la bocca infantile nel sorriso e nel riposo.
Nessuna donna  mai troppo bella vicino a lui, perch nessuna sa dimenticare la propria bellezza e farla dimenticare; nessuna certo  bella come lui.
Ma il sangue leggero, trasfuso nelle vene di Occhibelli attraverso le oziose maternit della sua casa,  ancora in Giorgio Varni greve e ricco di intatte energie.
La madre forte, rotta a tutte le fatiche, il padre dalla voce e dalle mani pesanti, la casa grande odorosa di pane casalingo, ariosa nelle sue logge italianamente armoniche - una casa lass sulla collina - a specchio del piccolo lago di Muzzano cos perfettamente uguale al cielo, che il profilo delle case e dei cipressi intagliati nell'azzurro sembra l'immagine dei cipressi e delle case riflesse nelle acque.
Vorrei il mio Amore simile a Giorgio per amarlo meglio, lo vorrei meno bello, meno ricco, meno viziato dalla fortuna per poterlo, spoglio di ogni sua dote troppo facile e troppo visibile, amare pi nobilmente.
Ho paura, ho paura che nel fascino incomposto che mi trascina sia pi ammirazione che tenerezza.
Eppure sento che per me nessuna cosa vale la implorante bont del suo sguardo quando si posa sul mio.
Gli uomini sono migliori di noi.
Se io avessi fatta subire a Teresa la sconfitta che Varni ha inflitto ad Occhibelli, ella non mi avrebbe mai perdonato ed io non avrei avuto il tatto di non fargliela pesare.
Essi no.
Erano nemici, non so come, non so perch, ed  bastata l'umiliazione di uno di essi, perch sorgesse invece dell'odio implacabile un'amicizia cavalleresca.
E poi Occhibelli  troppo fanciullo per serbar rancore: qualunque sia la causa che ha provocato il loro dissenso, egli  troppo avvezzato a prendere in giro tutti, anche se stesso, per durare a lungo nel broncio.
 stato cos il primo a ridere della sua sconfitta ed a dimenticarla.
Io sola non dimentico, di quanti hanno assistito alla rapida scena.
Il volto di Varni, quegli occhi saturi di odio, quell'ultimo suo smarrimento, soprattutto, nell'udire il mio pianto, non posso dimenticarlo tanto facilmente.
Non so perdonare al mio fanciullo di essersi lasciato piegare da quella forza selvaggia e brutale, di non essersi difeso sino all'ultimo, di non essere stato ancora una volta il pi forte.
Non m'importa di aver pianto in faccia a tutti.
La confusa versione che ne ho data dopo (lo spavento, una crisi nervosa)  bastata: Occhibelli e tutti hanno creduto: Giorgio Varni no.
Pi ipocrita, egli  il primo, ne sono sicura, a non credere alla loro amicizia.
Solamente un calcolo pu averlo portato a tender la mano al suo nemico di ieri: avr sentito nel mutismo di quelli che hanno assistito alla sua vittoria, la sorda ostilit di saperlo pi forte.
Gli hanno perdonato di aver osato abbattere l'idolo solamente perch gli ha perdonato Occhibelli; ma un rancore fra di loro avrebbe portato a Varni una guerra spietata da parte di tutti.
Ammiro la pronta intelligenza che gli ha fatto afferrare la riconciliazione con Occhibelli come un nuovo mezzo per vincere: ammiro la disinvoltura con cui l'uno e l'altro hanno saputo superare s stessi: li ammiro; ma la loro amicizia mi fa paura pi del loro odio.
***
Sabato sera. Allegria e urlo di cento voci nelle classi e nei corridoi. Su, in Ginnasio, i piedi dei nostri colleghi di dieci e undici anni eseguiscono una danza indiavolata che ha del "can-can" e del "rag-time".
Io adoro quei musetti impertinenti che imparano dai fratelli maggiori il sorriso conquistatore. Essi hanno certe piccole compagne alte cos, ancora bimbe nei grembiulini bianchi, con le treccie lungo le spalle che i maschi si divertono a tirare durante le lezioni. Qualche volta vengono in biblioteca a chiedere l'"Eneide" con un tono importante, ma pi spesso chiedono Pinocchio o le Favole di Andersen.
Ma vanno man mano scomparendo i bambini veri, quelli che portano ancora le maglie e i calzoncini corti; in quinta Ginnasiale ormai sono gi tutti dei giovanottini dalle cravatte multicolori, ed essi squadrano i nostri tre corsi con l'aria di dire: "Aspettateci e vedrete che roba!".
Hanno ragione: noi siamo i vecchi ormai; per un fanciullo di dieci anni, uno di diciassette  ormai un uomo; quelli di vent'anni appartengono gi ad un'altra generazione. E ce ne andremo e lasceremo loro le nostre aule ancora calde del nostro respiro, echeggianti di nostre risate e sul banco che fu mio per tanti anni in ogni aula, la piccola dalla treccia lunga che mi succeder legger il mio nome intrecciato via via alle mie simpatie.
Non era su quello di fisica che Attilio si divertiva il primo anno a incidere il mio profilo con certi copricapi ridicoli e con un naso lungo cos? Non era in quello di francese e tedesco, che Ferratini, quel lumacone biondo che mi ha fatto sempre ribrezzo, con quella andatura che gi a quindici anni lo faceva sembrare un sagrestano, scriveva le sue dichiarazioni insulse come lui?
E su, nell'ultimo emiciclo di Storia Naturale, troveranno il gioco di dama di Zambellini e di Stellino, e nell'aula di letteratura quella caricatura di Cesi, che ci ha fatto ridere per tre anni tutte le volte che Frank ce la mostrava, alzando il piano del suo banco. Tavole di verbi greci irregolari, nomi di compagni passati, date di storia, calcoli affrettati, quante generazioni vi hanno inciso e cancellato? Ma rimarr, pi profondo di tutto, il commento di Giorgio Varni al mio nome pi volte ripetuto: "Le nom des fous est crit partout".
Folli siamo un po' tutti questa sera.
 l'inaugurazione del Circolo: il nostro Circolo che ha settanta soci e millecinquecento lire di capitale! Abbiamo ognuno le nostre mansioni: Dorini presta la sua automobile per accogliere il conferenziere che arriva questa sera, Pizzagalli fa la prolusione alla conferenza. Teresa ed io avremo l'alto onore di ricevere le dame e damigelle invitate, Frank distribuisce i biglietti. Occhibelli ha rifiutato di aprire e chiudere la porta e si presta solamente per l'applauso finale; Varni non verr perch abita troppo lontano. I giornali hanno parlato dei nostri giovanili entusiasmi in modo lusinghiero e le famiglie per bene ci hanno promesso il loro intervento: padri, madri e figlie da marito. Presto presto mi preparo per la serata. imminente.
Quante belle figliole in questo momento stanno incipriandosi per far colpo sui nostri bei compagni? Quanti piccoli cuori battono forte pensando a quello scalone di marmo brulicante di visi e di sorrisi maschili? Quanti piccoli "flirts" avranno qui il loro inizio od il loro epilogo?
Facciamoci belle anche noi; non si dica mai che le signorine del Liceo fanno disonore ai loro compagni.
"Teresina, fammi vedere... questo fiocco cos rosso...; metti quell'altro... quello azzurro che ti sta tanto bene... E le unghie, Teresina?
"Ma mi fai male - Sta ferma... Uff... che noia! Non sto bene abbastanza cos?
"Ma non ci pensi che stasera dobbiamo far colpo, Teresina? Ne va del nostro onore, del nostro onore, capisci?... Pensa che verranno le Primaveri, la bella e la brutta, le sorelle di Massalli, la sorella di Dorini...", strascico la voce un poco per godermi l'effetto delle ultime parole.
Vedo la mia piccola compagna turbarsi e batter rapidamente le ciglia sugli occhi chiari, la vedo lottare un istante contro l'improvvisa commozione.
"Chi te l'ha detto che viene?".
"Chi?".
"La sorella di Dorini"?
"Lui... Dorini. Ha detto che mi... che ci presenter".
Povera piccola mia! Mi par di sentire contro il mio il battito di quel piccolo cuore. Non ho bisogno, no, di raccomandarle ora le unghie ed il fiocco azzurro! Presto, presto ella si affanna maldestra e irrequieta ad incipriare il viso pallido, a colorire le labbra con un morso dei denti lucenti, o gonfiare le onde dei bei capelli con violenti colpi di spazzola.
"E tu, Milla, sei pronta?".
"Prontissima. Ho anche il profumo che dispiace a Varni".
"E la cuffietta che piace ad Occhibelli".
"Se gli piace non l'avr detto a te".
"A te allora?".
"Teresa, Teresa... mi vuoi confessare? questa sera?".
"Vorrei solo che tu mi dicessi la verit".
"Quando mi avrai detto la tua...".
Ah! la vedo rabbuiarsi ed ogni sua gioia ed eccitazione scomparire. Perch? perch  nuova all'amore, perch le  penoso confessare la speranza e la disperazione che si avvicendano in lei come il sole e l'ombra.
La prendo per le mani e la tiro sotto la luce della lampada. Sono i suoi occhi ed il suo viso soliti. Non  pi una bimba -  una donna... Sa gi mentire il suo amore.
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  
Siamo in ritardo e ci affrettiamo. Ecco il cancello del Liceo, ed il viale illuminato da bianche lampade ad arco, ecco l'atrio brulicante di grandi e piccoli studenti, ecco gli invitati ed i curiosi a frotte.
I nostri compagni ci accolgono con un respiro di sollievo, con acclamazioni e con rimproveri...
"Cos tardi?".
"Le donne... al solito...".
"E la cipria!".
"E il profumo! - annusa Zambellini girandomi attorno come un'ape (paragone mio) intorno ad un fiore (paragone suo).
Il fiore  di cattivo umore e l'ape se ne accorge.
"Che c'? Nervi? Il cuoricino? Ah! ho capito... Ma viene, ma verr, non abbia paura -  andato incontro a Paolo Acri, assieme a Dorini e a Pizzagalli - via, via, quegli occhi scuri! Piuttosto, mi raccomando a lei, io sar in seconda fila... mi riserbi una bella vicina".
"Chi? La bella Primaveri?".
"Oh no, troppo bella. Ci vorrebbe un Occhibelli per lei, se Milla per lo permette...".
Arrossisco un poco:
"Lo sa che non ho il diritto di permettere nulla io...".
"Oggi... ma domani?".
Sorrido al mio buon compagno che ha saputo trovare la parola capace di rasserenarmi.
Posso accogliere le bellezze cittadine con un viso meno scuro e con la miglior grazia possibile.
Ecco "mademoiselle" Cuisenier, piccola, elegantissima, impettita "quella che ha mangiato un manico da scopa", dice Dorini, e che dirige l'Istituto Femminile pi elegante della citt, nido di belle figliole e di "flirts" innocenti. La segue lo stuolo delle sue ochette bionde o brune; qualcuna assai carina, le italiane e le francesi soprattutto; chiude il corteo una maestra tedesca, tondeggiante e dignitosa.
Ecco le due Primaveri, impellicciate ed eleganti: l'una brutta, dal viso camuso ed intelligente, dagli strani occhi drammatici; l'altra pi carina, sapientemente civetta, con un piccolo sorriso lievemente sarcastico di diva cinematografica.  vero che le piace Occhibelli?
Ecco le mie quattro Ondani, sorridenti accanto alla mamma sorridente, cordiali ed intelligenti; ecco la zia di Occhibelli, bruna, piccola, elegante ed un po' provinciale.  molto gentile anche con me: a me non fa n caldo n freddo.
Ecco la madre e la sorella di Dorini, alte come lui, come lui pallide ed aristocratiche, un po' compassate nella loro fredda cortesia.
Ecco un intero convitto di maschi, mal lavati, mal pettinati, colle mani rosse di geloni e il riso ebete dei collegiali. E via via ci sfila dinanzi il fior fiore della cittadinanza.
Il corrispondente di un giornalucolo cittadino me ne chiede man mano i nomi. Gli regalo anche qualche informazione supplementare: "quella bella signorina in lutto? Signorina Belloni - porta il lutto da dieci anni dacch le hanno detto che sta bene alla sua carnagione di bionda. Marioni, il "dandy" - Buona sera Marioni! - Un giro di "one step"?... Eh s, sarebbe meglio, ma verr, verr anche quello!
E poi la signora Cuzzi, questa che sale ora con quella signorina bionda. Ci metta un aggettivo molto... qualificativo, mi raccomando a lei!".
"Buona sera, signora Cuzzi. Venga, venga con me...".
Mi libero dal giornalista ed accompagno la bella signora che mi stringe la mano con aria protettrice, e mi presenta a diverse altre pavonesse piumate, accompagnate dalle inevitabili oche. "La nostra studentessa... La signora X..." - inchino mio, curiosit diffidente e sorriso glaciale da parte loro.
Faccio sedere la mamma di Cuzzi accanto a Zambellini, che mi fulmina con un'occhiata e sto per slanciarmi al rimorchio della madre di Caponovo, che si smarrisce tutta rossa in un intrico di seggiole e di gambe, quando il rombo di un automobile nel viale ci mette i nervi in sussulto.
" qui!... Sono qui!... Vai tu incontro?... Dov' Franck?... Signorina Milla!... Vada gi, vada lei!...
Mi precipito per lo scalone col cuore in gola, scappellotto due o tre marmocchi che non mi vogliono lasciar passare e arrivo a tempo perch Pizzagalli possa presentarmi a Paolo Acri, mentre scende dall'automobile.
Non vedo nella semiluce che un corpo grosso e tozzo, e un sorriso un po' batraceo della bocca buona e di due grossi occhi rotondi.
La nostra entrata nell'Aula Magna  semplicemente imponente. Paolo Acri in mezzo, Pizzagalli da una parte ed io dall'altra ci dividiamo gli applausi ed i sorrisi. Mi vien da ridere e non so pi dove guardare: se incontro gli occhi di uno dei miei compagni  finita. Faccio un viso scuro, scuro e tiro un respiro di sollievo alla prima seggiola che trovo.
Credo di aver fatto tutto il mio dovere e vorrei andarmene. Mi stanca la voce di Pizzagalli, monotona come quando recita un canto di Dante, mi d sui nervi la lunga parlata di Paolo Acri. Egli ci parla di noi, come se non sapessimo abbastanza quello che siamo; ci racconta di quando era giovane, come se questo potesse interessarci molto e ci raccomanda lo studio dei civici doveri. E l'abbiamo fatto venire da Roma per questo! Viaggio pagato, e albergo, e automobile alla stazione! Ha ragione Marioni, era meglio un giro di "one-step". Che bella sala da ballo diventerebbe questa Aula Magna! Si potrebbe fare una gran quadriglia di professori con le loro consorti: Cesi e la sua signora, Colorno con la sposa, Montucco con quella bella bambina che  sua moglie, Cencino e la sua serva, Zorzi con chi?... Chi amer Zorzi?... E poi un "galop", un "galop" finale, col vecchio Direttore in testa...
Dicono sia stata una bellissima conferenza e tutti si felicitano con noi per il buon gusto che abbiamo dimostrato nell'invitare un oratore come Paolo Acri. Confesso di non ricordare neanche una parola e nel mio stesso caso sono Dorini e Occhibelli che hanno assistito alla conferenza... dall'automobile, dove hanno schiacciato un lieve sonnellino di due ore.
E mentre noi tutti sbadigliamo - effetto dei doveri civici - essi, freschi e riposati, fanno gli ultimi onori di casa all'ospite illustre.
A parte la conferenza, Paolo Acri deve essere un gran buon diavolo. Ama i giovani, dice di comprenderli - al giorno d'oggi chi  quel professore di Liceo, che non nutre, a sentirlo, profonda comprensione delle anime giovanili? - dice anche di ammirarci per la nostra attivit, per l'iniziativa geniale che abbiamo avuto, per lo slancio giovanile, ecc... ecc..., ci promette di parlare di noi a tutti i giornali del mondo dei quali  collaboratore, e finalmente, dopo un ultimo applauso ed un'ultima bicchierata, si decide a chiedere a Dorini di accompagnarlo all'albergo.
Dorini si prodiga e in automobile, ne sono sicura, si professer ammirato e commosso delle splendide parole (impostore!).

10.
Occhibelli  rimasto con noi. Per tutta la sera non l'abbiamo visto, ma ora si riprende del tempo perduto, chiedendo il permesso a me e Teresa di accompagnarci. L'offerta ci lusinga molto e partiamo nella sera caliginosa che ci promette una nuova nevicata, strette tutte e due al suo braccio, poich il viale  buio e, dice lui, ci son molte buche per terra.
L'agile passo ci porta con un ritmo pieno di vento; ridiamo allegramente e la corta pipa di Occhibelli ci manda in viso il suo acre e dolciastro sapore di rosa oppiata. Metto un piede in fallo e sto per precipitare in una delle famose buche; ma il braccio di Occhibelli stringe forte il mio e la stretta non si allenta pi.
A met strada Teresa ed io chiediam grazia, ridenti e ansanti; una provvidenziale panchina ci ospita per qualche minuto.
Non giuro di non aver fumato anche una sigaretta... ma il viale  cos solitario, l'ombra cos complice e Teresa cos compiacente!
Come delizioso e carezzevole l'aroma oppiato anch'esso, e i begli occhi di bimbo che mi fissano nella rapida luce di un cerino acceso!
" tardi, andiamo, ragazzi", ammonisce la mia compagna, e a malincuore ci alziamo riprendendo il cammino. Ma non voliamo pi ridenti. Una malinconia sottile, sciocca, fascia l'anima come se il prossimo distacco dovesse prolungarsi chiss quanto. Teresa mi sembra impacciata, Occhibelli nervoso. Mi sento stomaco, cuore, anima, serrati in una morsa, in un'ansia che mi fa tremare un poco d'eccitazione e di freddo.
Occhibelli se ne avvede e aumenta con le sue parole l'assurda ansiet che mi tiene. "Ha freddo fenomenino? Vuole il mio cappotto?". Prima che io abbia il tempo di rifiutarmi eccomi fasciata nelle morbide pieghe, pervasa del suo profumo, avvolta nel suo calore. Teresa ride guardandomi, ma Occhibelli dichiara che sono carina "come sempre". Mi accorgo che  felice di sapermi ben protetta dal freddo mentre egli trema nel leggero abito da sera.
Abbiamo oltrepassato il ponte, il cantiere navale, gi ci arriva dal giardino dell'Htel Castagnola un profumo di "calicanthus" insieme all'acre odore di una conceria vicina. Nella notte avanzata ogni casa dorme; non ci sono che le nostre tre ombre or brevi ora allungate che si inseguono e si incrociano.
La mia e quella di Occhibelli sono sempre molto vicine.
Lascio canterellare ai miei due compagni le ultime battute della "Valse brune", per ascoltare solo l'ansia penosa che mi affretta il polso.
Ho paura. Di che? Di dover lasciare Teresa qui a due passi, alla casa che l'ultima lampada ad arco illumina in pieno? Dopo ricomincia la via solitaria e pi oscura a picco del lago, nell'ombra della roccia, ma Occhibelli  con me e non dovrei tremare cos.
Quante volte da sola ho fatto la stessa strada, di sera, con la neve e con la pioggia, fischiando come un monello, colle mani nelle tasche e il naso al vento! Questa sera che cosa temo?
"Milla; dico a te, sai? Buona sera!".
"Ah, scusa, dormivo. Ciao, a domani, Teresa".
La sua figuretta incappucciata scompare nell'androne scuro. Il battente si chiude con un colpo secco. Ed ecco, siamo soli, io e lui. Occhibelli ed io.
Mi sento pi calma, Ma  una calma fredda, paurosa, rassegnata, la stessa, credo, che deve succedere nelle grandi sventure al primo urto ed al primo urlo. Il nostro passo uguale scande nel silenzio un ritmo che  un poco simile a quello dei nostri cuori. Li sento battere a colpi cadenzati e profondi contro la gola, chiusa da un'angoscia che  insieme delizia e paura.
E mentre l'ultima lampada si allontana, vedo le nostre ombre via via allungate e impallidite, avvicinarsi, avvicinarsi. Siamo accanto, l'uno contro l'altra, La sua spalla mi sfiora, la sua mano mi cerca. E rallentiamo il passo. Cammino piano, nel tepore delle pieghe che mi avvolgono, col viso impallidito, nascosto dalle ali della mia cuffietta. Cammino in sogno - perch sono stanca - e sono ubriaca di sonno e di felicit.
So che dopo quest'ansa la strada finisce; che comincia il muro della Fiorita, che "Madame" mi aspetta ancora alzata. Non importa, non importa. Lasciatemi sognare cos. E tu, cattivo fanciullo che mi porti con tanta dolcezza, tu che mi sei amico, fratello, bambino, che sei il mio amore, taci, non svegliarmi ancora. So che la tua voce grave mi far male, fra poco, avvertendomi; "Siamo giunti, Milla". So che il tuo "Buona sera" sar quello di sempre, di tutte le sere, oggi e domani, finch ci lasceremo. Taci, lasciami sognare cos.
Ecco, il sogno  spezzato. Mi fermo di colpo ed il freddo del piccolo cancello seminascosto dall'edera mi sveglia del tutto. Vedo dinanzi a me un uomo nuovo; non  Occhibelli di Liceo, questo, la sua bocca ridente, i suoi occhi freddi.  un volto terribilmente bello per l'estrema sofferenza che lo affina, per la felicit insostenibile che gli riempie gli occhi di bruciante tenerezza.
Lo fisso battendo le ciglia, come si fissa il sole, e vedo, vedo la mia mano che si alza fino alla sua bocca, bianca nella penombra del giardino che ci copre - la vedo pesare sulle sue labbra a suggellare le parole che esse disegnano prima che la voce le pronunci. Ma la mano  presa, imprigionata, serrata dalle sue dita nervose: e allora, per non sentire dalla sua voce quello che i suoi occhi mi hanno gi detto, per non morire nell'attesa, attiro verso di me col braccio libero quegli occhi, quella bocca tremante, quel viso di bimbo assetato: Non farmi male, non farmi male..
Notte di gennaio, gelida, senza stelle e senza vento, occhi sbarrati, mani serrate sul cuore che fa troppo male, febbre d'amore che mi ardi e mi consumi per la prima volta, e desiderio di pianto e di riso.  ancora il mio cuore di bimba, che batte sotto le mie palme riarse, ma un battito pi lieve, pi lontano, come una eco silenziosa, mi avverte che la donna sta formandosi in me.
Mio amore, mio fanciullo lontano, bimbo che a quest'ora la stessa febbre consuma, e che per unica parola d'amore hai saputo chiamarmi "Mammina", era dunque il tuo viso, erano i tuoi occhi, la tua anima assetata di tenerezza che attendevo da anni, attraverso le folle e le civetterie infantili?
-  la mia alba d'amore, questa, fanciullo. Saluto queste montagne, questo cielo, questo lago che sorride, nell'alba incerta e radiosa, come noi sorridiamo all'amore. Abbiamo finora camminato disgiunti, ma un'unica siepe separava i nostri passi ed io udivo il tuo ritmo rispondere al mio. Oggi non pi. Intreccia la tua mano alla mia, ch'io possa guidarti, sorreggerti se sei stanco, ch'io possa appoggiare il mio capo alla tua spalla, nelle brevissime soste.
Io so quello che tu chiedi:  il dono di tutta la mia tenerezza,  un'anima e un cuore pi profondo dell'amore stesso;  la mia carezza materna che ti conforti; la mia forza che ti sostenga; il mio sorriso nelle tue ore tristi; il mio consiglio nelle indecisioni che spesso ti piegano fanciullescamente verso il male.
So che hai fede in me; una fede cieca, assoluta, incrollabile: quella che tua madre non ha saputo o non ha voluto meritare da te. Accetto dalle tue mani il dono di una tenerezza che chiede in contraccambio pi assai di ci che essa dona: accetto di essere quella che tu chiami "la tua mammina".
Ma quando ce ne andremo di qui, ricchi del nostro amore, pronti ed armati per la "nostra vita", Mammina non ti seguir. Troverai nel mio viso nuovo, nelle mani che cercheranno le tue, nella debolezza che la tua forza dovr allora proteggere, quella che oggi nasconde il suo radioso sorriso e il suo silenzioso amore: la tua Donna.
***
Giorni di sogno in un paese di sogno. La neve ricopre tutte le sere i nostri passi sulla strada di Montagnola: di giorno siamo due gai camerati, due estranei nelle ore di studio. Amore senz'ombre e senza paure, come il candore immacolato che ci  compagno nel saluto di ogni sera.
Il gelo complice ci aiuta, poich ci permette di prolungare le ore di studio con altre lunghe ore sul ghiaccio.
Ogni gioved e ogni domenica il lago di Muzzano  popolato di liceisti; sciarpe multicolori, golfs variopinti, berretti bianchi, lucenti pattini e lunghe corse incontro al vento.
Qui non ci sorvegliano gli sguardi misurati e severi dei professori, n ci tormenta la preoccupazione degli studi, qui nessuno ci ricorda orario e disciplina. Liberi, liberi di alzare le nostre voci squillanti, di ridere, di giocare come bimbi, di rincorrerci e di gareggiare fra di noi in quello che abbiamo di pi agile, di pi pronto, di pi nostro, il nostro corpo.
I meravigliosi "balancs" di Giorgio Varni, che  nato sulla riva di questo gelido specchio e quattro volte, raccontano, si  salvato a forza di braccia e di nervi dalle cupe acque che dormono sotto il terso cristallo di ghiaccio, sono il vanto della nostra classe, come sono una gloria le "parate" di Occhibelli, portiere nel "Lyceum Club".
Come al solito, pur offrendosi in spettacolo alla folla di curiosi e di compagni, Giorgio Varni non degna n Teresa n me della sua preziosa attenzione. Eppure deve essere delizioso un volo sul ghiaccio affidata a quelle mani che afferrano come artigli, portata via da quella forza vertiginosa che ci passa accanto velocissima con un fischio ed un battito come di ali. Solitario ed indifferente come sempre, negli istanti di riposo egli ci guarda coi suoi occhi pieni di calmo sarcasmo; qualche volta quello sguardo fermo ci turba, facendoci perdere agilit ed equilibrio.
Dorini e Zambellini, invece, si sacrificano volentieri a pilotarci, e siamo due allieve discrete a giudicare dalla frequenza delle lezioni. Occhibelli mi fa impaurire e ridere perch minaccia, ogni volta che mi vede fuggir via con un compagno, di portarmi al di l del taglio profondissimo che segna il confine fra la zona sicura e quell'altra pi scura e pi pericolosa, in cui il ghiaccio si assottiglia sempre pi verso la riva e scricchiolii improvvisi ci avvertono delle falle che vanno man mano formandosi.
L'unico che non desta la sua gelosia  Varni - nemmeno quando questi ci chiede improvviso, vedendoci accaldate e stanche, se vogliamo riposarci nella sua casa prima di ritornare in citt.
Ci guardiamo stupite e imbarazzate: io non ho ancora trovato una parola, ma Teresa risponde: Volentieri ed a me non rimane che farle eco.
"Allora, vengano con me... Vuole che le levi i pattini?" chiede poi rivolgendosi a me direttamente, e mentre Occhibelli sta per chinarsi a sfibbiarmi le cinghie, le lunghe mani che mi incutono paura, pi pronte, afferrano la mia caviglia e mi liberano dai pattini. Sorrido di sfuggita al broncio del mio bimbo e seguiamo Varni che s'avvia quasi correndo su per la salita ghiacciata.
"Mi sai dire dove si va?" - chiede Teresa sollevandosi da uno scivolone che l'ha mandata lunga distesa contro la siepe di biancospino, carica di bacche deliziosamente insipide:
"Nel paese dei corbezzoli....", e le indico un arbusto che sembra un piccolo albero di Natale adorno di cento palline rosse.
"...e delle nespole", aggiunge Zambellini, che era scomparso non so dove e che ricompare con la maglia cos gonfia di frutti da farlo sembrare florido come una donna.
"Attilio, sei indecente" protesta Dorini, ma egli lo fa tacere lanciandogli una succosa nespola, brunita dal sole di gennaio.
" la terra promessa, questa" gridiamo a Varni che ci precede sempre senza curare i nostri commenti.
Su uno spiazzo aperto, contro un muro che edere e capperi ricoprono quasi completamente, tutta una gloria di agavi, di aranci; e alberi di "kaki" pieni di sole, bizzarri col loro profilo d'Oriente sul paesaggio invernale bianco di ghiaccio e di neve.
"Ma la tua casa, Varni, dov' la tua casa?".
"Non dormirai in quest'agave, spero..." e ridiamo, mentre Dorini si punge all'aculeo legnoso di una grossa foglia.
"La mia casa? Eccola!" Ci apre un cancello cigolante ed entriamo in un cortile che contrasta, cupo ed erboso, colla verde magnificenza del giardino pensile. Massicce colonne di granito sostengono una facciata severa, su cui una glicine tutta spoglia aggroviglia i suoi rami nodosi; una vecchia porta si apre, ed entriamo in una cucina vastissima e calda. Ci aduniamo intorno al camino ove grossi ceppi ardono: un trottolino biondo sbuca di sotto alle mie gonne, mentre il gatto grigio "fa il pane" graffiando dolcemente la manica del mio "golf" color fragola.
" la sua sorellina, Varni?" chiedo al nostro compagno che asciuga alla fiamma i suoi scarponi da ghiaccio usati dalle marcie.
"No,  una mia nipotina, figlia di una sorella"; e mentre accarezza la testina della bimba vediamo nei suoi occhi un'espressione di bont.
"Tutto l'anno stai qui, Varni?" chiede Occhibelli che nel suo abito sportivo troppo accurato, col bel viso liscio illuminato dalla fiamma, stona un poco sullo sfondo severo del sedile di quercia. "Non ti annoi mai?"; c' nella sua voce tutta la meraviglia della nostra giovinezza insaziata di desideri.
Varni gli risponde ridendo: "...Non ho tempo d'annoiarmi. La mia vita  nuova tutti i giorni. Non credi? Guarda, ieri ho perso quattro ore, dopo scuola, a seguir la traccia di uno scoiattolo che non sono riuscito a pigliare. Domani andr sul San Salvatore a coglier le rose di Natale che sono gi fiorite. Dopodomani non so. Quando mi annoio come dici tu, prendo i pattini e vado gi al mio lago...".
"E di sera non vieni mai a teatro? Non ti ho mai visto".
"Sfido! Vo' in loggione..., ma io ho visto te, tutti voi. Mi avete fatto piet. Ho visto una sera le signorine...".
"Quando? quando?" gli chiediamo incuriosite.
"Ma s, una sera, non ricordo pi quale..., la signorina Milla aveva un vestito rosso (to'! ma ci vede bene anche dal loggione, coi suoi occhiali di miope!)... So che se io dovessi stare in palco per tre ore come fate voialtri, senza neanche poter sbadigliare se la commedia mi annoia, mi parrebbe di essere un prigioniero. Non ci potrei stare, ecco. ... Del resto avete ragione.  il vostro posto" e c' nel suo occhio che sfiora in questo momento Occhibelli, un cos velato disprezzo, un'ironia sottile che mi turba e mi offende per il mio piccolo.
"E il suo posto  questo", dico con voce gentile, ma ferma, perch Varni si accorga che ho parato la botta.
"Non so immaginarla fuori di qui ora che ho visto l'ambiente in cui vive. Non vedete che questo suo viso abbronzato e quelle manaccie l (ridono, Varni per il primo) urterebbero come una stonatura in un salotto moderno?".
"O in quello "Louis XV" di mia zia" osserva Occhibelli.
"Famosa per il cattivo gusto" sussurra maligno Dorini.
"Qui invece sono in armonia con questo camino, con quell'armadio di noce, con questi sedili cos deliziosamente duri..., col gatto .. Sicuro, anche col gatto... guardatelo...".
E sollevo il muso roseo, ove due occhi intensamente verdi brillano nel grigio scuro del pelo morbidissimo.
"Somigliano negli occhi... e negli artigli".
Non so se Varni mi abbia udito. Il suo profilo pietrigno si stacca sullo sfondo ardente e mobile di luci e di ombre, come su di un damasco antico. Le palpebre pesanti velano uno sguardo calmo, profondo, felino. C' in quell'immobilit fredda, in quella insensibilit certamente voluta, qualche cosa che esaspera il mio femmineo capriccio. Con una mossa pi pronta del mio pensiero, gli lancio la povera bestiola che nel mio grembo sgranava le sue fusa come un rosario di tenerezza. Egli  pi pronto di me. Avrei giurato che i suoi occhi non mi guardassero, eppure un solo gesto, quasi impercettibile, gli  bastato per afferrare le morbide zampette che gli hanno appena sfiorato il viso.
Teresa protesta per la mia crudelt, ed io taccio sotto l'insistenza cupida e gelosa degli occhi del mio bimbo che mi guardano. Da qualche minuto lo vedo manovrare fra Dorini e Teresa per avvicinarsi a me. Forse le mie osservazioni su Varni gli hanno fatto credere che io mi interessi a lui; forse l'intimit di questa stanza ove tante generazioni devono essere passate e devono avere amato, gli fa desiderare la parola di tenerezza che tutto il giorno gli ho negata.
Il nostro amore non conosce soste fra le quattro mura di una stanza, ed  la prima volta che ci troviamo accanto in un luogo chiuso che non sia la scuola. Fino ad oggi solamente le montagne, il lago ed i piccoli sentieri gelati sotto la neve e le siepi e il giardino della Fiorita hanno protetto il nostro giovane amore e gli hanno dato un profumo di poesia, una purezza sana che quattro pareti troppo chiuse e troppo intime non danno generalmente.
Solamente oggi egli mi vede come a scuola non posso mostrarmi: coi capelli scomposti, il viso acceso dalla fiamma ed il "golf" un poco allentato sul collo scoperto. Ma so che appena all'aperto, la stretta leale e calma della mia mano, il sorriso materno della mia bocca, gli ridaranno quella Milla ch'egli ha sempre conosciuta, quella che non lo turba e ch'egli ama con la sua anima pi buona.
 tardi. Ci alziamo a malincuore. Ci avvolgiamo nelle sciarpe e nei mantelli - poich fuori a quest'ora gela - e sbucciamo coi denti le ultime ballotte che Varni ci ha offerto. Un vino aspro, sincero e sano come il nostro ospite ci ha riscaldato assai pi del fuoco. Teresa, fiancheggiata da Dorini e da Zambellini apre la porta massiccia, e una folata di vento freddo penetra fino a me che indugio davanti al fuoco, dividendo le mie ultime carezze fra la bimba bionda ed il gatto grigio.
Varni e Occhibelli mi guardano aspettandomi. Mi alzo di furia, un poco confusa, sotto quegli occhi cos diversi di colore, di taglio, d'espressione e pur cos simili in questo momento.  una cosa ridicola,  una cosa assurda, eppure posso giurare che per un attimo quello sguardo mi  sembrato unico, quasi l'emanazione di una sola persona...
Un attimo, poich mentre tendo la mano a Varni, i suoi occhi dietro le lenti sono freddi come sempre:
"Grazie, Varni, a domani."
"Grazie a voi".
Egli non lascia la mia mano. Mi fissa un attimo in silenzio, aggrottato, mentr'io non so se liberarmi violentemente da quella stretta, o se ridere.
"Vieni qua, tu". Giorgio Varni, senza lasciare la mia mano, afferra il mio amico per le spalle. Il suo viso duro, l'espressione intensa dei grandi e gravi occhi danno un battito di emozione alle mie vene.
"Vi volete bene?" chiede lentamente, mentre noi alziamo verso di lui il nostro viso stupito.
"Se vi volete bene" - c' nella sua voce una intonazione triste e buona che mi fa serrare la gola in un desiderio di pianto - "abbiate cura del vostro amore. Questa  una bimba capricciosa", prosegue, serrando pi forte la mia mano "ma tu che sei uomo, tu che sei forte, devi aver cura di lei... non lasciartela portar via...
Ed ora andate..." E prima che abbiamo tempo di riaverci dalla sorpresa egli ci congeda bruscamente.

11.
Le prime violette me le ha portate Dorini insieme alla dafne del San Salvatore, che odora di "olea fragrans" e non si trova che lass, nei punti pi aspri del monte che veglia sulla citt, al tramonto del sole.
Le ho accolte con gioia, col mio sorriso dei giorni buoni, con un sospiro di nostalgia. I professori chiudono la primavera fuori delle nostre finestre. Le classi sono ancora riscaldate e per aprire un vetro dobbiamo attendere che l'ostinazione freddolosa di Cesi o di Montucco ce lo permetta.
I cristalli riscaldati dal sole, i mazzolini di fiori nei calamai, i nostri abiti pi leggeri non dicono loro nulla, i loro sguardi nemmeno si distraggono al di l delle vetrate, fra gli alti alberi di Villa Ciani, che circonda il nostro Liceo di una cintura folta e verde e che, malgrado sia ora aperta al pubblico, conserva tutta la grazia maestosa di un antico parco signorile.
Nemmeno riescono a deturparla le panchine moderne, rifugio di "nurses" e di pensionati. La sera, poco prima della chiusura, rare coppie straniere in viaggio di nozze si allacciano romanticamente, mentre noi studenti giochiamo a rimpiattino pel grande viale ove i platani tuffano i rami fino all'acqua color di malachite.
Ma se i professori non vedono, i nostri occhi si perdono nell'azzurro pi intenso di questo cielo primaverile. La neve disciolta forma mille e mille rigagnoli che irrigano il dorso delle montagne come vene lucenti, un buon odore di foglie macerate, di terriccio smosso sale dalla terra che la neve, liquefacendosi, scopre a poco a poco. Grandi chiazze candide qua e l, indugiano ancora sui prati tutti verdi ed umidi, simili alle pelliccie che le eleganti si compiacciono di portare nei giorni gi caldi di primavera, in contrasto civettuolo e ricercato col cappello fiorito.
I cattivi punti di condotta intanto testimoniano della nostra irrequietezza e della vivacit che a stento riusciamo a frenare. Avremmo bisogno di far lezione non in queste aule dove la nostra giovinezza soffoca, ma all'aperto, coi libri sulle ginocchia, le mani sporche di terra e negli occhi lo spettacolo unico del lago e delle montagne.
Invece ogni lezione  una prigionia dei sensi, dello spirito, dell'anima; ogni professore  un aguzzino che si diverte a mortificare la nostra giovinezza pronta allo scatto, vibrante di vitalit, entro quattro mura nemiche.
Il solo che ci abbia capito  stato Cencino: la sua lezione di Storia Naturale era ormai diventata un paradiso tale per noi ed un tal purgatorio per lui, ch'egli ci ha proposto come unica soluzione di farci delle lezioni pratiche all'aperto, nei pomeriggi che dovremmo passare nella sua aula.
Abbiamo accolto la sua proposta con grida di giubilo. La prima volta egli ci ha guidati sul monte Br, che sovrasta Castagnola, su per una strada impossibile - non ancor finita - tutta buche e sassi.
Cammina come parla, velocissimo, a scatti, senza una pausa d'arresto od una esitazione nel passo. Siam tornati a sera, graffiati dai rovi, con le mani piene di fiori, di cui gi non ricordavamo pi n il nome n la famiglia.
Oggi la nostra lezione oggettiva ha una mta pi lontana e pi interessante: Caprino, piccola gola fra due promontori, con un pontile, un'osteria e un minuscolo vivaio di piscicoltura. Abbiamo preso d'assalto uno di quei vaporetti neri che solcano il lago come moscerini, con un fischio sottile e prolungato - ora costeggiamo l'altra sponda, folta di cespugli, senza una villa o un paesello ridente.
Una parte di noi s'interessa sinceramente alle spiegazioni che Cencino rapidamente accenna: qualcuno ha avuto anzi la buona idea di portar libri e quaderni; ma Nicchio, Zambellini, Carini, io so perch i vostri occhi ridono cos allegramente e le vostre voci canterellano a mezzo tono i motivi delle danze in voga: a Caprino, nella piccola osteria rustica, vi  una sala da ballo frequentata ogni domenica dai migliori ballerini della citt. Infatti, mentre Cencino si avvia saltellando verso quel vivaio di pesci che  la sua gloria, Zambellini mi trattiene proponendomi un "one-step". Protesto, gli parlo di dovere, gli do' dei saggi consigli, ma sono un predicatore poco convinto perch poco dopo le note staccate e ansimanti di un piano meccanico ci scandiscono il pi delizioso "one step" ch'io abbia mai ballato.
Zambellini  allievo mio: un anno fa sembrava un orso e non posso ricordare senza ridere la sua mano largamente aperta sul dorso della ballerina, e l'espressione terrorizzata dei suoi occhi fissi al pavimento. Oggi balla discretamente, agile ed elastico se non elegantissimo. Ma un fischio ci avverte che Cencino ha notato la nostra assenza. Ci stacchiamo di colpo ed un secondo dopo eccoci noi pure appoggiati alle vasche brulicanti di pesci, in attitudine di compunta attenzione.
"Ma loro erano qui?... Hanno assistito alle mie spiegazioni?...".
"Sissignore...".
"S professore; non si ricorda? le ho chiesto poco fa di che famiglia sono quei pesci laggi... trote, salmoni; non mi ricordo pi...", brontola Zambellini, mentre Cencino risponde un "Ah, gi!" che  mille miglia lontano da noi, e riprende imperturbabile la sua lezione.
Offriamo a Cencino una bicchierata ch'egli vorrebbe rifiutare, ma il sorriso moltiplicato in mille rughe, ha gi accettato prima di lui. Buon vino di Caprino, conservato nelle cantine secolari scavate nella roccia, a livello dell'acqua profonda. Rosso tramonto laggi, sulla citt lontana, infuocata e luccicante di vetrate, acque solcate da ombre di porpora e di bistro.  il nostro ritorno solito alle solite cose: ma quanta pi poesia portiamo nell'anima: quanta pi forza pel nostro lavoro serale, per lo studio che domani ci attende.
 la nostra giovinezza avida di luce che dilata i polmoni al buon vento che ci viene incontro dal lago: la lunga scia del vaporetto si porta lontano molte nostre debolezze e molta malinconia.
Qualcuno accenna una canzone: un altro gli fa eco; e a poco a poco il canto si leva, accompagnato dal rullo del motore.
Sono voci giovani e intonate, che cantano nel tramonto le canzoni dei nostri paesi: canzoni che sanno di montagna; di pascoli lontani - con lunghi appelli come di solitari pastori.
Quando giungiamo in vista della citt, incominciano ad accendersi i primi lumi. Il San Salvatore, cupo nel crepuscolo, si disegna nettamente sul fondo perlaceo e i monti all'intorno sembrano imbevuti di viola.
Unica, piccola e splendente, Venere palpita nel cielo immenso.
***
Nella stazione piena di voci rauche e di volti ignoti, il noto viso mi f sussultare di gioia e di emozione. Eccolo fermo sulla banchina, con le mani in tasca, le gambe aperte e il berretto fin sugli occhi: fuma rabbiosamente e sembra attendere qualcuno.
Non mi chiedo perch egli sia qui: con un balzo gli sono vicina; lo afferro per un braccio, egli si volta di colpo - i nostri occhi, i nostri sorrisi, forse, nel desiderio, le nostre bocche si incontrano.
"Ah, sei qui? Ti aspettavo!".
Cos, null'altro. Ed eccolo accanto a me nello stesso scompartimento, sullo stesso sedile, come in classe, ma come pi raggiante il nostro sorriso, pi viva e sincera la nostra voce.
"Ma come mai? Cosa facevi? Non eri a casa tua?".
"Mi hai scritto che partivi, che saresti passata oggi, ho anticipato la mia partenza di un giorno per fare il viaggio con te. Ti spiace?".
"No, no".
Torno dalle vacanze di Pasqua, e tutto mi sarei immaginato fuorch avere a compagno di viaggio il mio fanciullo, ch'io credevo a quest'ora nella sua casa o per le vie rumorose ed affollate della sua citt.
"Ed io che ho cercato le finestre della tua casa, passando col treno! Ero triste e gelosa...".
"Di che?".
"Di tutto. Di quello che i tuoi occhi vedono, delle parole che la tua bocca pronuncia e che io non odo, di tua madre e delle tue sorelle".
"Oh mia madre..." il suo sorriso un po' crudele, la tristezza della sua voce mi danno come sempre, una pena profonda.
"Avevano molto da fare, sai, come sempre. C' stato un "garden-party" a Villa Reale, si son divertite molto".
"E tu?".
"Io pensavo a te... Mammina, sei la mia mammina fenomeno, tu!".
"E tu un ragazzaccio! Che cosa hanno detto della tua partenza? Si sono meravigliati?".
"Chi? I miei?" - egli ride breve e sarcastico. "Ti pare proprio che la mia partenza possa addolorarli molto? Ho detto: "parto", mi hanno risposto "buon viaggio". Mia madre sola mi ha chiesto se mi attendeva una innamorata: le ho risposto: "Pu anche darsi". E poi tu sai come sono. Non posso soffrire che mi chiedano cose alle quali non so rispondere che con una verit che forse fa male. Tu sai che non posso mentire. Prima che ti conoscessi, quando la sera mi trattenevo fuori o rientravo a notte, mia madre al mattino dopo mi chiedeva perentoriamente dove ero stato e cosa avevo fatto. Eran scene tutte le volte. Ma non avevo ragione di non rispondere? Se le avessi detto dove ero stato, avrebbe sofferto, e d'altra parte mentire per farle piacere era superiore alle mie forze. Cos tacevo e lei piangeva".
"Come per il componimento..." mormoro io, ripensando alla mia umiliazione e al mio dolore di pochi mesi or sono.
"Quale componimento?".
"Quello che io ti feci la prima volta e che hai distrutto perch non diceva quello che pensavi tu".
"Distrutto? Credi, credi davvero? Guarda..." apre il suo portafogli e da una tasca interna escono i tesori nascosti. "Una fotografia di Milla allo "skating", fatta mentre parlavi a quell'imbecille di Marioni, che ti fa la corte...".
"Non  vero... ma come mai non me ne sono accorta?".
"Segreto mio. Altra fotografia di Milla che recita un'ode di Orazio, presa a lezione di latino col mio solito metodo".
"Oh, che brutta... guarda, guarda, sembra proprio che dica: Finiamola, perch tanto non la so".
"Altra fotografia del fenomenino (questa non  mia,  di Varni) mentre torna dal Liceo, mangiando una mela. Ammira l'eleganza del passo...".
Ridiamo come due bimbi o due... innamorati, mentre i nostri compagni di viaggio ci osservano, incuriositi, senza parere.
"Ah, ecco il componimento. Un po' in cattivo stato, ma sempre bello. Qui c' un bacio" indica segnando una macchiolina quasi impercettibile.
"Ti avevo detto di averlo distrutto, vero?  la prima bugia che ho detto in vita mia. Ed  anche l'ultima. Oh, Millina, ci siamo quasi...".
Alzo il capo dalle fotografie. Il treno costeggia il lago: siamo al ponte di Melide, la diga immensa, che taglia il lago in due, miracolo del lavoro umano. Un po' di malinconia ci prende alla gola.  la scuola che ci attende,  la via solita. Non sapremmo oramai pi immaginare la nostra vita senza il sorriso d'ogni mattino, il commiato d'ogni sera: gli altri, che non hanno un bimbo e una mammina da amare, ci fanno compassione.
Per la prima volta forse sentiamo che il nostro sogno non durer sempre: che la breve separazione dopo il breve viaggio  il preludio ad una separazione pi lunga. Ancora qualche mese di scuola. E dopo? Cosa ci aspetta dopo? Non ci siamo giurati piangendo di non lasciarci mai pi, poich il nostro amore ci ha legato per la vita e per la morte? Non  forse morte una vita senza il sorriso, senza la stretta delle nostre mani giovani e calde? Non ci sono forse nel mondo altre strade lungo le siepi, illuminate dalla luna o battute dal gelo; altri cancelli e giardini colmi di edera, altri treni, che ci portino in un sogno fuggevole? Chi di noi ha mai pronunciato la parola "separazione" e "fine"?
Nel nostro viso impallidito, nelle mani che si stringono disperate  l'ansiet di un sogno forse vicino al risveglio. Ma l'arresto improvviso del treno, il colpo che ci butta l'uno contro l'altro, lo sportello che si apre violentemente, l'aria ancora fredda della sera primaverile, il viso di Teresa che mi sorride e che guarda stupita Occhibelli, il riso di lui alto squillante, giovane e sicuro, mi strappano all'angoscia improvvisa ed irragionevole. Non  forse eterna la primavera di questo cielo tutto nostro?
***
"Ci voleva proprio Varni a portare la rivoluzione".  Botta che protesta con la sua vocetta fessa, sgraziata come il suo corpo. Ma rimane solo a protestare. Siamo agli ordini di Varni. Egli ci ha convinto, ci ha organizzato, ci ha trascinato nella sua folla. Poich certo  una folla. A poche settimane dagli esami, per una questione di programmi, eccoci in uno sciopero che non sappiamo quanto durer e cosa ci porter. Abbiamo avuto lunghe sedute burrascose alla sede del nostro Circolo, e comizi pubblici ai quali hanno assistito molti curiosi e una turba rumorosa di bambini, quasi pi numerosi di noi, tanto che al primo momento in citt si era sparsa la voce che i bimbi delle scuole elementari facevano sciopero. L'equivoco  stato chiarito ed ora il nostro sciopero interessa tutta la cittadinanza come cosa grave perturbante l'ordine pubblico. Varni, Zambellini e Dorini sono gli oratori ufficiali: essi formano la commissione incaricata delle trattative coi professori. Cosa otterremo? I pi dubbiosi dicono una recrudescenza di disciplina e una maggior severit agli esami. I pi ottimisti una vittoria clamorosa con una sconfitta schiacciante dei nostri professori.
Varni ci conduce con intuito cos pronto, con un polso cos fermo, da farsi ammirare dagli stessi professori che pur ci sono nemici dichiarati e convinti. Egli certo lo sa e se ne vale un poco, per caricare la dose della sua noncurante superbia.
Profittiamo intanto delle forzate vacanze per fare lunghe gite in barca e per ripassare le materie degli esami che ci attendono a poco pi di un mese.
Sotto le finestre della "Fiorita", all'ormeggio nella piccola darsena, le imbarcazioni di Dorini, di Massalli, e il guscio di Nicchio e la snella "yole" della Societ dei Canottieri fanno ogni giorno lunghe soste.
Facciamo circolo in giardino ognuno coi nostri quaderni: Teresa, la pi diligente, dirige la piccola scuola indisciplinata ed  la prima ad incominciare e l'ultima a smettere.
Varni non viene mai; la sua diversit di carattere, di abitudini, di gusti, lo tiene lontano dal nostro studio ridente: certo egli sar lass nel suo giardino pensile o fra i salici del piccolo lago, pi solitario e triste nella bella stagione che nell'inverno. Tanto pi mi meraviglia oggi la sua improvvisa comparsa.
Da un pezzo, invece di ascoltare la voce di Teresa, seguivo cogli occhi quell'ombra che passava e ripassava sulla strada, al di l del cancello.
"Ma quello  Varni...", esclamo ad un tratto, e prima che gli altri riescano a chiedermi cosa c', io apro di colpo la cancellata e mi trovo di fronte al mio accigliato compagno.
"Varni!  lei? Perch non entra? Venga, venga ci siamo tutti".
"Grazie, non disturbo?".
L'accoglienza trionfale dovrebbe togliergli ogni dubbio.
"C' una novit, ragazzi".
"Quale? Cosa? Lo sciopero? parla, parla".
"Ho incontrato Cesi. Mi ha detto: Voglio avvertirti che avete vinto, ma occorre da parte vostra molto tatto, molta prudenza, che forse non avete. Sapete che noi professori siamo sempre stati con voi...".
Protestiamo tutti:
"Non  vero! Mente! Capisce di aver perso! Vigliacco...". Ma Varni ci calma col gesto imperioso.
"Lo sappiamo benissimo. Ma qui si tratta di salvare una vittoria che ci  costata non poca fatica. Una nostra mossa falsa rovinerebbe tutto...".
"E allora cosa dobbiamo fare?".
"Non gridate prima di avermi ascoltato fino in fondo. Occorre fingere di non aver vinto..." (un nostro Oh! prolungato, indignato, deluso).
"Ascoltatemi bene. Chi  contro di noi, soprattutto,  il Direttore, sono le persone ben pensanti della citt, sono i vecchi.
Essi hanno in mano molti fili che noi ignoriamo, e hanno protezioni e hanno aiuti. Vinceremo, ma li avremo sempre contro.
Ogni nostra conquista, ogni passo in avanti, sar pesato, valutato, ostacolato, stroncato. Domani le loro voci chiocccie, la loro voce di dubbio, di pessimismo, ubriacata di passato, penetrer nelle nostre famiglie, nelle nostre case. Diranno a nostro padre di chiuderci le ali, a nostra madre di trattenerci con le sue lagrime.
E questo non deve avvenire. Abbiamo dalla nostra parte tutti i diritti e tutta la forza della giovinezza; ma non  il caso ancora di gridarlo troppo alto. Volete aiutarmi a mentire fingendo di non chiedere nulla?".
Siamo ancora dubbiosi - "Che dovremo fare allora?".
"Nulla. Domani il Direttore ci chiamer. Egli si dichiarer anche a nome dei professori, apertamente avverso ad ogni riforma, poich dalla nostra parte  il torto e l'ignoranza. Si dir addolorato del nostro contegno; indignato della nostra azione, del nostro indebolito senso di disciplina. Parler del passato inneggiando a quelle perle di studenti che ci hanno preceduto...".
"Sfido! erano pecore".
"E gli scioperi non usavano".
"S. E noi lo ascolteremo compunti, come veri colpevoli. La conclusione  questa: che egli ci conceder quello che noi chiediamo, per compassione verso di noi, per debolezza, della quale certamente sar il primo a pagare il fio".
Le ultime parole di Varni ci fanno sorridere, perch il loro tono comicamente serio ci ricorda il severo volto di tacchino del vecchio Direttore.
"E noi accetteremo. Ma ci vendicheremo. Perch, parola di Varni, non passa l'anno e il Direttore non  pi al suo posto. Il suo successore, del resto,  gi fissato...".
"Chi te l'ha detto?... Ma davvero?... Chi sar?".
"Cesi. Non capite che i professori si varranno come di un'arma contro il Direttore pel fatto di averci perdonato? Non capite che da oggi il suo posto  perduto, gi destinato ad altro uomo, pi giovane e pi energico di lui?
Muoveranno tutte le pedine; giocheranno tutte le carte per balzare dal suo piedestallo quella vecchia mummia che finora li ha serviti come una marionetta. E vi assicuro che Cesi in un prossimo sciopero non scender a nessun compromesso, lui.
Ma veniamo al sodo. Credete di approvare il nostro contegno di falsa umilt in vista del buon fine? Chi accetta alzi la mano!".
Alziamo tutti il braccio. Tutti, tranne uno, Occhibelli.
"Tu no, Occhibelli? Fai bene, del resto, perch sei coerente alle tue idee. Non bisogna mai mentire, nemmeno per piet, nemmeno per amore..." i suoi occhi mi creano di sfuggita "fai bene, perch non ne hai bisogno".
Occhibelli, noncurante, fa spalluccie: "Anche se ne avessi bisogno non saprei mentire...".
"Macch, ha ragione Varni - dice Zucchini - perch non ne hai bisogno tu! Tua zia ti lascia fare tutto quello che vuoi, ma vorrei vederti con una mamma come la mia... tutte le volte che mi vede con una sigaretta in mano, le prende uno svenimento..."
"E mio padre - brontola Genzano - mi conta al mattino i soldi che ho in tasca... devo raccontargli un sacco di bugie per poter disporre di due soldi...".
"Dovresti fare come me - suggerisce Carini - ho aperto un conto corrente col libraio, ho fatto un po' di corte alla figlia, la signorina Maria, e quella mi segna sulla nota libri e quaderni che non mi sono neanche sognato di comprare...".
"E poi?".
"E poi, a fine mese, quando mia madre salda la nota, i soldi in pi li prendo io!".
"Sei un bel delinquente! - dice Occhibelli - almeno io quando non ho soldi me li faccio prestare...".
"E non li rendi..." interrompe Zambellini.
"Ah, gi, ti devo ancora cinque lire della settimana scorsa... Mi rincresce, ma devi aspettare ancora un po' perch sono al verde...".
"Come me", dice Nicchio.
"Come me", fa eco Carini.
"Come me", termino io.
Le nostre allegre miserie non ci tolgono l'appetito; anzi! Prendiamo d'assalto il vassoio che "Madame" ci porta e ridiamo alle smorfie di Giorgio Varni che dichiara il th "un'orribile porcheria".
"Signorina Milla, non si offenda - dichiara - il suo th sar buonissimo, ma io preferisco una tazza di caff. Molto caff e poco zucchero".
Teresa gli propone invece del caff un bicchiere di vino.
"Meglio ancora!".
"O un sorso d'acquavite".
"Benissimo, sempre meglio l'acquavite di quest'acqua sporca e inzuccherata che mi fa pensare al raffreddore e all'olio di ricino!".
"Ma Varni non si vergogna? Un th cos buono...".
"E servito da mani cos gentili..." protesta Dorini.
"Non hai proprio buon gusto. Non sai apprezzare le cose belle...".
"Avete ragione, sono proprio un orso. Ma se mi dite che non so apprezzare le cose belle, vi sbagliate. Vedo come voi che siamo in un giardino pieno di rose, che  l'ora del tramonto e che l'abito rosso della signorina Milla contro quel cespuglio di margherite sembra...".
"Un fungo sulla neve".
"Come sei poco poetico, Nicchio".
"Una fragola sulla panna montata..." suggerisce Attilio.
"Buona... ma c' di meglio".
"Una bocca rossa su un viso bianco"
"Magnifico! Occhibelli, questa volta il fenomeno sei tu!".
"Milla cara, questo  un madrigale in piena regola...".
Il mio silenzioso mi lancia un sorriso ch'io colgo sulla sua bocca come un bacio.
"Vi ringrazio. Siete molto gentili, ma pi di tutti mi piace quello di Zambellini...".
"Ma se lo sapevamo!".
"Ma se ha un debole per lui...".
"...e per la panna montata!".
"A proposito di panna montata... - propone Dorini - vogliamo festeggiare la lieta fine del nostro sciopero con una corsa da Huguenin? Ci son certe meringhe!... La signorina Milla, pu dirvene qualche cosa... E pensare che sono le ultime...".
"Ma a quest'ora Dorini? Abbiamo appena preso il th!... ci guastiamo l'appetito" azzardo io.
"S, proprio lei! Via, via si metta il cappellino; anche lei, signorina Teresa, anche lei sa?".
Teresa arrossisce sotto lo sguardo dei lunghi occhi egizi. "Su bambine belle, vi aspettiamo".
Di corsa Teresa ed io portiamo in casa cuscini e libri ed io mi preparo in fretta e furia, mentre Teresa infila il paltoncino.
Ci guardiamo allo specchio: siamo quasi eleganti nei nostri semplici "tailleurs", la bionda in verde, la bruna in azzurro cupo.
Ci accolgono per istrada, le acclamazioni e le scappellate profonde dei nostri compagni.
"Uh! che eleganza".
"Voi ci fate scomparire...".
"Ed io devo avere un rammendo proprio nei calzoni" confessa Zambellini, ma Carini lo consola: "Non si vede, non si vede...".
"E poi son sempre bello lo stesso".
Attraversiamo tutta la citt sotto lo sguardo incuriosito dei passanti e scandolezzato dei mercanti che sulla soglia delle loro botteghe, aspettando l'ora della chiusura, scambiano quattro chiacchiere col loro vicino di destra e con quello di sinistra.
I lunghi bassi portici che conservano sul granito l'umida traccia di antiche inondazioni, tutta la vecchia citt strisciante lungo il Lago, come una serpe sinuosa, odora di spezie e di dolciumi. Si alternano le drogherie immense, pimentate di mille odori gradevoli e sgradevoli, alle belle pasticcerie lucenti di specchi, rigurgitanti di collegiali bionde e fameliche, e di belle straniere.  l'ora dell'eleganza; le signorine da marito passeggiano lentamente sotto la sorveglianza discreta o inquieta della mamma, delle zie: nella grande piazza del Palazzo Comunale, acciottolata come un paesino di montagna, provinciale nelle sue case basse e malinconiche, fanno la ruota i bei giovani della citt: i due fratelli Marioni mi salutano di lontano con quel loro sorriso mezzo ebete, mezzo libertino. Usciamo dalla semiluce della citt alla eleganza un po' chiassosa e straniera del lungo lago, coronato di ippocastani gi fioriti di mille candelabri d'argento.
 l'ora molle, voluttuosa degli appuntamenti nell'ombra discreta. Grandi caff, immensi alberghi uccidono con le loro vetrate luminose l'ultima luce del sole che tramonta. Huguenin, "tea room" di moda, sfolgora di mille lampade, stride coi suoi violini troppo viennesi con la grazia cos italiana del nostro bel lago.
Ma quelle sue meringhe cos deliziose! Quei tavolini verdi e rosa, quelle lampade dal complice paralume, quei paraventi di seta, quei molli cuscini e tutto il viavai di un mondo elegante che assiste alla nostra rumorosa entrata come a una invasione di selvaggi!
Dorini ci ospita largamente. Mobilita tutte le signorine del banco e tutte le meringhe del signor Huguenin: lo vediamo avanzare fra tavolini e poltrone verso il nostro angolo discreto, reggendo sulle braccia un immenso vassoio carico di meringhe. Non sapremo mai quante furono. Invidiamo la capacit della bocca di Carini che ne ingoia una intera alla volta, come se fossero ostriche: Teresa ed io ci ritroviamo alla fine con la panna fin sul naso. Gli stranieri intorno ci ammirano in silenzio.
Allegro appetito dell'adolescenza che non ci impedir pi tardi di divorare il solito pranzo come se fossimo digiuni da ventiquattro ore! Le "miss" malinconiche che mordicchiano a stento un "toast" imburrato, i "viveurs" dispeptici cui un cioccolatino fuori pasto guasta l'appetito, hanno contato certamente con terrore l'enorme numero di meringhe che ognuno di noi si  divorato; essi non conoscono le nostre dispendiose abitudini e non sanno che la nostra golosit ha fatto la fortuna di pi di una pasticceria cittadina.
Infatti Huguenin, creatore di tante delizie, ci saluta alla nostra uscita col pi deferente inchino della sua zucca bionda e pelata.

12.
Una gita di tre giorni, il valico delle Alpi, il pernottamento nell'Ospizio, la discesa alla vallata,  il programma che abbiamo sottoposto per l'approvazione alla autorit del Direttore e dei Professori.
Nemmeno quest'anno di licenza liceale, vogliamo rinunciare alla gita annuale, che ci spetta per regolamento e per consuetudine.
Vogliamo anzi celebrare lass l'ultima riunione del nostro corso che fu cos unito, cos fraterno, cos lieto per tre anni consecutivi, vogliamo coronare con quella tutta le serie di gite, di risate, di canzoni che hanno reso meno grigi i nostri studi, meno pesanti le lezioni.
Ma dopo il nostro sciopero i professori ci trattano con troppa severit per concedere senza discussione quello che chiediamo. Montucco, infatti, stamane, prima ancora dell'appello, scende fra i banchi per rivolgerci col suo solito risolino agrodolce un: "E dunque?" pieno di ironici sottintesi.
Fingiamo di non capire.
"E cos? Decisa questa gita, eh...? tre giorni su e gi per le montagne? Luminosa l'idea... Di chi ?".
"Mia", afferma Dorini, fiero della sua paternit.
"Oh, bravo! Me l'immaginavo, ma le faccio lo stesso le mie congratulazioni. Ma benissimo.... Voi andate in gita, e noi professori faremo lezione ai banchi".
"Se vogliono, possono venire con noi", invita la voce di Zambellini.
Montucco accenna un gesto terrorizzato colle mani accuratissime e si guarda involontariamente le scarpe, la piega dei calzoni, tutta la tenuta irreprensibile.
"Del resto, se volete andare, andate pure. Vi avverto per che ai miei tempi un mese prima della licenza liceale non si facevano gite e si studiava pi seriamente di quello che non facciate voi".
La ramanzina ci lascia perfettamente indifferenti: il nostro interesse  tutto per quello che ci dir Zorzi che dovrebbe dirigere la gita insieme a Cencino.
All'ultima ora, invece di aprire le tavole dei logaritmi, ci affolliamo intorno alla cattedra di Zorzi e gli chiediamo notizie.
"Mi avete fatto sprecare parecchio fiato, sapete", dichiara il professore, guardando con compiacimento la corona di volti che lo circonda.
"In compenso, per, ho ottenuto per voi quello che desiderate".
"Evviva Zorzi!...".
Ci calma con le mani, col lampo imperioso del largo occhio dilatato.
"Basta, basta. Sapete che non mi piacciono le chiassate. Vi ripeto che avrete tre giorni di gita invece di uno e che io vi accompagner col professore di Storia naturale. In compenso esigo una promessa: che al ritorno studierete seriamente per i vostri esami. Al primo del vostro corso che alla licenza non risponder o risponder male; io vi boccier tutti quanti siete. Siamo intesi?".
"Sissignore...".
Le ultime parole brusche di Zorzi ci hanno scosso un pochino. Torniamo ai banchi, silenziosi, ma in fondo abbiamo una gran voglia di ridere e di cantare.
Abbiamo lasciato la Ferrovia a fondo Valle. Siamo ancora assonnati per la sveglia troppo mattutina e il mese di giugno qui in montagna  ancora freddo, bianco di neve sulle lontane cime del valico.
Partiti ieri, abbiamo attraversato due laghi, preso d'assalto l'espresso di Parigi, coi nostri sacchi da montagna e le nostre sciarpe colorate, ed ora la strada napoleonica, stretta fra le gole altissime che hanno visto il volo di Chavez, snoda davanti a noi il suo ripido nastro, parallelo al torrente profondissimo che scende balzando, candido di spume, in innumerevoli cascate. Gli alpigiani dei paeselli tristi e grigi sotto quel cielo cos lontano, si affacciano ad ammirare la nostra sfilata rumorosa e canora.
Il loro tipo ancora italiano  gi per meno deciso man mano che si sale verso l'Alpe, ed anche le case e i pascoli, gli abeti neri, le macchie chiare dei campi di segale coltivati pazientemente sui dirupi pi lontani, hanno qualcosa di nordico, intonato perfettamente con l'alto silenzio della montagna.
Cencino sguazza in un abito sportivo troppo largo per lui ed ha gi incominciato sin dalla prima tappa a deliziarci delle sue spiegazioni: di tanto in tanto, per vederlo sorridere di piacere, gli portiamo un sasso, un fiore: Occhibelli gli ha portato un ferro di cavallo tutto contorto e ne ha ricevuto in compenso un'occhiataccia. Ma Zorzi ci interessa di pi: la sua vasta cultura, il suo spirito di osservazione fine e caustico ci affascinano.  in lui un'anima di poeta, un poeta un poco heiniano di un umorismo sottile e malinconico.
Sorpassata la gola di Gondo - man mano che saliamo verso il valico, l'orizzonte s'allarga ed il freddo si fa pi intenso, malgrado splenda in un cielo smagliante il bel sole d'Italia.
I fiori di montagna cos vividi nei loro colori, rari nei loro nomi, unici nella forma perfetta, ci danno il primo saluto dell'Alpe. Sono genziane cos intensamente azzurre da sembrar nere, grandi anemoni di un preziosissimo giallo oro, ondeggianti in un campo insieme ai narcisi selvaggi, sono eriche rosee dalla radice tenace e larghe violette senza profumo, quasi azzurre anch'esse. E sopra tutti quei fiori, sul dorso dei prati, l'ondeggiare di un vento fresco e gagliardo, che aspiriamo a lunghi sorsi come un liquore di giovinezza.
Ci siamo lasciati indietro Massalli e Pizzagalli che non reggono alla salita e preferiscono alle scarpe ferrate la comoda e lenta diligenza che arriver tre ore dopo di noi. I pi resistenti invece prendono per prati e per scorciatoie: Zorzi  con noi e per il primo intona una marcia che ci trascina senza fatica. Beviamo ad una baita un sorso di latte appena munto.
Ma una densa nebbia che sale dall'altro versante del valico, umida, diaccia come una pioggia sottile, ci raccoglie per qualche istante intorno al fuoco acceso fra due pietre, in fondo alla cucina bassa e nera.
"Proseguiamo, professore?" chiediamo a Zorzi, che dalla soglia scruta l'orizzonte chiuso da una fosca cortina.
"Come volete, ma sarebbe meglio attendere Cencino... il professore Ghersi".
Ahi,  detta! Una clamorosa risata risponde alla "gaffe" di Zorzi. Ormai il nostro vecchio professore di Storia Naturale  Cencino, fino alla morte, per tutti, studenti e colleghi.
Eccolo, Cencino, col suo stuolo di devoti: Teresa, Genzano, Frank, Dorini... Dorini, carico di pietre e di fiori, ma allegro e fresco come fosse disceso in questo momento dal treno.
"Finalmente!  gi mezz'ora che noi siamo qui!".
"Quanta panna montata eh, Milla cara?", chiede Dorini, ingollando un bicchiere enorme di latte appena munto, denso di crema.
Salutiamo la donna bionda che ci ringrazia sulla soglia in un dialetto ibrido, e ci avviamo tutti insieme per la strada che incomincia a pianeggiare. Tra un'ora saremo all'Ospizio, dove i Padri, avvertiti, ci aspettano gi da mezzogiorno.
Abbiamo divorato tutto per istrada: cioccolato, pane, biscotti, tutte le provviste che avevamo preparato. Ora la strada incomincia a sembrarci lunga e ogni tanto qualcuno di noi chiede: "Ma non ci siamo ancora?".
Zorzi, affamato quanto noi, non ha voluto accettare nulla, e ci rincuora con la voce energica e col passo infaticato.
La valle s'allarga in grandi spiazzi, in praterie pi dolci coperte di neve: ma invece del bel sole che abbiamo lasciato sul versante italiano, continua a pesare quass la nebbia insistente. Non una casa, non un uomo, non un suono. Solamente il nostro passo, ormai strascicato, rompe quel silenzio pieno di malinconia. Qualche sbadiglio, qualche sospiro, qualche moccolo.
Finalmente, ad una svolta, ci appare l'altopiano, coronato di cime ghiacciate. Pi in basso della strada, in una prateria immensa, l'antico ospizio degli Stoc-kalper, di pietra grigia, apre le sue piccole nere finestre sotto il tetto che strapiomba.
L'Alpe quass si  appena svegliata dall'inverno; se non fossero i suoi mille fiori, le sue praterie tutte verdi, ci crederemmo ancora in febbraio o marzo. Pochi minuti ci separano ancora dall'Ospizio nuovo, anch'esso di pietra grigia, meno tetro per di quell'immensa caserma abbandonata laggi. Facciamo quasi di corsa gli ultimi metri e buttiamo alla rinfusa sacchi e mantelli per terra, lungo il corridoio umido e scuro come quelli delle prigioni.
Il Padre Agostiniano che ci viene incontro guida i professori, Teresa e me alle nostre camere, mentre i ragazzi si incamminano con grida e canti al loro dormitorio. La nostra camera  scura, umida come se fosse scavata nella roccia, con una piccola finestra l in fondo che guarda sulla montagna. Ma i caratteristici letti di legno dagli altissimi coltroni di piume e i cuscini gonfi dove subito affondiamo il capo ridendo, la "toilette" dal catino e dalla brocca di rame, quei pavimenti di legno odoroso, lo strano giorno d'oltretomba che ci giunge da quei doppi vetri verdastri, attraverso le mura, ci danno un senso di stupore quasi irreale.
Giungiamo dalla vita cittadina, dal paese del sole, abbiamo lasciato laggi i treni, le automobili, le case civettuole, i giardini ben coltivati, ci ritroviamo nella pace austera di un convento perduto nella montagna, nella solitudine nevosa, in una piccola camera rustica, che, pur essendoci straniera, non ha nulla della banale freddezza della camera d'albergo.
"Siete pronte?" chiede alla porta la voce di Zambellini. Gli apriamo: egli entra, ispeziona con aria ammirativa.
"Beate voi! Se vedeste la nostra camerata.... certi tavolacci. Ci deve essere passato di tutto... E voi tanto di piumini! Ma ora venite; moriamo tutti di fame".
Ritroviamo nel refettorio i nostri compagni che gi divorano con entusiasmo il pranzo modesto, ma abbondante. Qualche straniero salito dal versante opposto ci squadra per un istante, poi, affamato come noi, riabbassa gli occhi e la bocca sul piatto. Fuori il giorno comincia a declinare. Sentiamo ogni tanto attraverso gli alti muri un latrato dei grossi San Bernardo, dal canile dietro l'Ospizio.
Usciamo, sul piazzale dove la nebbia al tramonto si  diradata.
"Vogliamo arrivare fino all'Albergo?" propone Zorzi.
Accogliamo la sua proposta con gioia: malgrado la lunga camminata non siamo punto stanchi e l'estrema luce del giorno  troppo bella quass per non goderla, fino all'ultimo raggio.
Di fronte all'Ospizio, per tutta la valle, i pascoli si stendono come un mare vellutato, ma quando giungiamo al culmine, dove il piccolo albergo ha aperto da poco le sue finestre, dopo la chiusura invernale, e tutta la valle dai ghiacciai, dalle pinete scure fino alla pianura biancheggiante di case, ci appare come uno scenario meraviglioso, le nostre voci giovani ed acute tacciono in un silenzio pieno di commozione.
Domattina seguiremo questa strada, scenderemo per quei boschi foltissimi di abeti e di larici, sotto quelle gallerie che la Saltine sorpassa balzando, ancora bianca del suo bel ghiacciaio: ritroveremo laggi una citt con molte case e molti negozi; pel momento ci inebriamo di quest'aria cos pura, in un paesaggio ed in un ambiente insolito.
Mentre i nostri compagni indugiano sullo stradale, o colgono quelle violette meravigliose, scure sulla neve, Occhibelli ed io ci rifugiamo l'uno accanto all'altro nella sala che guarda sulla valle.
"Sei triste?" chiedo al mio fanciullo che da un pezzo non canta pi e fuma il suo tabacco inglese. Egli mi guarda, silenzioso: accarezza distratto la mia mano.
"E tu?".
"Un poco... pensa che domani saremo di nuovo laggi: che non rivedremo mai pi queste montagne, come oggi...".
"Chiss? Ci torneremo insieme, dopo". Mi afferra il capo, me lo rovescia un poco, guardandomi appassionatamente:
"Perch non devo sperare che ti avr qui, con me, tutta mia? Perch non dobbiamo essere felici insieme, noi due? Pensa, mammina mia, pensa... Partiremo un mattino di giugno, come questo...".
"S" accenno col capo, con gli occhi chiusi, come al racconto di una favola.
"Avremo un'automobile, come una scatola di raso, e tante coperte se avrai freddo, e una pelliccia del colore dei tuoi occhi...".
"S...".
"E arriveremo quass. Non ci sar nessuno. Io e te soli. Staremo quass sempre...".
"Sempre?...". -
Occhibelli ride al mio spavento. Mi stringe forte le mani, facendomi gridare: "Sempre sempre, sempre. Perch sei mia ed io sono troppo geloso... perch...".
L'ombra di Zorzi sulla porta ci divide. Ma senza imbarazzo, poich i suoi occhi non sono severi guardandoci, poich il nostro amore non conosce paura.
"Dicevate?" chiede il professore sedendosi accanto a noi ed interrogando con la sua bonaria voce un po' ironica.
"Nulla, professore, sciocchezze", rispondo in fretta, ma Occhibelli protesta con la sua voce grave e franca:
"Perch sciocchezze? Dicevo alla signorina Milla che verremo quass".
Io arrossisco, Zorzi ride...
"Quando?".
"Quando ci sposeremo...".
Zorzi ride pi forte, come a uno scherzo molto comico. Poi ammutolisce e si alza. C' un'ironia un po' triste e un po' amara nel suo "Ragazzi!" che ci lancia dalla soglia.
Torniamo verso l'Ospizio in silenzio. Teresa affonda il volto in un grosso mazzo di violette. Un freddo intenso ci affretta il passo.
L'Ospizio  in ombra. Qualche striscia di sole ancor rosea sui ghiacciai ed una nebbiolina sottile come veli fluttuanti sulle praterie.
"Facciamo una partita di "foot-ball"?" propone Occhibelli.
Cava non so da quale tasca del suo mantello un pallone sgonfiato e i ragazzi gli si affollano intorno.
Poco dopo, le loro grida, lo scalpicco delle loro corse sul prato, ci annuncia una partita emozionante. Teresa ed io sediamo sul basso muricciolo, colle mani perdute nella calda pelliccia di un San Bernardo che si accovaccia ai nostri piedi.
"Rientriamo?" chiede la mia compagna.
"Oh, no, aspetta ancora un poco".
Odo come in sogno le voci squillanti dei ragazzi: la mia anima ondeggia e fluttua, come quei veli laggi, impregnata di malinconia. Egli ha detto "torneremo", ma io sento che non torner quass e imbevo gli occhi di questo paesaggio e di quest'ora, per non scordarle mai pi.
Voglio poter rivivere in un giorno lontano il fascino di questa prateria odorosa di montagna, rivedere in un lampo le eriche selvagge, l'ondulazione lenta della strada; risentire in un profumo l'odore aspro, acuto, dei pascoli, riudire le voci lontane, e, pi forte, la voce del mio amico, che domina tutte, il suo riso squillante nella sera lenta, le grida piene di vita; rigodere della sua aspra gioia di vivere.
Sono cos assorta che non mi accorgo che Teresa  sparita ed il giuoco nel prato  finito. Sola mi rimane accanto, scaldandomi col suo tepore, la bella bestia intelligente e fedele.
"Milla!". Al richiamo, mi alzo di colpo.  la sua voce, la voce unica al mondo per me, che mi affretta il polso con le sue profonde tonalit.
"Millina, sognavi?". Mi ricerca nel buio.
"Sono qui".
"Ma non hai freddo? Sciocchina... hai le mani gelate e il naso...".
Ci stringiamo un istante nel buio del corridoio, mentre il padre guardiano chiude alle nostre spalle la porta massiccia pel riposo notturno.
Risveglio penoso all'alba, nella camera gelata. Fatica e pigrizia di uscire dalle coltri tepide, sotto l'alto coltrone che ci nasconde l'una all'altra; nella brocca acqua gelata, che rompiamo con un colpo di spazzola. Mi affaccio alla piccola finestra: pi sotto, sullo spiazzo del canile, un padre in tonaca nera frena a stento il gruppo festoso e latrante dei cani che attendono la colazione mattutina.
"Teresa,  tardi...".
Teresa si veste sospirando, giunta alla catinella ha un gemito di terrore.
"Hai il coraggio di lavarti tu?".
Ci pettiniamo riflettendoci a stento in uno specchio verdastro, come i vetri della finestra. Cogli occhi pieni di sonno raggiungiamo i compagni che ci salutano con dei "Buon giorno" insonnoliti come noi. Ieri sera abbiamo indugiato nel salotto dei Padri, cantando, sfogliando vecchie riviste. Abbiamo tentato anche di ballare, al suono di un vecchio piano raffreddato, ma un Padre, tutto affannato, ci ha avvertito che: "la danse tait dfendue".
Ed abbiamo poi dormito il sonno profondo dell'adolescenza, nell'immenso convento silenzioso come una casa di morte. Perci siamo tutti di malumore, con le giunture indolenzite, i nasi gelati. Zorzi tenta rianimarci:
"Su, su diamine! Abbiamo ancora una ventina di chilometri, ragazzi!".
"Lo sappiamo" brontola desolatamente Pizzagalli che questa mattina non pu ricorrere alle comode molle della diligenza.
Prima di partire Zorzi fa l'appello. Manca Nicchio. Lo cerchiamo dappertutto e finalmente lo scoviamo nel refettorio, che sta mescendosi tranquillamente la quarta tazza di caff e latte.
"Ma Nicchio! aspettiamo te, sai...".
"Oh, vengo, vengo..." e si alza a malincuore. Scommetto che di tutta la gita egli ricorder con pi commozione le enormi tazze di caff e latte dei Padri Agostiniani.
Il vento dell'alba ci rianima. Passiamo con passo elastico davanti al piccolo Albergo che dorme sul ciglio del burrone, e Occhibelli ed io ci rivolgiamo a salutare quelle verande chiuse, attratti dallo stesso pensiero.
La discesa dall'altro versante  meravigliosa, sotto gallerie granitiche che il disgelo ha ornato di lunghe stalattiti alabastrine, e man mano che discendiamo il paesaggio si fa pi ridente, le rupi meno scoscese - immensi boschi splendono al sole nascente coi mille aghi rilucenti dei loro rami; sul margine della strada casette di tronchi qualche alpigiana mattutina che stende sul prato il suo bucato ed uno scampanio, dolce, festoso, vicino e lontano di mucche al pascolo.
Berisal, dal bel nome di gemma, ci rifornisce di cioccolato e di pane.
Piccole scorciatoie lungo le praterie ombreggiate da meli fronzuti e da ciliegi altissimi ci conducono rapidamente alla citt che l'ora meridiana popola di bambini paffuti e rosei, appena usciti dalla scuola. Attraversiamo un ponte, ammiriamo due o tre case vallesane dai panciuti balconi e dal tetto a pinnacoli e giungiamo alla stazione internazionale, appena in tempo per la colazione e pel nostro treno.
Dal finestrino del vagone salutiamo, sventolando berretti e fazzoletti, il valico lontano e i boschi neri attraversati dalla Saltine.

13.
Un fischio acuto mi la balzare dal letto. La sveglia segna appena le quattro. Mi affaccio alla finestra con la cuffietta di traverso, le braccia stirate ad arco sulla testa.
"Sei pronta?" chiede dal basso la voce di Teresa.
Teresa viene a prendermi ogni mattina per ripassare insieme le materie d'esame. La nostra vita  talmente avvezzata all'aria aperta, che non sapremmo adattarci a studiare nella sua camera chiusa o nella mia. E poi verso le sei ci raggiungono a Villa Ciani Zambellini e Occhibelli; facciamo la prima colazione tutti insieme, e alle otto entriamo in Liceo.
Mancano quindici giorni alla licenza ed i professori sono pi nervosi e commossi di noi. Essi ci riempiono ad alta pressione degli ultimi rimasugli di programma. Montucco poi, che si  trascinato per otto mesi per tutte le guerre tra Francia e Spagna, accumula in questo momento su di noi tutta la furia di quel ritardo e ci costringe a velocit vertiginose per poter annotare almeno parte delle sue spiegazioni.
Io trovo assurdo questo metodo di preparazione. Se guardo indietro alle molte classi di ginnasio, alle tre di liceo, mi domando con stupore quale risultato abbia avuto lo sforzo e il lavoro di tanti anni. Che cosa ricordiamo? Che cosa sappiamo in fondo?
Quello che veramente ci servir per la vita di domani, non  forse quello che abbiamo appreso per conto nostro, per passione e curiosit di sapere, fuori della scuola?
Diventeremo medici, avvocati, professori, ingegneri: chi di noi, porter dalla sua vita liceale gli elementi, almeno i primissimi, che gli rendano il nuovo studio pi facilmente assimilabile?
Eppure non  colpa nostra se siamo impreparati: quei pochi professori che hanno saputo comunicarci la passione della loro materia, quelli che attraverso una rapida sintesi hanno concretato per noi in pochi concetti tutto il carattere di un'epoca, tutta la forza di una razza, tutto il valore di una coltura, quelli hanno impresso nel nostro spirito un segno indelebile.
Ma gli altri! Il programma fedelmente svolto, senza omettere una riga, per anni ed anni, di generazione in generazione... Ho confrontato i miei quaderni di Fisica (professor Corini, grasso come un macellaio, tormentato dall'asma, col collo apoplettico e il volto congestionato) con quelli di dieci anni fa del fratello di Dorini: le stesse parole, la stessa disposizione negli schizzi e nei disegni, gli stessi errori di sintassi.
Ho chiesto ad ex-allievi che cosa era rimasto loro della cultura liceale. Mi hanno risposto: "Quello che i professori non hanno distrutto in noi".
Pel momento, essi rivolgono le loro cure speciali al nostro corso: siamo noi che davanti alla Commissione esaminatrice dovremo tenere alto il nome del Liceo, siamo noi che dobbiamo dare la prova del nostro valore e di quello dei nostri Professori. Ci trattano cos come cavalli di razza destinati al traguardo, alternando le carezze alle frustate.
Noi non risentiamo per ora nessun orgasmo per la prossima prova; ma io so per esperienza l'ansia che mi prender, la vigilia; il panico invincibile, la vilt paurosa che mi far al momento desiderare non so quale cataclisma che sconvolga il mondo e che rimandi l'esame ad epoca indeterminata.
So che dovr esercitare sui miei nervi un controllo che mi esaurir, proprio quando avr pi bisogno della loro calma e della loro precisione. E tutto questo quasi a tradimento, come un incubo doloroso che avr termine solamente il giorno in cui la commissione dar il suo verdetto, buono o cattivo.
Facciamo intanto pronostici pi o meno esatti sulle eventuali bocciature: abbiamo predetto a Brignoli, dagli occhi di coniglio, un fiasco solenne, malgrado egli studi indefessamente notte e giorno. Occhibelli ha gi dichiarato di non meravigliarsi se Cesi vorr fargli ripetere la classe, ed io mi sono un po' incollerita della sua indifferenza, di fronte a una cosa che ci pregiudica un poco.
Mi fa male pensare che egli non voglia o non sappia superare la sua indolente superbia, nemmeno quando si tratta di fare cosa grata a me ed utile pel nostro avvenire. Ch'egli pensi di rimanere ancora un anno qui senza di me, e non faccia nessun sforzo per vincere, questo offende non il mio amore, ma la fede in questo amore. Egli se ne accorge e attribuisce o finge di attribuire il mio nervosismo agli esami imminenti.
Gli altri intanto si preparano pi o meno allegramente, pi o meno seriamente. Dorini, Genzano e Blank sono scomparsi dalla circolazione; non li vediamo nemmeno per un minuto ai concerti serali del lungo-lago. Talvolta io vi accompagno Teresa, la vedo cercare a lungo tra la folla, nella penombra degli ippocastani folti, scrutare sulle panchine, volgersi al rombo di un'automobile; inutilmente perch Dorini  lass, nella sua villa della Collina d'Oro.
Zambellini e Markin che abitano nella stessa pensione, hanno la preparazione allegra. Incapaci di resistere alla tentazione della passeggiata serale, del concerto al "Kursaal", essi si sono messi nella impossibilit di uscire consegnando i vestiti alla padrona di casa e indossando le mutandine da bagno. Teresa ed io potremmo imitarli, poich il caldo ci strema e nemmeno le finestre aperte sul lago ci portano un po' di refrigerio.
Giorni di febbre, vampate di sole caldo nulla strada di Castagnola che percorriamo ogni giorno, al ritorno dall'esame, con gli occhi abbacinati e la testa indolenzita, intontite di sonno e di stanchezza.
Esami scritti nella grande aula di astronomia, al nostro solito banco: visi solenni di professori, dieci componimenti per dieci compagni che aspettano ansiosamente le mie quattro pagine scribacchiate in fretta e furia. Esame di matematica pieno di angoscia, soccorso insperato di Dorini che involge la soluzione intorno a un cioccolatino; esame di latino gaio e facilone: esame di greco faticoso per Teresa che si prodiga.
E poi gli orali; e prima scossa di nervi al semi-insuccesso di quello di fisica, che io credevo il pi facile; brevi crisi di pianto desolato contro le vetrate dei corridoi, incoraggiamenti di Zambellini e di Varni; stanchezza del corpo e dello spirito che si ribella allo sforzo e angoscie improvvise all'improvviso pensiero che balena di quando in quando attraverso le preoccupazioni scolastiche: "fra pochi giorni tutto  finito".
Occhibelli mi  lontano. La sua indifferenza mi esaspera; il mio nervosismo lo meraviglia.
Egli non pensa che la mia riuscita dipende da un pezzo di carta firmato e controllato che domani mi licenzier, piccola e sperduta, per le vie del mondo; non ne ha bisogno e non se ne preoccupa. Si presenta via via agli esami, preparato o no, col suo sorriso indifferente che farse gli giova pi della mia ansia irrequieta; risponde se sa, tace se non sa e forse impone un poco, col suo contegno, ai professori che ammirano pi la sua sfrontatezza del suo ingegno.
Abbiamo avuto per componimento d'esame: "Quali sono le esperienze della vita che ricordate con maggiore piacere o con maggiore dolore"; Occhibelli ha risposto che di esperienze cattive pel momento non pu annoverarne nessuna e che quelle buone le tiene per s. Cos, due righe.
Non ci meravigliamo quindi se Cesi non l'ha ammesso all'esame orale.
***
Questa sera per la prima volta rientriamo senza l'incubo del domani. Abbiamo finito; fra una settimana sapremo l'esito.
La giornata di luglio afosa s'infosca verso sera di nubi lontane. Radi lampi solcano l'aria infocata, senza un alito di vento; si riflettono nel lago scuro, immobile come una lastra di piombo fuso.
Occhibelli mi accompagna. Siamo in collera da una settimana.  la prima collera di innamorati e ne abbiamo il cuore gonfio, l'anima desolata. Ci guardiamo ogni tanto di sfuggita e giunti al cancello della mia pensione invece di salutarci, proseguiamo il cammino, con muta e concorde volont.
La strada, al pontile di Castagnola, scende bruscamente al lago. Di giorno  popolata di viaggiatori che attendono il battello, di sera qualche coppia solitaria vi indugia, appoggiata alla ringhiera di ferro, o sulla panchina sotto l'abete altissimo che stende i suoi rami fin quasi a terra.
Anche noi ci rifugiamo nella sua ombra questa sera. Ai nostri piedi il lago si lamenta ritmicamente. I lontani lumi della citt gettano un riflesso tenue sui nostri volti assorti.
Occhibelli china il capo sulla mia spalla. Accarezzo in silenzio quei capelli lucidi e fini, la fronte, gli occhi chiusi.
"Bambino".
"Mammina". Egli si aggrappa a me, desolatamente "mammina, mia...".
Lo lascio piangere in silenzio.  la sua giovinezza che piange il sogno brevissimo, il prossimo risveglio.
Io non piango: tremo contro di lui, di pena trattenuta, incapace di consolarlo nella sua desolazione troppo simile alla mia.
"Perch piangi?" gli chiedo poi con la mia voce pi ferma, asciugandogli le ultime lacrime, come a un vero bimbo aggrappato al collo della sua mamma: "perch piangi?".
"Ho paura...".
"Di che? Bambino... non ci sono io, non c' la tua mammina? piangi perch me ne vado? perch saremo lontani?". Egli accenna di s ad ogni mia domanda, con le labbra tremanti. "Ma non lo sai che torner? non lo sai che ci ritroveremo? non lo sai che non ci separeremo mai pi?".
Divina menzogna dell'amore che fai sorridere di gioia gli occhi che hanno pianto, e asciughi le lacrime sui volti desolati; che fai credere alle folle pi stolte i cuori increduli e abbagli della tua felicit irreale le anime intristite dai foschi presentimenti: io so di mentire, so di non credere per la prima alle parole di forza, alle parole di speranza, ma sorrido mentendo, perch il volto del mio amore si rischiari per me.
Poich me l'ha detto chi lo conosceva prima di me, chi ci ha visto inebriarci delle nostre giovinezze ed ha sorriso dell'illusione nostra; l'ho compreso io stessa amandolo ogni giorno pi: quale amore pi inutile, pi disperatamente folle del mio?
Io non avevo chiesto di amare questo fanciullo viziato e crudele nella sua spensierata bont.
Come per un presentimento di sventura l'ho odiato prima di conoscerlo, l'ho respinto appena conosciuto.
Solamente quando la sua anima di fanciullo, rivelata a me sola, me l'ha fatto credere pi vicino a me, solamente allora mi sono lasciata inebriare da quei due begli occhi profondi d'infantilit.
Nato in una sera d'autunno per morire inesorabilmente... no, che egli non sappia mai che io lo lascio andare con questa amara certezza. Ch'egli mi creda come lui illusa, folle del suo amore, sicura delle nostre vite congiunte per sempre: gli sar meno amaro il risveglio, quando poco a poco sentir anima e vita staccarsi da me.
Rade goccie ci sorprendono nel nostro silenzio. Il temporale che ha errato tutto il giorno nella pianura lontana ci sorprende improvviso, senza darci nemmeno il tempo di rifugiarci alla Fiorita.
 una cortina di pioggia, fitta, serrata, implacabile che scroscia sulle acque facendole ribollire, che seppellisce i contorni delle cose in una notte tumultuosa e nera. L'abete ci protegge coi suoi spessi rami, ma la raffica  spaventosa. Non udiamo neanche pi le nostre voci; ci aggrappiamo l'uno all'altro come se il vento volesse strapparci alla nostra stretta.
Ed ecco dalla stretta delle braccia avvinte ci viene la pace. Siamo soli al mondo: due fanciulli sperduti sotto un ramo d'abete: intorno a noi la natura devasta, gli uomini incrudeliscono. Ma non abbiamo paura, poich siamo insieme.
Insieme come la corolla e il calice, come la madre e il figlio.

14.
Non ci vergogniamo di aver pianto. Forse  stata la voce di Dorini squillante il suo ultimo - evviva al terzo corso! - che ci ha fatto chiudere la gola in una commozione irrefrenabile. Nessuno ha potuto rispondere. In piedi, con un gesto inconsciamente solenne, guardandoci negli occhi lucenti, abbiamo salutato la nostra adolescenza comune.
L'abbiamo salutata come una compagna di risa e di canti, la pi bella, la pi buona, l'indimenticabile. Le abbiamo lasciato il nostro sorriso di fanciulli, l'ultima nostra canzone.
Abbiamo taciuto fissando laggi, al di l della Collina d'Oro, del lago di Mozzano, la citt che ci ha riunito per tanti anni, che  stata volta a volta perfida e buona con noi; la scuola che ci ha accolto ogni giorno con le sue muraglie di pietra e di vetro.
E tutte le strade percorse insieme, e le piccole barche che hanno dondolato per noi come culle. Varni ha offerto la sua casa per il commiato. Nessuna certo era pi atta di questa a riunirci nella semplice intimit che abbiamo sempre prediletta. Il giardino pensile ci ha offerto i suoi fiori e le sue frutta, la cantina secolare il suo buon vino schietto, padre e madre Varni la loro cordialit umile e sincera.
Siamo grati all'amico di averci risparmiata cos la chiassosit di un ristorante alla moda, la curiosit dei clienti e dei camerieri. Teresa ed io abbiamo ornata la tavola di spighe e rosolacci e fiordalisi, fiori di campo vivaci sulla tovaglia di buona tela casalinga.
Ma l'allegria della prima ora tace sommersa nella tristezza del distacco. Eppure abbiamo raggiunta la mta, compiuto il sogno: incomincia da domani una vita meno fanciullesca. Ma come vorremmo ricominciare invece; credere che all'autunno ci riunir il nuovo corso, che ci ritroveremo ogni anno gli stessi e ogni anno un po' diversi; vorremmo poter dire "arrivederci" e non "addio!".
Teresa ed io soprattutto, forse pi dei ragazzi, sentiamo l'amarezza dell'ultima ora. Essi furono con noi cos buoni, cos leali sempre, cos affettuosi anche nello scherzo o nella critica. Abbiamo avuto da loro tanti esempi di volont, di tenacia, di coraggio virile; quello che in noi  meno donnescamente imperfetto ci viene da loro e dalla vita passata in comune. Molto essi hanno lasciato nella nostra anima: e noi a loro?
Un battito d'ala iridescente, un giuoco di civetteria innocente, il profumo di un fiore appena dischiuso, oppure qualcosa di pi profondo?
Dorini concreta il nostro pensiero inconsciamente. Egli alza il calice verso di noi e tutti lo imitano:
"Alle nostre compagne, alle nostre sorelle".
Vedo Teresa tremare e impallidire. Le stringo forte una mano sotto la tavola. Ma il nostro sorriso e la nostra risposta sanno di pianto trattenuto.
Mezzanotte. Il campanile accanto alla casa, la batte con un suono ampio e metallico che mi ricorda la voce di Varni. Risponde Sorengo, risponde Pazzallo, risponde Gentilino, tutti i villaggi sparsi sulle colline sotto di noi, illuminati dalla luna. Risponde lontano e grave il Torrione della cattedrale.
Uno ad uno ci congediamo dai nostri compagni, mentre Occhibelli e Zambellini si preparano ad accompagnarci.
Addio Dorini e Kean e Frank, addio piccolo Nicchio e Massalli e Genzano e Markin e Caponovo. Addio grandi occhi bianco-rosati di Brignoli, viso fiorente di Pizzagalli, spalle gibbose di Botta... buona fortuna!
Addio a te Varni dagli occhi cupi, che mi chiedi a che ora parto domani e che mi accompagni fino al cancello. Non ti ho mai compreso, ti ho conosciuto meno di tutti, ma sento in te un amico poich fosti buono col mio amore.
Scendiamo la stradina sotto la luna, fra le due siepi folte.
Lass, dalla terrazza pensile, le voci dei compagni ci salutano per l'ultima volta.
***
Partiamo per sempre. Ho gli occhi rossi ma non piango pi. Ritta a poppa del battello, con tutta l'anima negli occhi, saluto la riva ove ho studiato ed amato, dove ho lasciato la parte migliore della mia vita.
Egli  partito stamane, prima di me. Risento ancora la stretta disperata di quelle braccia che non volevano staccarsi, il grido infantile di terrore e di amore: "non lasciarmi andare!".
Ho giurato quello ch'egli ha voluto: non gli ho chiesto nulla per me. E se n' andato. Quello che era il mio amore; quello che ha diviso una parte della mia giovinezza, quello di cui non ho per ricordo tangibile che un piccolo ritratto sbiadito e nell'anima per sempre il bel viso smagliante.
Non torner pi.  sincero nel suo amore.  sincero nella sua disperazione. Per questo non torner pi.
Mi penser qualche mese, mi scriver qualche anno: un giorno si dester sentendo che mammina  per lui come una piccola morta perduta.
Amer ancora, perch ha l'anima assetata di un bimbo: sar molto amato per i suoi begli occhi e per i suoi begli abiti: nessuna donna lo far piangere, come egli ha pianto per me, sul pontile di Castagnola.
Fra molti anni forse c'incontreremo: in una via di citt rumorosa, in una spiaggia elegante, in una stazione affollata.
"Sei tu?".
"Sono io".
E basta: perch saremo morti l'uno all'altra, perch Occhibelli e Milla sono stati il giuoco magico di una illusione eterna.
Teresa mi si avvicina. Le chiudo la mano nella mia: ella mi risponde con un piccolo singhiozzo. Eppure ella  pi felice di me; parte col suo sogno d'amore, con l'anima ancora intatta. Parte con la piccola Pupa che le ho regalato a l'ultimo momento, in ricordo di Dorini e mio.  la miglior cosa che le potevo donare.
La stringo a me. "Perdonami", le dico piano. "Qualche volta non ti ho compreso e ti ho fatto soffrire. Sono stata cattiva; indifferente al tuo male e al tuo bene: ho pensato troppo a me stessa e troppo poco a te che eri pi piccola. Perdonami, pensa che avevo un altro bimbo da guidare..."
"Lo so. Non ho da perdonarti nulla".
Il battello accosta al pontile di Paradiso.  l'ultima tappa in citt. Una folla variopinta agita cappelli di paglia e ombrellini e si precipita sulla passerella. Lo spettacolo per un momento ci distrae, ma l'angoscia ci riafferra all'acuto fischio della ciminiera.
Ed ecco, all'ultimo momento, vediamo qualcosa di oscuro fendere la folla dei curiosi, precipitare sul ponte, venire di corsa verso di noi.
" Varni.  Varni, Milla!".
Un attimo ci fissiamo. Sono i suoi occhi smarriti di una volta, ad un mio pianto improvviso.  ansante e pallidissimo.
"Sono venuto in bicicletta. Temevo non giungere a tempo. Buon viaggio, signorina Teresa, buon viaggio Milla". Mi lascia cadere in grembo un fascio di rose rosse: "Tenga, sono le rose di Muzzano. E c' anche una lettera" grida la sua voce mentre di corsa risale il pontile.
Il rullo del battello copre le nostre voci che salutano.
Il promontorio del San Salvatore ci nasconde la citt.
***
Una lettera, ha detto. Sono due righe, scritte di furia su di un foglio strappato.
"Quando il suo amore la far soffrire, si ricordi che l'aspetto. La mia casa  la sua.
Giorgio Varni".
...
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...
FINE.